La decrescita

I LIMITI DELLA CRESCITA

Il cosiddetto “sviluppo sostenibile” è una strategia tecnologica e industriale impossibile da realizzarsi: per comprenderne il motivo è necessario spiegare il significato dell’espressione. Pertanto, “sviluppo” significa crescita, mentre “sostenibile” significa durevole nel tempo, ma una crescita durevole nel tempo non è attuabile su un pianeta di dimensioni limitate qual è il nostro. Approfondiamo il concetto.

Un qualsiasi bene di consumo, o anche semplicemente il numero degli abitanti della Terra, che ormai ha raggiunto i sette miliardi di individui, non può crescere indefinitamente. Poiché la superficie delle terre emerse misura un numero ben determinato di kilometri quadrati, essa potrà ospitare solo un numero finito di abitanti. Immaginiamo che questo numero sia di 7 mila miliardi, una cifra evidentemente esagerata, che serve però solo per fare un esempio. Un numero così elevato di persone tutte contemporaneamente presenti sul pianeta significherebbe avere 7 abitanti ogni 100 metri quadrati; oggi Manhattan che è la zona più fittamente popolata del mondo, ne ha 7 ogni 200 mq e Roma 7 ogni 700 mq. Sette mila miliardi di abitanti è un numero di presenze di 1000 volte superiore all’attuale. A prima vista sembrerebbe un valore irraggiungibile ma in verità esso verrebbe ottenuto, al ritmo di crescita attuale, in meno di 600 anni.

È facile calcolare che se la popolazione crescesse al ritmo costante dell’uno per cento all’anno (un ritmo più lento dell’attuale) fra 350 anni essa occuperebbe solo il 4% delle terre emerse e mancherebbero poco più di altrettanti anni al raggiungimento dei 7 mila miliardi previsti dal nostro esempio. Vi sarà un momento in cui il numero dei nati uguaglierà quello dei morti e la crescita demografica si arresterà. Come avverrà questo arresto non si sa, ma avverrà. Un semplice calcolo aritmetico dimostra quindi che lo sviluppo demografico non è sostenibile. Lo stesso discorso vale per un qualsiasi prodotto della terra, per esempio per il petrolio il quale, come tutti sanno, è destinato ad esaurirsi in un tempo più o meno breve.

In conclusione, nessuno sviluppo fondato su risorse finite può essere sostenibile in un mondo finito. Quando si sarà bruciata l’ultima goccia di quello che viene chiamato “oro nero”, l’utilizzo della fondamentale fonte di energia si interromperà, ma anche quando non vi saranno più minerali da estrarre dal sottosuolo, si interromperà lo sviluppo e il benessere che stiamo vivendo. A quel punto cosa faremo?

“Quando finiranno le risorse naturali che ci offre il pianeta, allora penseremo al da farsi”. Così ragiona una larga fascia della popolazione che ha goduto di tutti i privilegi che la natura le ha messo a disposizione. Forse il destino dell’uomo è proprio questo cioè quello di avere una vita breve ma intensa piuttosto che un’esistenza lunga ma insignificante.

 

IL CAMBIAMENTO DI ROTTA

Secondo il parere dell’economista e filosofo Serge Latouche, è necessario un profondo cambiamento di rotta. Il settantenne insegnante di economia dell’Università parigina contrappone la “decrescita” allo sviluppo sostenibile. Sull’argomento egli ha scritto anche un libro dal titolo “Come si esce dalla società dei consumi”.

Il termine “decrescita” racchiude in sé un significato negativo ma in realtà è uno slogan provocatorio che vuole indicare la necessità di una rottura con la società dello sviluppo, ossia con la società attuale che ormai ha come unico obiettivo la crescita per la crescita. Lo studioso francese quindi suggerisce l’avvento di uno stile di vita all’insegna della sobrietà. Se il termine di decrescita può apparire ambiguo, lo si può sostituire con quello di “riflusso” un’espressione che se viene riferita ad un fiume che è straripato con le acque che provocano effetti devastanti sulle zone circostanti, assume un significato positivo. E siccome anche il fiume dell’economia è uscito dagli argini, è assolutamente auspicabile che le sue acque siano fatte rientrare nell’alveo.

