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LA
DECRESCITA 1. I LIMITI DELLA
CRESCITA
Un qualsiasi bene di consumo, o anche semplicemente il numero degli
abitanti della Terra, che ormai ha raggiunto i sette miliardi di individui, non
può crescere indefinitamente. Poiché la superficie delle terre emerse misura
un numero ben determinato di kilometri quadrati, essa potrà ospitare solo un
numero finito di abitanti. Immaginiamo che questo numero sia di 7 mila miliardi,
una cifra evidentemente esagerata, che serve però solo per fare un esempio. Un
numero così elevato di persone tutte contemporaneamente presenti sul pianeta
significherebbe avere 7 abitanti ogni
È facile calcolare che se la popolazione crescesse al ritmo costante
dell’uno per cento all’anno (un ritmo più lento dell’attuale) fra 350
anni essa occuperebbe solo il 4% delle terre emerse e mancherebbero poco più di
altrettanti anni al raggiungimento dei 7 mila miliardi previsti dal nostro
esempio. Vi sarà un momento in cui il numero dei nati uguaglierà quello dei
morti e la crescita demografica si arresterà. Come avverrà questo arresto non
si sa, ma avverrà. Un semplice calcolo aritmetico dimostra quindi che lo
sviluppo demografico non è sostenibile. Lo stesso discorso vale per un
qualsiasi prodotto della terra, per esempio per il petrolio il quale, come tutti
sanno, è destinato ad esaurirsi in un tempo più o meno breve.
In conclusione, nessuno sviluppo fondato su risorse finite può essere
sostenibile in un mondo finito. Quando si sarà bruciata l’ultima goccia di
quello che viene chiamato “oro nero”, l’utilizzo della fondamentale fonte
di energia si interromperà, ma anche quando non vi saranno più minerali da
estrarre dal sottosuolo, si interromperà lo sviluppo e il benessere che stiamo
vivendo. A quel punto cosa faremo?
“Quando finiranno le risorse
naturali che ci offre il pianeta, allora penseremo al da farsi”. Così
ragiona una larga fascia della popolazione che ha goduto di tutti i privilegi
che la natura le ha messo a disposizione. Forse il destino dell’uomo è
proprio questo cioè quello di avere una vita breve ma intensa piuttosto che
un’esistenza lunga ma insignificante. 2. IL CAMBIAMENTO DI ROTTA
Il termine “decrescita” racchiude in sé un significato negativo ma
in realtà è uno slogan provocatorio che vuole indicare la necessità di una
rottura con la società dello sviluppo, ossia con la società attuale che ormai
ha come unico obiettivo la crescita per la crescita. Lo studioso francese quindi
suggerisce l’avvento di uno stile di vita all’insegna della sobrietà. Se il
termine di decrescita può apparire ambiguo, lo si può sostituire con quello di
“riflusso” un’espressione che se viene riferita ad un fiume che è
straripato con le acque che provocano effetti devastanti sulle zone circostanti,
assume un significato positivo. E siccome anche il fiume dell’economia è
uscito dagli argini, è assolutamente auspicabile che le sue acque siano fatte
rientrare nell’alveo.
L’esistenza degli abitanti del mondo occidentale dagli anni del secondo
dopoguerra ad oggi, è stata una festa straordinaria. Io stesso, ad esempio, non
ho conosciuto la fame, ho potuto disporre di acqua calda e fredda dal rubinetto,
di macchine che permettevano di spostarsi rapidamente e comodamente da un posto
all’altro, di elettrodomestici per lavare i panni e le stoviglie senza fatica
e di altre macchine ancora, come quella che ho sotto gli occhi, che servono per
divertirsi, informarsi e per accedere a tanti altri benefici.
Ora però mi rendo conto che la festa è finita e la società dei consumi
di massa e senza limiti è arrivata in fondo al vicolo cieco. La comunità, il
cui sviluppo si è fondato sulla crescita e sull’abbondanza mentre si sapeva
che i dati fisici, geologi e biologici del pianeta in realtà non le
consentivano di proseguire su quella strada, alla fine si è inceppata. È
necessario quindi cambiare strada, ma un’alternativa del genere corrisponde a
recessione? La fine inevitabile della società dei consumi sarà la fine
dell’avventura umana? Continuando ad ingozzarci nella grande abbuffata del
consumismo fino a scoppiare rischiamo di andare ad affiancare coloro che muoiono
di fame, vittime della nostra ingordigia?
