La crisi della scienza


Nel 1543 fu dato alle stampe il De revolutionibus orbium caelestium dell’ecclesiastico polacco Niccolò Copernico, un’opera che innovò in modo decisivo lo studio dell’Universo. Quel lavoro in realtà venne presentato dall’autore come un mero strumento di calcolo, ossia un modello teorico utile solo per definire correttamente i moti celesti in base ai principi della geometria, ma in seguito si dimostrò qualcosa di ben più concreto e reale.

Le successive osservazioni e misurazioni di Galileo confermarono infatti che il mondo era fatto proprio come il modello eliocentrico proposto da Copernico faceva vedere, smentendo definitivamente l’idea tradizionale che voleva la Terra posta al centro dell’Universo e creata da Dio all’unico scopo di dare vita e sostentamento al genere umano.

Lo scienziato pisano, controllando con il cannocchiale il dato teorico, inaugurò un nuovo metodo per lo studio della natura basato sull’osservazione e sulla sperimentazione: nacque in altre parole, fra la metà del 1500 e l’inizio del 1600, quella che verrà chiamata la “scienza sperimentale” o “metodo galileiano della ricerca”. Questo profondo cambiamento culturale non valse tuttavia ad estinguere definitivamente le comode certezze della nostra infanzia intellettuale. Contrapposti ai fautori della scienza si schierarono infatti i nostalgici dei valori tradizionali, convinti che la ricerca scientifica privava l’uomo della sua componente spirituale.

 

LA SCIENZA DI BASE E LO SVILUPPO TECNOLOGICO

Nonostante lo sviluppo, a volte perfino esasperato, delle applicazioni e delle innovazioni tecnologiche, l’atteggiamento critico da parte dei conservatori nei riguardi della scienza non è mai venuto meno anzi si è andato rafforzando nel tempo. Nell’Ottocento, ad esempio, coloro che professavano una fede incrollabile nelle idee del romanticismo presero una netta posizione verso la ricerca scientifica contestando l’opinione largamente diffusa secondo cui essa avrebbe garantito a tutti maggiore sicurezza e benessere. Queste inquietudini sembrano oggi riprendere nuovo vigore.

In verità fino ad una ventina d’anni fa il sentimento dominante nei confronti della scienza era ancora di speranza. Si trattava di un sentimento ampiamente giustificato dalle straordinarie scoperte dell’ultimo secolo, a cominciare dalle teorie rivoluzionarie della relatività e della meccanica quantistica, e dalle applicazioni di alcune scoperte che avevano portato all’invenzione della radio, alle tecniche di trapianto di organi umani e alla conquista dello spazio. Vi furono tuttavia anche clamorosi errori e superficialità, come ad esempio l’uso affrettato e improvvido del talidomide (un farmaco ad azione sedativa che somministrato alle gestanti causò lesioni gravi degli arti del feto), la diffusione massiccia del DDT nonché l’impiego dell’energia nucleare a scopo bellico: nel complesso tuttavia i ricercatori venivano considerati i trascinatori indiscussi del progresso e in molti confidavano che dai loro laboratori sarebbe uscito un mondo migliore.

Oggi invece paura e delusione tendono a soppiantare la speranza di un futuro sicuro e più giusto mentre un numero sempre maggiore di persone si dice convinto che la scienza e i suoi derivati tecnologici creino più problemi di quanti ne risolvano. Quali sono i motivi di tanto pessimismo? Innanzitutto vi è una dissennata campagna antiscientifica portata avanti da vasti settori del movimento ambientalista e dagli organi d’informazione (con la televisione in testa) tesi a creare nell’opinione pubblica una certa diffidenza nei confronti non solo dello sviluppo tecnologico, la qual cosa potrebbe trovare anche qualche giustificazione etico-sociale, ma addirittura della stessa evoluzione delle conoscenze scientifiche.

Alcuni casi emblematici, che riguardano la deformazione delle notizie e le campagne allarmistiche messe in atto da qualche movimento politico (principalmente Verdi e no-global) ma, come dicevamo, soprattutto dai mass-media, sono ad esempio quelli relativi alla sindrome dell’uranio impoverito, alla ricerca sulle biotecnologie con particolare riguardo agli OGM (Organismi Geneticamente Modificati) e ai campi elettromagnetici (il cosiddetto “elettrosmog”). E’ interessante notare come questi argomenti di secondaria importanza, e la cui nocività peraltro è tutta da dimostrare, spaventino il grande pubblico più del fumo o dell’abuso di bevande alcoliche di cui tutti conoscono la pericolosità e gli effetti devastanti sull’uomo (solo in Italia si contano decine di migliaia di morti all’anno per tumori provocati direttamente dal fumo di sigaretta e dall’abuso di alcol).

