La medicina alternativa

Il 18 maggio del 2002 si è riunito a Terni il Consiglio nazionale della Federazione nazionale dell’Ordine dei medici e degli odontoiatri che ha approvato a larga maggioranza un documento in cui venivano individuate le linee guida per l’esercizio di alcune pratiche non convenzionali della medicina. Immediata è stata la replica del mondo scientifico (in cui, oltre a molti noti ricercatori, figuravano anche i due premi Nobel Renato Dulbecco e Rita Levi Montalcini) il quale ha condannato, senza mezzi termini, l’apertura della Federazione dei medici verso la cosiddetta medicina alternativa la cui efficacia – essi hanno fatto notare – non è comprovata da alcuna procedura scientifica.

Si definisce medicina alternativa un qualsiasi sistema medico basato su una teoria della malattia o del suo trattamento diverso da quello della scienza medica ufficiale, cioè in pratica di quella medicina che viene insegnata nelle Università. Si contano un centinaio di tecniche terapeutiche capaci di guarire, a detta dei loro sostenitori, un numero praticamente infinito di malattie, e pertanto proposte a volte come la panacea universale. Le più note e le più diffuse sono l’omeopatia, l’agopuntura, la pranoterapia (o cura con le mani), l’erboristeria, l’ipnosi e lo yoga. Se fosse vero quello che affermano i seguaci di queste terapie si porrebbe il problema di chiarire come sia possibile che tecniche curative tanto diverse le une dalle altre siano tutte in grado di guarire.

Nonostante l’assenza di leggi specifiche sulla materia, recenti sondaggi hanno messo in luce che la gran parte dell’opinione pubblica del nostro Paese è decisamente schierata a favore della medicina non convenzionale: solo 6 italiani su cento dichiarano di non aver mai sentito parlare di medicina alternativa e fra coloro che la conoscono più del 30% vi ha fatto ricorso almeno per una volta traendone sicuri benefici.

 

L’OMEOPATIA

L’omeopatia (dal greco hómoios = simile e páthos = male, sofferenza) è l’alternativa per eccellenza alla nostra medicina tradizionale ed è già ufficiale nei Paesi della CEE economicamente più forti (Francia, Germania, Inghilterra) mentre non lo è ancora nei Paesi mediterranei (Italia, Spagna, Portogallo e Grecia). È la medicina alternativa che più fa discutere lasciando interdetti gli esperti, mentre è decisamente apprezzata dalla gente comune. Essa sfrutta metodologie terapeutiche esaminando il paziente nella sua globalità: non cura quindi la malattia, ma il malato.

I sostenitori dell’omeopatia constatano che alcune persone si ammalano nella loro vita in modo ricorrente di svariate malattie prive all’apparenza di rapporto diretto come una bronchite a cui, una volta guarita con assunzione di antibiotici, segue una gastrite, curata la quale, si presenta una cistite. Per rimediare a queste affezioni servirebbero tre specialisti diversi per poi vedere le stesse malattie presentarsi di nuovo e magari in forma più grave. L’utilizzo di rimedi naturali (soprattutto vegetali, ma non solo) diluiti e “dinamizzati” (ossia agitati) come prevedono le cure omeopatiche, stimolerebbe invece l’organismo a reagire in modo unitario ai diversi stati morbosi.

L’omeopatia ebbe inizio due secoli fa per opera del medico tedesco Samuel Hahnemann (1755-1843) profondo studioso dell’arte di curare e nello stesso tempo farmacologo e chimico esperto. Egli, in seguito al fallimento di alcune cure che non avevano prodotto alcun beneficio sui suoi pazienti abbandonò la professione e si rimise a fare il mestiere di traduttore che aveva svolto da giovane per mantenersi agli studi. Fra le tante pubblicazioni esaminate gli capitò di leggere il racconto di un medico inglese il quale parlava degli effetti sulla salute dei raccoglitori della corteccia della china da cui si estraeva il chinino, un farmaco che serviva per curare la malaria. Quel medico aveva notato che i coltivatori impegnati in questo lavoro presentavano febbri molto simili a quelle prodotte dalla malattia infettiva trasmessa dalla zanzara anofele.

