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IL
BUCO DELL’OZONO Nel
1985 un gruppo di scienziati britannici pubblicò i risultati di una serie di
misurazioni, da loro stessi effettuate, sull’atmosfera sovrastante
l’Antartide. Le misure si erano protratte per otto anni, dal 1977 al 1984, e
si riferivano alla quantità di ozono (forma allotropica dell’ossigeno)
interno alla massa d’aria, detta stratosfera, che si estende fra i 15 e i 40
km di altezza. In essa vi è una zona chiamata appunto ozonosfera in cui è
massima la concentrazione di questo gas e funziona come uno schermo protettivo
che assorbe la nociva radiazione ultravioletta che proviene dal Sole,
eliminandola da quella complessiva che arriva a terra. Anche se elevata rispetto
al resto, la quantità di ozono presente nell’ozonosfera è in realtà poca
cosa e, se portata al livello del suolo (dove la pressione atmosferica è
maggiore che alle alte quote), formerebbe solo uno straterello che non
riuscirebbe a superare l’altezza delle suole delle scarpe. Nonostante la sua
bassa concentrazione l’ozono influisce però profondamente sulla vita della
Terra perché assorbe una radiazione che in piccole dosi ci abbronza e ci
fornisce l’energia necessaria per la sintesi della vitamina D, ma in dosi più
elevate provoca tumori della pelle e gravi danni agli occhi. Ebbene,
i dati raccolti dal gruppo di scienziati inglesi mostravano che all’inizio
della primavera antartica (cioè alla fine di settembre, primi di ottobre del
nostro emisfero),
quando il Sole riappariva all’orizzonte dopo la lunga notte australe, la
quantità di ozono nell’alta atmosfera si riduceva drasticamente per poi
tornare ai livelli normali nel giro di un mese. La scoperta venne in seguito
confermata dall’analisi dei dati registrati dai satelliti negli anni
precedenti a queste ultime rilevazioni, che delineavano una situazione ancora più
preoccupante di quella che si poteva ricavare dalle misure effettuate a terra.
Seguendo il fenomeno nel corso del tempo, si era infatti notato che il difetto
si era andato aggravando di anno in anno. Non solo, ma mentre nei primi
rilevamenti era necessario un mese per il recupero dei livelli ordinari,
successivamente si doveva attendere l’estate per il ripristino totale dello
strato di ozono. Con
il ritorno del Sole sopra il polo Sud si assisteva quindi ad un forte
assottigliamento di questo prezioso strato gassoso che in alcuni anni
raggiungeva il 50% del totale. Si parlò allora di “buco dell’ozono” anche
se in realtà non si trattava di un vero e proprio buco, però la riduzione
dello schermo protettivo era troppo importante per non richiedere uno studio
approfondito. 1. OZONO:
OSSIGENO TRIATOMICO Prima
di analizzare il fenomeno del buco dell’ozono ed esaminare le conseguenze che
la carenza di questo gas nell’alta atmosfera comporterebbe sugli esseri
viventi, occorre capire meglio cosa sia l’ozono e come si formi. L’ozono
(da un verbo greco che significa “odorare”) è, come abbiamo accennato, una
forma particolare di ossigeno: è ossigeno triatomico, ossia un gas le cui
molecole, invece che essere formate da due soli atomi uniti insieme com’è in
quello che respiriamo, è formato da tre. La formula chimica dell’ozono è
quindi O3 mentre quella dell’ossigeno ordinario è O2.
Questo gas è conosciuto fin dall’antichità; ne parla infatti Omero
nell’Iliade quando racconta che il temporale lascia dietro di sé un
caratteristico odore pungente. Nel 1786 la presenza di un odore agliaceo in
vicinanza di macchine elettrostatiche (lo si nota anche in occasione delle fiere
paesane dove il funzionamento di alcune giostre produce scariche elettriche) fu
confermata e riconosciuta come dovuta a un nuovo gas a cui fu dato il nome di
ozono. La vera natura di questa sostanza e la sua formula chimica fu tuttavia
accertata solo in tempi relativamente recenti. La
particolare struttura della molecola di ozono rende questo gas adatto a
catturare la maggior parte delle radiazioni ultraviolette che giungono dal Sole.