Il destino della nostra società, la cui crescita economica si sviluppa in
termini esponenziali, può essere bene illustrato da un indovinello per bambini
del poeta francese Jean de
Per fortuna il nostro tasso di crescita non è del 100 per cento al
giorno come quello dell’esempio riportato sopra ma solo del 2 o 3 per cento
all’anno, il che colloca il crollo e la fine della società della crescita fra
il 2030 e il 2070 secondo quello che già era stato previsto nel lontano 1972
dal famoso primo rapporto del Club di Roma, esposto in un documento intitolato I
limiti dello sviluppo. Se fosse vero che la crescita produce meccanicamente
il benessere, oggi tutti noi vivremmo in un paradiso, visto che negli ultimi
cento anni siamo cresciuti da poco più di un miliardo di individui di inizio
secolo ai sette miliardi attuali. La crescita è servita invece solo a gonfiare
i profitti, la produzione, i consumi, gli sprechi e il degrado.
È calzante al riguardo anche l’esempio della rana che viene
gettata in una pentola d’acqua a
Tutti sappiamo che ormai è troppo tardi per porre rimedio ai notevoli
danni che l’uomo con il suo agire scriteriato ha prodotto nel mondo. Anche se
da un giorno all’altro mettessimo fine a tutto quello che ha causato guasti
all’ecosistema e sospendessimo le emissioni a effetto serra, gli inquinamenti
e i furti di ogni genere all’ambiente, e quindi, in altre parole, riducessimo
la nostra aggressione ai beni della natura fino a ridurli a un livello
sostenibile, sarebbe in ogni caso troppo tardi. Avremmo comunque un innalzamento
della temperatura di un paio di gradi entro la fine del secolo, quindi fusione
di gran parte dei ghiacciai con la conseguenza di kilometri di coste sommerse
dalle acque marine, milioni di profughi verso le zone abitabili, scarsità di
cibo, penuria di acqua potabile e altri danni ambientali irreparabili. 3. RALLENTARE
Ormai siamo quindi giunti in fondo al vicolo cieco e la catastrofe, se
non è già arrivata, è per certo imminente. Anche i responsabili politici dei
Paesi più industrializzati sono convinti che sia indispensabile uscire dalla
politica ultraliberale e dal produttivismo smodato che ci ha portati in questa
situazione. Non è chiaro invece su quale dovrebbe essere la via d’uscita.
Alcuni propongono la via paradossale della modernizzazione ovvero suggeriscono
di aumentare ulteriormente la causa di quello che ci ha portati alla situazione
attuale. Il presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, affermava che la
crescita è la soluzione, non il problema. Della stessa idea, dobbiamo
convenire, sono molti politici ed economisti, i quali propongono di rendere la
crescita più accettabile, dando ad essa un aspetto ecologico e fornendola di
codici di buona condotta a base di responsabilità sociale. Così, rimessa a
nuovo, fornendo al “popolo bue” un’altra crescita, un altro sviluppo e
un’altra economia si fa credere di essere sulla strada giusta per la soluzione
del problema. Come diceva un famoso economista: “chi crede che una crescita
esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito, o è un cretino
o è un economista.”
Ora, se il momento del crollo si avvicina pericolosamente, significa che
è giunto il momento della decrescita. Ma chi dovrebbe imporre il cambiamento? I
governi dei Paesi più ricchi e industrializzati? Qualche organizzazione
internazionale? I singoli cittadini?
L’economista e filosofo francese che si definisce un “obiettore di
crescita” osserva che i cambiamenti più importanti, quelli che hanno
modificato sul serio il corso della storia non sono stati mai frutto di una
decisione imposta dall’alto. Sono stati invece i singoli cittadini a spingere
per il cambiamento. Così è stato ad esempio per la rivoluzione culturale del
Sessantotto, per l’affermazione dei diritti umani, per l’emancipazione
della donna, per le norme nel campo della tutela dei lavoratori e dello stato
sociale. Tutti cambiamenti epocali che non erano nell’agenda politica di
qualche partito o di qualche organizzazione sindacale. È successo perché i
tempi erano maturi e la gente era pronta al rinnovamento e solo in un secondo
momento le leggi si sono adeguate ad un contesto sociale nuovo.