Incuriosito Hahnemann provò su di sé il chinino assumendone dosi massicce per lungo tempo e alla fine, come aveva previsto, venne colto egli stesso da febbre intermittente che com’è noto rappresenta il sintomo più evidente della malaria. Prima di trarre conclusioni da questa scoperta il ricercatore tedesco sperimentò altri rimedi usati a quel tempo per curare altre malattie ottenendo sempre la stessa risposta. Si convinse allora che una malattia può essere guarita da un rimedio che ha tendenza, se assunto da persone sane, a produrre in esse gli stessi sintomi della malattia che dovrebbe curare. Da questa deduzione trasse il principio fondamentale dell’omeopatia, detto “legge dei simili”: similia similibus curentur, “i simili si curino con i simili”, esattamente il contrario di quanto afferma la medicina ufficiale detta allopatica (dal greco állos = altro e páthos = male, dolore) che è la medicina dei “contro” cioè quella che cura il dolore con qualche cosa che contrasta il dolore stesso.

È noto che l’abuso di caffè provoca insonnia, vertigini, tachicardia, quindi un medicamento omeopatico a base di caffè è il rimedio più adatto a curare l’insonnia che si presenti con agitazione e battiti cardiaci accelerati. Così ad esempio tutti sanno che la cipolla produce al taglio irritazione momentanea degli occhi e delle vie aeree, che fa lacrimare e costringe a soffiarsi ripetutamente il naso: pertanto il farmaco omeopatico estratto dal bulbo della cipolla sarà efficace contro il raffreddore.

Gli esperimenti condotti prima su sé stesso e sui suoi famigliari (ebbe undici figli) e quindi su numerosi pazienti suggerirono ad Hahnemann che il rimedio omeopatico, prima di essere ingerito, doveva essere diluito. A questa conclusione egli pervenne avendo notato che l’assunzione di certe sostanze tossiche ancorché curative come la belladonna e la noce vomica, somministrate allo stato puro, invece che guarire potevano provocare effetti dannosi all’organismo.

La diluizione produce una cosa ovvia ed un’altra all’apparenza assurda. La cosa ovvia è che più una sostanza dannosa viene diluita più diminuiscono i suoi effetti negativi; la cosa assurda e sconcertante è che con la diluizione invece che diminuire aumenta la capacità curativa di quella sostanza, purché il miscuglio prima si essere ingerito venga anche agitato. La diluizione consentirebbe alla sostanza madre di trasferire al solvente (acqua o alcol) parte dell’energia racchiusa in essa; un ulteriore arricchimento delle virtù curative del farmaco sarebbe prodotto dalla cosiddetta dinamizzazione (o succussione) ovvero da un procedimento fisico che aggiungerebbe energia al preparato.

 

LO SCONTRO CON LA MEDICINA TRADIZIONALE

La medicina omeopatica ebbe all’inizio vita difficile all’interno del corpo accademico e i fautori di queste pratiche furono trattati da visionari, da ciarlatani: furono messi alla berlina, perseguitati e processati. Malgrado le critiche e le polemiche sempre più aspre che si svilupparono intorno a queste nuove terapie l’omeopatia continuò a fiorire e diffondersi fra strati sempre più ampi della popolazione. Per capire il motivo di tanto successo verso le nuove pratiche mediche bisogna sapere come procedeva la medicina ufficiale di quel tempo.

Agli inizi del 1800, quando si stava affermando l’omeopatia, veniva ancora praticata una medicina non molto diversa da quella indicata da Ippocrate, medico greco vissuto nel V secolo avanti Cristo. Si trattava di una medicina molto arretrata, basata su sostanze medicamentose per la maggior parte inutili e prive di azione farmacologica attiva, anzi spesso dannose e tossiche. I medici erano in realtà degli stregoni le cui terapie si basavano sulla imposizione delle mani, su riti magici ed esorcismi e su pozioni e intrugli a base degli ingredienti più strampalati come urina e sterco di animali, liquido spermatico e polveri di pietre preziose. Quali fossero gli effetti di questi “farmaci” sulla salute umana è facile immaginare dato che le loro cure tendevano ad accelerare la morte dei pazienti più che a guarirli. Eppure questi sedicenti medici, come era sempre avvenuto in tempi lontani quando a seconda dei casi venivano chiamati santoni, guaritori, sacerdoti o stregoni, rappresentavano una casta molto rispettata e venerata. Uno di loro affermava con convinzione: “Io li curo, Dio li guarisce”; solo negli ultimi cento cinquant’anni farmaci efficaci e cure adeguate hanno sollevato progressivamente il Padreterno dalla pesante incombenza. Gli storici della medicina possono trarci in inganno quando parlano della saggezza degli antichi: sarebbe più corretto parlare della loro ignoranza.