L’esistenza degli abitanti del mondo occidentale dagli anni del secondo dopoguerra ad oggi, è stata una festa straordinaria. Io stesso, ad esempio, non ho conosciuto la fame, ho potuto disporre di acqua calda e fredda dal rubinetto, di macchine che permettevano di spostarsi rapidamente e comodamente da un posto all’altro, di elettrodomestici per lavare i panni e le stoviglie senza fatica e di altre macchine ancora, come quella che ho sotto gli occhi, che servono per divertirsi, informarsi e per accedere a tanti altri benefici.

Ora però mi rendo conto che la festa è finita e la società dei consumi di massa e senza limiti è arrivata in fondo al vicolo cieco. La comunità, il cui sviluppo si è fondato sulla crescita e sull’abbondanza mentre si sapeva che i dati fisici, geologi e biologici del pianeta in realtà non le consentivano di proseguire su quella strada, alla fine si è inceppata. È necessario quindi cambiare strada, ma un’alternativa del genere corrisponde a recessione? La fine inevitabile della società dei consumi sarà la fine dell’avventura umana? Continuando ad ingozzarci nella grande abbuffata del consumismo fino a scoppiare rischiamo di andare ad affiancare coloro che muoiono di fame, vittime della nostra ingordigia?

Il destino della nostra società, la cui crescita economica si sviluppa in termini esponenziali, può essere bene illustrato da un indovinello per bambini del poeta francese Jean de La Fontaine (1621-1695) il quale si riferisce ad un’alga verde che invade uno stagno e vi si riproduce con ritmo esponenziale fino a soffocarlo. Noi, per semplificare il concetto, preferiamo raccontare il destino di un laghetto nel quale cresce una ninfea che ogni giorno raddoppia le proprie dimensioni: se potesse svilupparsi liberamente, essa coprirebbe interamente il laghetto in trenta giorni soffocando tutte le altre forme di vita presenti nell’acqua. Ora, se si decidesse di tagliare la pianta allorché è arrivata a coprire la metà dello specchio d’acqua, in quale giorno si dovrebbe intervenire? La risposta è al 29° e quindi vi sarebbe un solo giorno di tempo per salvare il laghetto dalla eutrofizzazione, cioè dall’asfissia totale della vita subacquea.

Per fortuna il nostro tasso di crescita non è del 100 per cento al giorno come quello dell’esempio riportato sopra ma solo del 2 o 3 per cento all’anno, il che colloca il crollo e la fine della società della crescita fra il 2030 e il 2070 secondo quello che già era stato previsto nel lontano 1972 dal famoso primo rapporto del Club di Roma, esposto in un documento intitolato I limiti dello sviluppo. Se fosse vero che la crescita produce meccanicamente il benessere, oggi tutti noi vivremmo in un paradiso, visto che negli ultimi cento anni siamo cresciuti da poco più di un miliardo di individui di inizio secolo ai sette miliardi attuali. La crescita è servita invece solo a gonfiare i profitti, la produzione, i consumi, gli sprechi e il degrado.

È calzante al riguardo anche l’esempio della rana che viene gettata in una pentola d’acqua a 60 °C. Il piccolo anfibio salterà subito fuori con un energico colpo di zampe. Se invece si ponesse la rana nell’acqua fredda che poi venisse riscaldata lentamente fino a portarla a 100 °C, essa resterebbe nell’acqua, all’inizio trovandosi anche bene, poi, sempre più indebolitasi dal calore finirebbe per morire bollita senza accorgersi. Oggi, sette miliardi di rane umane sguazzano nella pentola terrestre dove l’acqua comincia a riscaldarsi pericolosamente, ma pochi si rendono conto del rischio che corrono e molti fanno finta di non accorgersi. Bisogna però fare attenzione perché il fatto che la catastrofe globale che non è mai avvenuta venga considerata come una prova della sua impossibilità a realizzarsi e che si scambi un “non ancora” per un “mai”, potrebbe portare a gravi conseguenze.