Mentre i governi si perdono in parole e buone intenzioni, vi sono piccole
comunità e singoli cittadini che si stanno organizzando per ridurre i propri
consumi, per arrivare preparati al momento in cui i combustibili fossili si
esauriranno. Ci sono persone impegnate a diffondere, fra chi sta a loro vicino,
la cultura della decrescita, anche attraverso i comportamenti. Io stesso, ad
esempio, ho ridotto di molto l’uso dell’automobile preferendo viaggiare in
treno o, per piccoli spostamenti, muovermi a piedi, non posseggo il telefonino,
guardo molto poco la televisione, un apparecchio che inquina l’ambiente
(poco), e la mente (molto), spengo la luce quando esco da una stanza, tengo al
minimo il riscaldamento e consumo solo cibi prodotti in zona. Con ciò dimostro
che anche vivendo in Paesi fortemente industrializzati, è possibile decrescere
mantenendo un tenore di vita più che accettabile.
È indispensabile puntare alle energie rinnovabili ma non su quei
mastodontici impianti solari o sugli enormi parchi eolici che sorgono come
funghi in Europa. Questi mega-impianti generano energia che poi necessita di
essere portata lontano dalla zona di produzione. L’aspetto positivo delle
energie rinnovabili sta invece nel localismo, ossia nella possibilità di
rendere indipendente dalla rete elettrica un singolo fabbricato o un piccolo
villaggio. Ogni area del mondo ha una sua propria risorsa energetica da
sfruttare: che sia il sole, il vento, l’acqua del torrente che scorre in
vicinanza, le biomasse o altro.
Abbiamo visto che ormai è diventato urgente non solo fermare lo sviluppo
(sostenibile o meno) e quindi tornare indietro. Naturalmente non si tratta di
far decrescere tutto. Tutti noi vogliamo che cresca la gioia di vivere, la
qualità dell’aria e dell’acqua e il benessere che la società dei consumi
finora ha distribuito. È desiderabile che venga fermata non la crescita in
quanto tale, ma l’economia della crescita, ovvero quel fenomeno di stampo
capitalistico che ci induce a voler diventare più ricchi non per migliorare le
condizioni di vita, ma unicamente per garantire la sopravvivenza del sistema
stesso. In altre parole, la crescita intesa non come un mezzo, ma come un fine.
Negli anni del boom economico, il modello dei consumi esagerati ha avuto un senso
perché di fatto ha generato benessere per molte persone e per una vasta classe
sociale. Ma oggi quel modello sta distruggendo lo stesso stato sociale che i
nostri genitori avevano conquistato con tanta fatica.
Una buona fonte di energia potrebbe essere anche il risparmio. Nella città
in cui vivo sarebbe possibile ridurre della metà il consumo energetico
abbassando il riscaldamento negli uffici pubblici e nelle scuole in cui si
tengono le finestre aperte perché è eccessiva la temperatura generata dai
caloriferi o spegnendo la luce negli ambienti illuminati dal sole. Non si tratta
di rinunciare all’indispensabile. I grandi magazzini sono pieni di ogni genere
di prodotti che sono acquistati da persone che hanno le case piene di tutto il
necessario, e forse anche qualcosa di più.
Il passaggio dalla società dei consumi a quella della decrescita non sarà
né facile né immediato, ma continuerà invece a crescere e ad aumentare il
volume d’affari e dei profitti delle imprese. La fine dell’economia
capitalistica non coinciderà né con la crisi economica e finanziaria e nemmeno
con la fine del petrolio. La scarsità del petrolio non nuocerà alle imprese
petrolifere, anzi al contrario.
La società di sobrietà liberamente scelta, proposta dal movimento degli
obiettori di crescita, vorrà dire lavorare di meno per vivere meglio, consumare
meno ma meglio, produrre meno rifiuti, riciclare di più. In altre parole,
inventare la felicità nella vita in comune piuttosto che nell’accumulazione
frenetica di beni materiali. |
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