La radiazione solare, come sappiamo, è ricca di raggi ultravioletti di bassa
lunghezza d’onda e quindi di alta energia e l’ozono, assorbendoli, impedisce
che una radiazione tanto pericolosa per noi, ma anche per tutti gli altri esseri
viventi, raggiunga la superficie della Terra. Nella stratosfera avvengono
reazioni chimiche molto complesse che provocano una continua costruzione e
demolizione di molecole di ozono. Il risultato netto di questi due processi
contrapposti è che la quantità di ozono si stabilizza in uno stato di
equilibrio dinamico nel quale la velocità di formazione delle molecole
corrisponde esattamente alla velocità di distruzione delle stesse. Sono quindi
sempre le radiazioni ultraviolette che prima creano l’ozono e poi vengono da
esso assorbite, e questo assorbimento determina la sottrazione dalla molecola di
quel gas dell’atomo che in precedenza era stato aggiunto all’ossigeno
ordinario. Semplificando
i numerosi processi chimici che avvengono nell’alta atmosfera, possiamo fare
iniziare le reazioni che conducono alla formazione dell’ozono da una molecola
di ossigeno ordinario che, colpita dai raggi ultravioletti, si spezza, liberando
i due atomi che la costituiscono. Questi due atomi di ossigeno libero sono
altamente reattivi e immediatamente si legano ad altrettante molecole di O2
formando due molecole di O3. Le molecole di ozono così
ottenute assorbono radiazioni ultraviolette di lunghezza d’onda un po’
maggiore (quindi di energia un po’ minore) di quelle che hanno determinato
inizialmente la rottura delle molecole di ossigeno e vengono nuovamente
dissociate nei loro componenti (O2 e O). L’atomo di ossigeno, così
liberato, si unisce ad un’altra molecola di ossigeno intatta formando di nuovo
ozono. Con una serie di reazioni successive l’ozono viene quindi generato,
distrutto e rigenerato, sempre ad opera di radiazioni ultraviolette, in una
dinamica continua di associazione e dissociazione fino a quando un atomo di
ossigeno non incontra un altro atomo di ossigeno libero col quale formare una
molecola di O2 stabile. L’energia
contenuta nei raggi ultravioletti viene quindi utilizzata per spezzare sia le
molecole di ossigeno sia quelle di ozono con reazioni che producono calore che
si disperde nell’ambiente circostante: l’ozonosfera infatti è una fascia
eccezionalmente calda immersa nella fredda stratosfera. Grazie all’ozono, come
abbiamo detto, solo una piccolissima frazione delle radiazioni ultraviolette è in grado di raggiungere la superficie terrestre. Esse tuttavia possono
risultare pericolose anche in proporzioni ridotte soprattutto sulle persone di
carnagione chiara, le quali sanno bene che devono esporsi ai raggi del Sole con
molta cautela. Naturalmente i guai diventerebbero molto più seri per queste
persone, ma anche per tutte le altre, qualora lo strato di ozono dovesse ridursi
oltre che al polo Sud anche alle medie latitudini densamente abitate. Si è
calcolato che una diminuzione di un sol punto percentuale del contenuto di ozono
nell’atmosfera comporterebbe un aumento medio del due per cento
dell’intensità della radiazione ultravioletta che raggiunge il suolo. Senza
l’effetto filtrante dello strato di ozono la Terra sarebbe probabilmente
inabitabile: le piante si seccherebbero, gli animali, uomo compreso, sarebbero
colpiti da bruciature, cancro della pelle e cecità e gli oceani si