Tutti sappiamo che ormai è troppo tardi per porre rimedio ai notevoli danni che l’uomo con il suo agire scriteriato ha prodotto nel mondo. Anche se da un giorno all’altro mettessimo fine a tutto quello che ha causato guasti all’ecosistema e sospendessimo le emissioni a effetto serra, gli inquinamenti e i furti di ogni genere all’ambiente, e quindi, in altre parole, riducessimo la nostra aggressione ai beni della natura fino a ridurli a un livello sostenibile, sarebbe in ogni caso troppo tardi. Avremmo comunque un innalzamento della temperatura di un paio di gradi entro la fine del secolo, quindi fusione di gran parte dei ghiacciai con la conseguenza di kilometri di coste sommerse dalle acque marine, milioni di profughi verso le zone abitabili, scarsità di cibo, penuria di acqua potabile e altri danni ambientali irreparabili.

 

RALLENTARE LA CRESCITA

L’umanità intera si è lasciata suggestionare dalla magia del progresso, della crescita e dello sviluppo cacciandosi inconsapevolmente in un vicolo cieco. Per fortuna l’umanità non è che un’astrazione, ci sono gli uomini e fra di essi gli interessi e le idee sono molto diversi e spesso opposti. Gli anni novanta del secolo scorso si sono conclusi in modo catastrofico per l’economia e l’ambiente. A quel tempo, l’euforia speculativa e finanziaria faceva scrivere sui giornali che l’economia va bene ma la gente sta male, in quanto era in atto una crescita i cui costi per la popolazione erano di gran lunga superiori ai vantaggi a causa dell’aumento vertiginoso del precariato e della disoccupazione. Oggi si può dunque pensare l’inverso, ovvero che se l’economia andasse male le persone potrebbero stare meglio.

Ormai siamo quindi giunti in fondo al vicolo cieco e la catastrofe, se non è già arrivata, è per certo imminente. Anche i responsabili politici dei Paesi più industrializzati sono convinti che sia indispensabile uscire dalla politica ultraliberale e dal produttivismo smodato che ci ha portati in questa situazione. Non è chiaro invece su quale dovrebbe essere la via d’uscita. Alcuni propongono la via paradossale della modernizzazione ovvero suggeriscono di aumentare ulteriormente la causa di quello che ci ha portati alla situazione attuale. Il presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, affermava che la crescita è la soluzione, non il problema. Della stessa idea, dobbiamo convenire, sono molti politici ed economisti, i quali propongono di rendere la crescita più accettabile, dando ad essa un aspetto ecologico e fornendola di codici di buona condotta a base di responsabilità sociale. Così, rimessa a nuovo, fornendo al “popolo bue” un’altra crescita, un altro sviluppo e un’altra economia si fa credere di essere sulla strada giusta per la soluzione del problema. Come diceva un famoso economista: “chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito, o è un cretino o è un economista.”

Ora, se il momento del crollo si avvicina pericolosamente, significa che è giunto il momento della decrescita. Ma chi dovrebbe imporre il cambiamento? I governi dei Paesi più ricchi e industrializzati? Qualche organizzazione internazionale? I singoli cittadini?

L’economista e filosofo francese che si definisce un “obiettore di crescita” osserva che i cambiamenti più importanti, quelli che hanno modificato sul serio il corso della storia non sono stati mai frutto di una decisione imposta dall’alto. Sono stati invece i singoli cittadini a spingere per il cambiamento. Così è stato ad esempio per la rivoluzione culturale del Sessantotto, per l’affermazione dei diritti umani, per l’emancipazione della donna, per le norme nel campo della tutela dei lavoratori e dello stato sociale. Tutti cambiamenti epocali che non erano nell’agenda politica di qualche partito o di qualche organizzazione sindacale. È successo perché i tempi erano maturi e la gente era pronta al rinnovamento e solo in un secondo momento le leggi si sono adeguate ad un contesto sociale nuovo.