Una grave responsabilità della sfiducia che la gente nutre nei confronti della scienza pesa sugli stessi scienziati, i quali solo eccezionalmente si cimentano con la divulgazione e quando lo fanno raramente si dimostrano capaci di produrre lavori di piacevole lettura. Naturalmente, oltre che agli scienziati, molte delle colpe della situazione che si è venuta a creare sono da addebitare anche agli insegnanti poco e male preparati: non conoscendola a fondo ovviamente essi non amano la materia che dovrebbero insegnare e quindi non riescono a suscitare nei ragazzi quell’entusiasmo che sta alla base del piacere dello studio di una qualsiasi disciplina. La conseguenza di tutto ciò è la diminuzione del numero degli studenti che si iscrivono a facoltà scientifiche: la cosa non è priva di effetti negativi per un Paese industrializzato come il nostro perché l’assenza di ricerca scientifica a lungo termine genera danni incalcolabili alla società. Si pensi ad esempio alla cultura islamica del periodo medioevale che portò in Europa un notevole contributo alle conoscenze nel campo della medicina, della matematica, dell’architettura e dell’astronomia ma che poi, quando lo spirito di ricerca si estinse, lasciò gravemente impoverita quella società.

A questo scenario deludente si aggiunge una tradizione a prevalente sfondo umanistico del nostro Paese non disgiunta dal pregiudizio secondo il quale quella scientifica sarebbe una cultura di secondo ordine. Quante volte si è sentito dire, anche da persone di un certo livello sociale e culturale, quasi facendosene un vanto, di “non capire nulla di matematica”. In tal modo queste persone dimostrano di ignorare il fatto che proprio la matematica ha creato un linguaggio e una cultura di carattere universale che ha consentito lo scambio di informazioni e la collaborazione fra studiosi molto lontani sia geograficamente che culturalmente: causa certo non irrilevante di quel benessere di cui godono anche coloro che oggi non riconoscono adeguatamente tutta l’importanza della cultura scientifica.

Il calo delle vocazioni scientifiche dei nostri studenti rischia quindi di compromettere gravemente la competitività del Paese. Fra pochi anni mancheranno non solo gli scienziati ma anche bravi insegnanti di tali discipline. La nostra scuola presenta attualmente il corpo docente più vecchio d’Europa (44% degli insegnanti di scuola secondaria ha un’età compresa fra i 50 e i 60 anni, contro il 27% della media europea). Si corre il rischio concreto di tornare ai tempi non molto lontani in cui i docenti di lingue straniere nella scuola media venivano reclutati fra i laureati in legge e quelli di matematica fra i possessori dei titoli accademici più improbabili: i risultati, come è sotto gli occhi di tutti, sono stati deleteri per la scuola italiana.

La scarsa conoscenza scientifica nel nostro Paese si evidenzia anche nella forte confusione che regna nella mente della gente fra scienza e tecnologia, fra la disponibilità del sapere e l’uso che la società decide di farne. Facciamo un esempio che potrebbe servire per chiarire i termini della questione.

Come tutti (o quasi) sanno poco tempo fa è stato definito il genoma umano: ossia è stato prodotto l’elenco di tutti i geni umani (e quelli di alcune altre specie di esseri viventi) ed ora i biologi di tutto il mondo sono impegnati nel capire il ruolo che i singoli geni svolgono all’interno dell’organismo. Si tratta in questo caso di ricerca di base (o fondamentale) ovvero di un lavoro che non ha scopi pratici precisi: scoprire quale è il gene che fa crescere le unghie o che determina il colore degli occhi non porta ad alcun beneficio immediato. La giustificazione più valida della ricerca di base rimane infatti la soddisfazione di apprendere quello che nessuno aveva conosciuto prima e nel contempo fornire alla società un valore culturale ed educativo assolutamente unico; in realtà tutti noi speriamo sempre che questo tipo di ricerca a lungo termine possa recare anche alcuni benefici pratici.