riscalderebbero al punto da rendere impossibile ogni forma di vita. 2. LE CAUSE
DEL BUCO E’
normale la variazione della concentrazione dell’ozono stratosferico
riscontrata nelle misurazioni effettuate in Antartide? Secondo alcuni sì,
secondo altri no. Alcuni
scienziati ritengono che il buco dell’ozono sia un fenomeno del tutto naturale
legato alle particolari condizioni meteorologiche delle zone polari. Questo
convincimento deriva dall’osservazione che la diminuzione della quantità di
questo gas nella stratosfera non è stata costante nel tempo, ma ha subito
mutamenti negli anni senza che fosse preso alcun provvedimento sugli elementi
che potrebbero essere la causa del suo assottigliamento. Nel 1987, ad esempio,
la diminuzione dell’ozono fu quasi del 50 per cento, mentre un anno più tardi
calò inspiegabilmente al 15 per cento. Come mai? Erano sbagliate le misure? In
realtà si è scoperto che sopra l’Antartide la circolazione atmosferica è
organizzata come un gigantesco vortice: vi è cioè una massa d’aria isolata
dal resto dell’atmosfera che circola, per gran parte dell’anno, intorno al
polo australe. Nella tarda primavera, però, il vortice si rompe permettendo un
rapido afflusso di aria ricca di ozono proveniente dalle zone tropicali.
Quest’aria che viene da nord è più ricca di ozono perché nelle zone calde
la formazione di questo gas è favorita dalla radiazione solare più intensa. Lo
spostamento si verifica quindi in conseguenza del fatto che l’aria
stratosferica tende a migrare spontaneamente dalle grandi altezze sovrastanti i
tropici, dove si forma abbondante ozono, verso altezze minori delle regioni
polari dove si va accumulando il gas di recente formazione. Prima
di questo salutare arricchimento di ozono nella zona mediana della stratosfera
antartica la sua quantità era diminuita per l’arrivo di aria proveniente dal
basso. Con il ritorno del Sole al Polo Sud, il suolo si riscalda e con esso si
riscalda anche l’aria sovrastante. Questa aria è povera di ozono e, divenuta
meno densa in seguito al riscaldamento, comincia a salire fino a raggiungere la
stratosfera dove non solo va a diluire lo strato ricco di ozono presente in quel
luogo, ma lo sposta anche lateralmente. Fenomeni simili in cui correnti
d’aria, provocate da variazioni termiche, salgono e scendono all’interno
dell’atmosfera sono normali e avvengono a tutte le latitudini. I
processi dinamici che spostano masse d’aria da una zona all’altra del globo
non distruggono l’ozono, ma semplicemente lo ridistribuiscono e quindi è
naturale che questa teoria sia più rassicurante di quella che concerne
alcune sostanze prodotte dall’uomo. La teoria dello spostamento delle masse
d’aria tuttavia ha un difetto: non riesce a spiegare la causa del progressivo
aggravamento del fenomeno e il sempre più faticoso recupero dei livelli normali
dell’ozono stratosferico. Vi
è, di contro, un numero molto consistente di scienziati che ritiene il fenomeno
del buco dell’ozono di origine umana, ossia causato da sostanze inquinanti
immesse nell’atmosfera dall’uomo, prime fra tutte i tanto discussi
clorofluorocarburi (CFC). I
primi allarmi sul pericolo potenziale di un depauperamento dell’ozono
stratosferico vennero lanciati negli anni ’70 del secolo passato, quando si
cominciarono a costruire i primi aerei supersonici. Gli scienziati avvertirono
che i motori di questi aerei tanto potenti avrebbero scaricato grosse quantità