Come abbiamo detto la stragrande maggioranza dei farmaci usati a quel tempo era priva della pur minima azione farmacologia attiva anche se sporadicamente e occasionalmente si ottenevano scoperte non prive di validità, come nel caso della frutta fresca nella cura dello scorbuto, una malattia che colpiva i marinai i quali per lunghi periodi di tempo erano costretti a nutrirsi con cibi conservati. L’importanza di questa scoperta fu colta dall’esploratore britannico James Cook il quale faceva mangiare ai suoi uomini un limone al giorno: in seguito a questa pratica, poi estesa a tutta la flotta britannica, i marinai inglesi furono chiamati limey.

Abbiamo visto che le pratiche mediche consistevano in pozioni e infusi di erbe per lo più rare come la radice di mandragola che si diceva facesse impazzire chi la raccoglieva, le corna di unicorno, un animale che nessuno aveva mai visto (perché in realtà, poi si è saputo, si trattava di resti fossili di balenottera) e la famosa pietra del bezoar che si diceva fosse la lacrima cristallizzata di un cammello morso dal serpente: per poter trarre vantaggio dalle virtù magiche di questa strana pietra bastava che essa fosse posta sul petto del malato. In quella medicina vigeva inoltre il principio della catarsi, ovvero del cambiamento radicale da realizzarsi attraverso la liberazione del corpo dagli umori nocivi per mezzo di salassi, purghe e sostanze emetiche, un procedimento del tutto opposto a quello odierno in cui si cerca di idratare il corpo del malato con trasfusioni e fleboclisi. Eppure nonostante l’uso di tante sostanze nocive alcuni malati guarivano. Come si spiegano questi risultati positivi?

In realtà tutta la storia della medicina fino a tempi molto recenti è caratterizzata dall’effetto placebo: una parola latina che significa “ti farò piacere” ed è rappresentato in pratica da una sostanza che non possiede alcun effetto sul piano fisico/somatico, bensì – ed enorme – su quello psicologico/emotivo. Quando nel Novecento la medicina ha iniziato i primi controlli scientifici sui farmaci si è scoperta la verità: i successi di una determinata cura sul malato spesso erano ottenuti non tanto per l’efficacia del farmaco, quanto per la suggestione che quel trattamento aveva sul paziente, una componente emotiva e psicologica capace di stimolare la naturale forza risanatrice dell’organismo.

Dopo la morte del suo fondatore avvenuta a Parigi a 88 anni compiuti, la medicina omeopatica ha subito alterne vicende: essa ebbe rapida diffusione in tutto il mondo nel corso dell’ Ottocento, a cui seguì un violento scontro con i medici convenzionali quando le grandi scoperte scientifiche permisero di individuare le cause di molte malattie e i conseguenti rimedi fatti di vaccini, antibiotici, analgesici e antinfiammatori. Contemporaneamente la chimica smascherava la “frode” dell’omeopatia.

L’individuazione del cosiddetto numero di Avogadro, ossia il numero di molecole presenti in una determinata quantità di sostanza (la mole), mostrava che dopo la dodicesima diluizione centesimale nel preparato non esisteva più la sostanza di partenza e le diluizioni in alcuni casi potevano arrivare fino alla centesima o duecentesima operazione, che corrisponde ad un grammo di sostanza base in un volume d’acqua pari a quello del lago di Fusine. Così recentemente veniva svelata anche la truffa della cosiddetta memoria dell’acqua ossia di quel fenomeno per il quale, agitando il flacone contenente la soluzione, il principio attivo trasferiva le sue proprietà all’acqua la quale le conservava “in memoria” per manifestarle quando la sostanza originaria a forza di diluizioni spariva del tutto.