Mentre i governi si perdono in parole e buone intenzioni, vi sono piccole comunità e singoli cittadini che si stanno organizzando per ridurre i propri consumi, per arrivare preparati al momento in cui i combustibili fossili si esauriranno. Ci sono persone impegnate a diffondere, fra chi sta a loro vicino, la cultura della decrescita, anche attraverso i comportamenti. Io stesso, ad esempio, ho ridotto di molto l’uso dell’automobile preferendo viaggiare in treno o, per piccoli spostamenti, muovermi a piedi, non posseggo il telefonino, guardo molto poco la televisione, un apparecchio che inquina l’ambiente (poco), e la mente (molto), spengo la luce quando esco da una stanza, tengo al minimo il riscaldamento e consumo solo cibi prodotti in zona. Con ciò dimostro che anche vivendo in Paesi fortemente industrializzati, è possibile decrescere mantenendo un tenore di vita più che accettabile.

È indispensabile puntare alle energie rinnovabili ma non su quei mastodontici impianti solari o sugli enormi parchi eolici che sorgono come funghi in Europa. Questi mega-impianti generano energia che poi necessita di essere portata lontano dalla zona di produzione. L’aspetto positivo delle energie rinnovabili sta invece nel localismo, ossia nella possibilità di rendere indipendente dalla rete elettrica un singolo fabbricato o un piccolo villaggio. Ogni area del mondo ha una sua propria risorsa energetica da sfruttare: che sia il sole, il vento, l’acqua del torrente che scorre in vicinanza, le biomasse o altro.

Abbiamo visto che ormai è diventato urgente non solo fermare lo sviluppo (sostenibile o meno) e quindi tornare indietro. Naturalmente non si tratta di far decrescere tutto. Tutti noi vogliamo che cresca la gioia di vivere, la qualità dell’aria e dell’acqua e il benessere che la società dei consumi finora ha distribuito. È desiderabile che venga fermata non la crescita in quanto tale, ma l’economia della crescita, ovvero quel fenomeno di stampo capitalistico che ci induce a voler diventare più ricchi non per migliorare le condizioni di vita, ma unicamente per garantire la sopravvivenza del sistema stesso. In altre parole, la crescita intesa non come un mezzo, ma come un fine. Negli anni del boom economico, il modello dei consumi esagerati ha avuto un senso perché di fatto ha generato benessere per molte persone e per una vasta classe sociale. Ma oggi quel modello sta distruggendo lo stesso stato sociale che i nostri genitori avevano conquistato con tanta fatica.

Una buona fonte di energia potrebbe essere anche il risparmio. Nella città in cui vivo sarebbe possibile ridurre della metà il consumo energetico abbassando il riscaldamento negli uffici pubblici e nelle scuole in cui si tengono le finestre aperte perché è eccessiva la temperatura generata dai caloriferi o spegnendo la luce negli ambienti illuminati dal sole. Non si tratta di rinunciare all’indispensabile. I grandi magazzini sono pieni di ogni genere di prodotti che sono acquistati da persone che hanno le case piene di tutto il necessario, e forse anche qualcosa di più.

Il passaggio dalla società dei consumi a quella della decrescita non sarà né facile né immediato, ma continuerà invece a crescere e ad aumentare il volume d’affari e dei profitti delle imprese. La fine dell’economia capitalistica non coinciderà né con la crisi economica e finanziaria e nemmeno con la fine del petrolio. La scarsità del petrolio non nuocerà alle imprese petrolifere, anzi al contrario.

La società di sobrietà liberamente scelta, proposta dal movimento degli obiettori di crescita, vorrà dire lavorare di meno per vivere meglio, consumare meno ma meglio, produrre meno rifiuti, riciclare di più. In altre parole, inventare la felicità nella vita in comune piuttosto che nell’accumulazione frenetica di beni materiali.

Prof. Antonio Vecchia

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