di ossidi di azoto direttamente nella stratosfera dove avrebbero dovuto volare e
le conseguenze sarebbero state molto gravi. Quando un motore brucia benzina, il
grandissimo calore che si sviluppa all’interno dei cilindri, fa sì che una
parte dell’azoto, immesso con l’aria per garantire la combustione, si
combini con l’ossigeno che non ha preso parte alla reazione, formando
monossido di azoto (NO). Si tratta di un gas incolore e leggermente tossico, il
quale tuttavia, se rimanesse nell’aria così com’è, non arrecherebbe molto
danno alla salute. Questo
gas, invece, all’aria aperta, reagisce con l’ossigeno e si trasforma in
diossido di azoto (NO2), un composto di colore bruno rossastro e
molto tossico. Il diossido di azoto ha la proprietà di assorbire i raggi
ultravioletti di origine solare che gli “rubano” un atomo di ossigeno
ripristinando l’ossido di azoto. A questo punto l’atomo di ossigeno libero,
altamente reattivo, si unisce ad una comune molecola biatomica di ossigeno
ordinario dando origine alla molecola triatomica di ozono. L’ozono
si forma quindi anche al livello del suolo, per il notevole traffico
automobilistico, ma in questo caso non si tratta di un fatto positivo. L’ozono
presente al suolo è un pericolo per la salute, soprattutto perché dannoso per
l’apparato respiratorio, ma anche perché produce emicrania, nausea e altri
disturbi del sistema nervoso. Come si vede, facciamo le cose al contrario,
immettiamo ozono nella bassa atmosfera dove è dannoso alla salute e lo
distruggiamo là dove invece è indispensabile. Né c’è da illudersi che
l'incremento di ozono prodotto al livello del suolo dalle autovetture possa
raggiungere l’alta atmosfera per reintegrare le perdite: la molecola di ozono
infatti è estremamente instabile e a contatto con i corpi solidi si spezza. Tornando
agli aerei di linea supersonici (tipo Concorde per intenderci) si era calcolato
che una flotta di 500 di questi aerei, volando ad un’altezza di 20.000 metri
(il doppio dell’altezza a cui viaggiano i normali aerei di linea), in cinque
anni avrebbe distrutto il 15% dell’ozono della stratosfera. Nonostante
l’allarme lanciato dagli scienziati alcune nazioni come Francia, Inghilterra
ed Unione Sovietica portarono avanti i loro programmi immettendo i nuovi aerei
in circolazione. Fortunatamente studi successivi appurarono che gli aerei più
piccoli producono ozono, proprio come fanno le automobili al livello della
superficie terrestre e che questa parte di ozono raggiunge la stratosfera
reintegrando così le perdite causate dai grossi aerei. In tempi recenti, la
produzione degli aerei supersonici è stata interrotta, ma non per le
motivazioni segnalate dagli scienziati. 3. IL
PROBLEMA DEI CFC Scampato
il pericolo degli aerei supersonici, la minaccia allo strato di ozono veniva ora
individuata nei clorofluorocarburi e si trattava in questo caso di una minaccia
molto seria. I clorofluorocarburi sono dei composti sintetizzati per la prima
volta nel 1930 dall’americano Thomas Midgley e rappresentarono, a quel tempo,
un vero successo industriale per le loro particolari caratteristiche. Questi
composti infatti sono stabili e inerti, non sono tossici, non sono infiammabili,
ed è facile liquefarli per poi farli tornare alla stato gassoso: il che li rende
utilizzabili per raffreddare gli ambienti. Dopo la seconda guerra mondiale, il