Eppure, nonostante l’accusa di agire esclusivamente per effetto placebo dato che nulla vi è nei rimedi da essa indicati, la medicina omeopatica continua a diffondersi e svilupparsi in tutti i Paesi del mondo. Dobbiamo ritenere dei ciarlatani i medici che applicano queste tecniche e degli ingenui i pazienti che vi fanno ricorso?

Che non si tratti solo di semplice suggestione lo dimostrerebbe il fatto che i bambini (anche neonati) rispondono ottimamente alle terapie omeopatiche le quali si sono dimostrate efficaci anche sugli animali di certo insensibili all’effetto placebo.

Nel lontano 1835 al ministro dell’istruzione francese, lo storico François-Pierre Guizot, era stato chiesto di interdire come non scientifica l’omeopatia. Egli in risposta così argomentò: “Se l’omeopatia è una chimera o una metodica priva di valore cadrà da sola, se invece è progresso si espanderà malgrado ogni interdizione”.

 

LA MEDICINA ALTERNATIVA E’ AFFIDABILE?

I farmaci della medicina tradizionale (soprattutto gli antibiotici e i vaccini) sono stati e sono tuttora efficaci anzi, indispensabili, benché il loro effetto sia stato a volte meno lusinghiero di quello che si crede. Fogne, acquedotti, un’alimentazione più sana e il rispetto puntuale delle norme igieniche hanno prodotto un’opera ben più essenziale dei farmaci per la tutela della nostra salute. Non esiste infatti una medicina realmente utile che non sia anche potenzialmente pericolosa: a questo riguardo non si possiedono dati certi, ma secondo uno studio pubblicato su una rivista medica americana più di 10.000 statunitensi ogni anno muoiono in seguito all’assunzione di farmaci.

La verità è che molte delle persone costrette a curarsi con il ricorso ai farmaci lo fanno con molta circospezione, ben sapendo che se da un lato quelle pillole fanno guarire dall’altro non fanno sicuramente bene alla salute. Questo è uno dei motivi per il quale a volte i malati non assumono i farmaci prescritti dai medici. “Dottore perché mi ha cambiato le pillole?” chiese una paziente che, ovviamente a sua insaputa, faceva parte di un esperimento sull’effetto placebo. “Cosa glielo fa pensare?” fu la risposta prudente del medico. “Il fatto che prima quando le buttavo nel water galleggiavano, ora vanno a fondo”.

Ritornando alle medicine alternative alcune persone sono attratte da esse perché dicono: “Almeno non fanno male”. Ma siamo sicuri che le cure eterodosse siano sempre esenti da effetti collaterali? Fra le varie medicine alternative l’agopuntura è sicuramente la meglio studiata dal punto di vista scientifico. Essa, come è noto, è una branca della medicina cinese e consiste nell’inserire aghi in sedi appropriate della cute del paziente. Il suo meccanismo d’azione in parte è stato chiarito dal punto di vista neuro-fisiologico: l’ago causerebbe la liberazione all’interno del sistema nervoso centrale delle endorfine (sostanze simili alla morfina) che funzionerebbero come analgesici naturali (antidolorifici). Secondo alcuni l’agopuntura  agirebbe anche mediante l’induzione di una forma di ipnosi.

Malgrado la grande diffusione fra il pubblico oggi esistono in Italia scarsi controlli legali sugli agopuntori e pertanto la questione della sicurezza non è mai stata esaminata in modo esauriente. Vi sono tuttavia alcuni studi che riportano casi di complicazioni in seguito a questo trattamento quali ad esempio incidenti non gravi come infezioni, svenimenti, piccole lesioni superficiali ed emorragie localizzate. Ma a volte si sono riscontrati anche incidenti gravi come rottura della pleura o lesioni del midollo spinale; è stato registrato perfino un caso mortale in seguito alla perforazione del pericardio.

Gli studi effettuati sull’agopuntura hanno rilevato che si tratta di un procedimento relativamente sicuro quando l’ammalato viene affidato ad uno specialista di buona esperienza e medico di professione, mentre la possibilità di complicazioni anche serie viene segnalata quando i pazienti finiscono nelle mani di agopuntori non competenti.