capostipite della famiglia, il CFC-12, venne utilizzato in modo massiccio nella
costruzione dei frigoriferi e per tale motivo assunse il nome commerciale di
Freon. Il
Freon viene compresso da un congegno posto all’esterno del frigorifero fino a
renderlo liquido; questa operazione genera calore che si disperde
nell’ambiente esterno. Il liquido viene quindi introdotto nella cella
frigorifera dove trova un apposito ampio contenitore entro il quale ha spazio
sufficiente per espandersi e ritornare allo stato gassoso. Il gas, espandendosi,
si raffredda e con esso si raffredda l’interno del frigorifero. Quindi il
Freon gassoso viene rinviato al compressore esterno e il ciclo ricomincia. La sicurezza
nell’uso di questo gas sta proprio nella stabilità della molecola che nessun
reagente chimico è in grado di scomporre. Il suo utilizzo nei frigoriferi
derivava dal fatto che anche eventuali piccole perdite non avrebbero avvelenato
i cibi. In precedenza il liquido refrigerante più usato in questi
elettrodomestici era l’ammoniaca la quale è un composto molto tossico e di
odore sgradevole. Il Freon viene anche usato nei condizionatori d’aria,
compresi quelli montati sulle automobili, dove svolge lo stesso ruolo che nei
frigoriferi. Quando
l’inventore di questo eccezionale prodotto lo presentò al pubblico, per
dimostrare la non pericolosità della sostanza, ne aspirò i vapori che poi
espirò lentamente, attraverso il naso, su una candela accesa spegnendola. Non
è la prima volta che un prodotto inventato dall’uomo si dimostra all’inizio
del tutto innocuo e ricco di pregi e solo in un secondo tempo evidenzia i suoi
difetti. Capitò la stessa cosa con il DDT un insetticida che all’inizio fu
accolto con entusiasmo per la sua azione decisa e infallibile sui parassiti, ma
che successivamente dovette essere ritirato dal mercato perché si rivelò
pericoloso per la salute dell’uomo. Nel
corso degli anni la famiglia dei CFC si arricchì sempre di più e con essa si
allargarono gli usi di questi prodotti. Il CFC-11 si rivelò adatto alla
costruzione di isolanti termici molto usati nelle abitazioni e, insieme al
capostipite CFC-12, fu inpiegato come propellente nelle bombolette spray. Il CFC-13 è un
solvente impiegato nell’industria elettronica per rimuovere minuscole impurità
dalle piastrine di silicio. Paradossalmente
proprio la mancanza di reattività rende i clorofluorocarburi
potenzialmente pericolosi per l’ozono della stratosfera. A causa della loro
stabilità questi composti hanno infatti vita lunghissima che si stima fra i 75
e i 100 anni, e quindi hanno tutto il tempo, una volta usciti dai vecchi
frigoriferi o dalle bombolette spray, di disperdersi nell’ambiente e salire,
grazie alla loro bassa densità, fino a raggiungere le quote più alte
dell’atmosfera. Qui i raggi ultravioletti ne spezzano le molecole liberando
l’atomo di cloro il quale dà inizio ad una serie di reazioni che terminano
con la scomposizione delle molecole di ozono. L’atomo
di cloro sottrae un atomo di ossigeno dalla molecola di ozono riducendola ad
ossigeno molecolare O2 che non è più in grado di bloccare le
radiazioni ultraviolette. Il cloro, dopo aver catturato un atomo di ossigeno, lo
cede ad un altro atomo di ossigeno ritornando quindi libero di aggredire
un'altra molecola di ozono. La reazione può ripetersi molte volte fino a
distruggere con un solo atomo di cloro fino a 30 o 40 mila molecole di ozono.
Anche in piccole dosi i clorofluorocarburi sono quindi pericolosi. Ma questi
prodotti, presenti nell’atmosfera, attualmente non sono più in piccole dosi:
ormai se ne sono accumulate milioni di tonnellate. E anche se si decidesse di
interrompere istantaneamente la produzione e l’uso dei CFC, cosa fra l’altro
prevista da accordi internazionali per l’inizio del nuovo secolo, l’ozono
continuerebbe a diminuire perché, come abbiamo detto, i clorofluorocarburi
hanno vita lunghissima tanto che per ripristinare le condizione di partenza ci
vorrebbe più di un secolo di pulizia. 4. LA
SOLUZIONE DEL PROBLEMA Molti
dei danni causati da sostanze prodotte dall’uomo sono, almeno in linea
teorica, eliminabili con opportuni accorgimenti di natura tecnologica e quindi
in pratica riducibili a livelli piuttosto bassi, grazie a modifiche dei processi
produttivi e di utilizzo. La cosa deve valere, ovviamente, anche per i CFC. Ora,
però, prima di accennare a eventuali interventi sulle cause che lo distruggono
cerchiamo di capire bene come si accumula l’ozono sopra l’Antartide, dopo che
la quantità di questo gas si è ridotta per l’azione inquinante dell’uomo. Abbiamo
visto che la radiazione solare è indispensabile per mettere in moto le reazioni
che conducono alla formazione dell’ozono. Ebbene, la radiazione solare più
intensa si trova sopra i Tropici e a notevole altezza, ma le concentrazioni
maggiori di questo gas si registrano sopra i Poli e nella zona mediana della
stratosfera. Come mai? Sembra
che il trasferimento di ozono dai Tropici dove viene prodotto ai Poli dove si
accumula avvenga, come abbiamo accennato in precedenza, in seguito a particolari
tempeste stratosferiche che rimescolano l’aria delle zone polari con quella
delle zone equatoriali. Si è notato però che la distruzione dell’ozono,
causata molto probabilmente dai CFC, si verifica sopra il Polo Sud e non da
altre parti. Come mai, ad esempio, non avviene la stessa cosa sopra il polo Nord
dove esisterebbero delle condizioni meteorologiche molto simili a quelle che si
possono osservare sopra l’Antartide? Nell’emisfero Nord del pianeta,
oltretutto, vengono prodotti e liberati nell’atmosfera molti più prodotti
inquinanti che nell’emisfero Sud meno abitato e meno industrializzato e allora
come è possibile che i danni maggiori allo strato di ozono si riscontrino a Sud
e non a Nord? Gli
scienziati hanno cercato di dare una spiegazione del fatto. Essi ritengono che
le reazioni che liberano il cloro dai CFC avvengano sulla superficie di corpi
solidi i quali potrebbero essere costituiti da aghi di ghiaccio che si formano nelle
sottilissime nubi che si osservano nella stratosfera sovrastante il Polo Sud e
che mancano invece dalle altre parti del globo e anche al Polo Nord. Le basse
temperature, intorno agli 80 – 90 gradi sotto lo zero che si riscontrano nella
stratosfera antartica favorirebbero ulteriormente le reazioni che coinvolgono il
cloro. Se non ci fossero le nubi stratosferiche e se le temperature fossero un
po’ più alte, gli ossidi dell’azoto presenti a quelle quote bloccherebbero
il cloro impedendogli di aggredire le molecole di ozono. Alle medie latitudini – asseriscono gli esperti –
il monossido di cloro reagisce con il monossido di azoto liberando un atomo di
ossigeno disponibile per rigenerare l’ozono. Oltre a questa, vi sarebbe
un’altra reazione in grado di impedire la distruzione dell’ozono da parte
del cloro. In questo secondo caso il cloro si combinerebbe con il biossido di
azoto o con il metano sempre presenti soprattutto nell’atmosfera delle medie
latitudini formando dei composti che, di fatto, tratterrebbero l’atomo di
cloro all’interno di una particolare molecola neutralizzandone l’azione
distruttiva. In parole povere sarebbe proprio l’inquinamento delle zone del
pianeta più abitate e più industrializzate ad ostacolare l’attività del
cloro impedendogli di distruggere lo strato di ozono. Questo inquinamento
purtroppo (?) sopra l’Antartide non esiste e le conseguenze sono la
distruzione dell’ozono. I
CFC forse non sono gli unici responsabili del buco nella fascia dell’ozono
stratosferico, ma sicuramente sono i più importanti. Aerei attrezzati con
speciali apparecchiature sono stati fatti volare sopra il continente antartico
nel momento in cui si verificava l’abbassamento del livello di ozono. Le
apparecchiature installate a bordo hanno registrato la presenza di una notevole
quantità di cloro e contemporaneamente una rapida diminuzione dell’ozono.