Anche le piante medicinali non sono del tutto esenti da rischi: prima di utilizzare erbe e foglie per preparare infusi e decotti è indispensabile il rispetto di alcune regole fondamentali come quella di accertarsi che i vegetali non siano inquinati da sostanze velenose, batteri o elementi radioattivi.

Nemmeno l’ipnosi e lo yoga e con esse tutte quelle pratiche che impegnano la mente e il corpo sono assolutamente esenti da pericoli, mentre sicuramente del tutto priva di complicazioni indesiderate è la pranoterapia, cioè la cura con le mani, usate però in modo diverso da quanto avviene nei massaggi. Le mani del pranoterapeuta vengono “imposte” sul corpo del paziente a diretto contatto della parte malata o anche solo avvicinandole ad essa. Taluni sostengono che dalle mani di questi guaritori esca della bio-energia ossia una forma speciale di energia capace di guarire. Ma questa energia è mai stata osservata o rilevata?

Spesso la prova è fornita da foto in cui si osserva un alone luminoso che circonda le mani del pranoterapeuta. Si tratta di foto scattate con tecniche particolari che consistono nel far passare una scarica elettrica in vicinanza dell’oggetto che si sta fotografando. L’elettricità ionizzerebbe l’aria che sta intorno ad esso creando un alone luminoso il quale cambia di colore a seconda del gas che in quel momento si trova nella zona: blu per l’azoto, giallo per l’ossigeno e così via. Questo alone non si vede però solo intorno alle mani del pranoterapeuta ma di qualsiasi altra persona e perfino intorno ad oggetti inanimati come scarpe, bicchieri e chiodi: il che si verifica purché la foto venga scattata con le tecniche adeguate.

Non si sa quanto efficaci siano le mani del pranoterapeuta nella cura di un male; è certo invece il danno che facevano altre mani, quelle che alcuni anni fa erano diventate famose per la capacità di penetrare nel corpo dei malati ed estrarre da esso calcoli, cisti, tumori maligni senza lasciare traccia. Erano le mani dei guaritori filippini, prestigiatori che per un po’ di tempo hanno approfittato della insicurezza e della disperazione di gente malata per spillare danaro, molto danaro. Purtroppo il fenomeno non si è estinto: di recente ci hanno riprovato e proprio qui in Italia. Per fortuna sono stati scoperti e messi in galera dove speriamo ci rimangano.

La medicina alternativa non può intervenire in modo rapido in patologie gravi come il cancro, la tubercolosi, l’AIDS o l’artrite deformante sulle quali in verità anche la medicina ufficiale ha scarsa efficacia e forse proprio per questo motivo alcune persone si affidano a quella alternativa. Una conoscente, affetta da una forma gravissima di tumore al seno, dopo essersi sottoposta ad ogni forma possibile di cura, volle sperimentare anche quella detta “metodo Di Bella” facendosi inviare le medicine dalla Germania perché in Italia ne era vietata la vendita. La donna ne trasse all’inizio effettivamente dei benefici (effetto placebo?) che tuttavia non furono sufficienti a salvarle la vita.

La medicina alternativa e in particolare l’omeopatia si è dimostrata efficace nella sintomatologia a prevalenza psichica ad esempio nella cura dell’ansia, dell’apatia, della agitazione o per la cura di sintomi fisici di lieve entità come la stipsi, il mal di testa. La agopuntura è efficace, a detta di coloro che vi hanno fatto ricorso, nella cura dell’artrosi cervicale o di dolori di origine nervosa localizzati in alcune ben delimitate parti del corpo, per esempio piedi o cosce.

Fra tanti aspetti contraddittori della medicina alternativa ve ne è uno positivo. La medicina moderna, così specializzata e asettica, rinuncia spesso al contatto umano in nome di una tecnologia sempre più perfezionata e questa carenza è profondamente avvertita dai pazienti. La medicina alternativa e in modo particolare l’omeopatia non cura solo la malattia ma anche l’individuo con il quale instaura un rapporto umano meno superficiale e sbrigativo di quello offerto dalla medicina ufficiale. Il malato spesso ha bisogno proprio di questo, cioè di conforto e di attenzione più che di pillole.

Prof. Antonio Vecchia

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