Questi rilevamenti hanno fugato gli ultimi dubbi: il principale responsabile del
buco dell’ozono è certamente il cloro. Cosa
possiamo fare per limitare i danni prodotti dal cloro? Innanzitutto eliminare
dal mercato i clorofluorocarburi che sono i principali fornitori del micidiale
elemento. Certo, non è possibile dall’oggi al domani rinunciare ad un
prodotto tanto indispensabile per l’industria senza prima avere provveduto
alla sua sostituzione con qualche cosa di simile e meno pericoloso. In realtà
sono già stati realizzati dei prodotti sostitutivi dei CFC con meno cloro nella
molecola ed altrettanto efficaci, ma questi nuovi prodotti, molto costosi,
contengono ugualmente una parte seppur minima di cloro. La sfida tuttavia non è
solo quella di sostituire i CFC ma anche di trasferire nuove tecnologie nei
paesi del terzo mondo. Se ad esempio indiani e cinesi portassero a termine i
loro piani di costruzione di milioni di frigoriferi utilizzando i CFC,
l’immissione di questi prodotti nell’atmosfera si moltiplicherebbe in breve
tempo. Naturalmente non si può nemmeno impedire a miliardi di persone di
nutrirsi meglio e di raggiungere un maggiore benessere. Dopo
che fu chiaro che i maggiori responsabili del disastro che si stava consumando
erano i CFC, i rappresentanti dei Paesi maggiormente industrializzati si
riunirono a Vienna nel 1985 e l'anno successivo a Ginevra per discutere il problema e trovare le soluzioni più
opportune. Il risultato delle relazioni
riguardanti il problema della protezione della fascia di ozono portò al
cosiddetto Protocollo internazionale di Montreal, ratificato anche dall’Italia
nell’agosto del 1988. In quell’occasione gli USA erano propensi ad un taglio
netto della produzione di clorofluorocarburi mentre gli Europei tergiversavano.
I Paesi del terzo mondo, ovviamente, erano contrari a qualsiasi limitazione
della produzione e della utilizzazione di un prodotto indispensabile per
soddisfare alcune esigenze di sviluppo dei loro Paesi. Alla fine 34 Nazioni di
tutto il mondo si accordarono per una riduzione del 50% dei consumi mondiali di
CFC entro il 1998 e l’eliminazione completa di questo prodotto entro il 2000.
Trentaquattro Nazioni, anche se le più industrializzate, non rappresentano
tuttavia il mondo intero. Gli
americani propendevano per l’eliminazione completa di questo prodotto perché
alcune società di quel Paese erano già in grado, dieci anni fa, di immettere
sul mercato prodotti sostitutivi dei CFC apparentemente meno dannosi. La stessa
cosa non erano in grado di fare i Paesi europei e tanto meno i Paesi terzi.
Oltre a quelli economici esistono anche problemi sociali, non equamente
distribuiti, legati al posto di lavoro di centinaia di migliaia di persone. Gli
USA, ad esempio, che hanno pronti i prodotti alternativi, dalla messa al bando
dei CFC trarrebbero vantaggio perché una soluzione del genere rafforzerebbe il
settore chimico e quello elettronico-informatico di quel Paese. Alcuni
Paesi, approfittando del fatto che le certezze in campo scientifico non esistono
e che la sicurezza matematica sugli effetti a lungo termine dei CFC non può
essere dimostrata, invitano ad attendere per saperne di più. Questo
atteggiamento, apparentemente ragionevole, potrebbe però rivelarsi pericoloso
perché rimandando la soluzione del problema si rischierebbe di arrivare troppo
tardi al rimedio. Questa vicenda mette in evidenza una volta di più come la
solidarietà, al di là delle frontiere nazionali e sociali, sia una condizione
tutt’altro che acquisita. fine |