Recentemente, infatti, fra tante scoperte insignificanti è stato individuato anche il gene della vecchiaia, ossia un tratto di DNA che determinerebbe il declino dell’organismo e conseguentemente la morte. Si tratta di una scoperta molto importante perché fino ad ora si pensava che l’invecchiamento dipendesse da fattori esterni ovvero dal logoramento degli organi vitali del singolo individuo, un po’ quello che succede alle automobili che hanno fatto molta strada. Con la scoperta del gene della vecchiaia risulterebbe invece che la degenerazione dell’organismo è scritta nel patrimonio genetico di ciascuno di noi e ciò ha creato la speranza di poter intervenire su di esso per ritardare o forse eliminare del tutto l’invecchiamento degli organi e dei tessuti umani. Gli scienziati si sono quindi messi al lavoro per individuare un farmaco che possa bloccare l’attività di questo specifico gene in modo da garantire all’uomo una vita attiva anche in età avanzata. Questi studi entrano nel campo della cosiddetta ricerca applicata, mentre la produzione industriale per uso nella pratica medica di una eventuale pillola di eterna giovinezza concernerebbe l’ambito tecnologico, cioè l’aspetto operativo della ricerca. Naturalmente la cosa è molto più facile da dire che da fare anche perché sembra che di geni della vecchiaia ve ne siano più di uno.

 

LE STRATEGIE PRATICHE PER LA SCIENZA

Per molta gente “capitale” significa un conto in banca, ma anche andare a scuola è un capitale perché si tratta pur sempre di un investimento che produce reddito e serve a migliorare il proprio tenore di vita per molti anni a venire. Fino ad un paio di secoli fa in nessun Paese del mondo aveva particolare importanza l’investimento in capitale umano e solo nell’Ottocento si comprese che l’istruzione, la formazione e le altre forme di conoscenza rappresentavano fattori decisivi per la produttività del singolo individuo e dell’intera Nazione; data da allora infatti l’istituzione in molti Stati della cosiddetta “scuola dell’obbligo” (un minimo d’istruzione per tutti).

Ecco qui appresso un esempio che dimostra quanto noi tutti dipendiamo dalla scienza nella nostra vita quotidiana. Alla fine del 1700 il pastore anglicano Thomas Malthus segnalò il pericolo legato ad un aumento esplosivo della popolazione quale si stava verificando in quel momento in Gran Bretagna e nel resto dell’Europa, mentre la produzione di alimenti non cresceva allo stesso ritmo. Ciò avrebbe portato ad una serie di conseguenze negative per l’umanità che egli sintetizzò in “vizi e miserie” (cioè guerre, carestie, pestilenze e altre terribili calamità). Le previsioni disastrose di Malthus si dimostrarono però errate perché egli non si rese conto che stava vivendo nel mezzo del più rapido sviluppo tecnologico di tutta la storia: la cosiddetta rivoluzione industriale.

Le applicazioni delle teorie scientifiche che in quel tempo si stavano formulando fornirono infatti agli agricoltori molte invenzioni che contribuirono ad aumentare i raccolti ad esempio attraverso nuove varietà genetiche di mais, di riso e di grano, fertilizzanti a basso costo, pesticidi efficaci e una nuova risorsa energetica: il carbone fossile, che insieme con il petrolio avrebbe consentito di sostituire i cavalli e i muli con macchine a vapore nel lavoro dei campi.

L’attuale livello della popolazione mondiale è molto superiore a quello che potrebbe essere sostenuto da un’economia agricola antecedente la rivoluzione industriale e se dovessimo tornare a tali condizioni, come qualcuno ingenuamente auspica, i peggiori timori di Malthus verrebbero sicuramente confermati. Ci piaccia o no oggi siamo saldamente vincolati al mondo scientifico e per porre rimedio ai danni che indubbiamente lo sviluppo industriale ha causato all’ambiente naturale e all’uomo serve non meno, ma più scienza.

Dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che scienza e tecnologia hanno assunto un ruolo determinante nella evoluzione della economia della nostra società ma molta gente comune e perfino molti intellettuali di matrice umanistica (basterebbe dire “intellettuali” perché quel termine non viene mai usato per designare gli scienziati) non ha la più pallida idea di quale sia realmente il lavoro dei ricercatori e di come funzioni la scienza. A queste persone lo scienziato appare spesso come un apprendista stregone che, divenuto padrone del DNA, ora sarebbe sul punto di fare uscire dai suoi laboratori dei mostri. I progressi scientifici, una volta trasferiti nella pratica, significano invece più posti di lavoro, orari più snelli, più tempo a disposizione per lo svago, raccolti più abbondanti e tante altre agevolazioni che si traducono in definitiva in una vita più sana e più comoda per tutti. Ma per mantenere un ruolo egemone nel panorama mondiale è indispensabile che il flusso di nuove conoscenze scientifiche sia costante e cospicuo.

Cosa possono fare gli addetti ai lavori per aumentare la consapevolezza della vera natura e della vera qualità della scienza presso il grande pubblico? Servirebbe innanzitutto una divulgazione chiara e semplice. In passato qualsiasi attività culturale era un’attività eminentemente pubblica e quindi anche i risultati della ricerca scientifica erano concepiti come materiale di consumo collettivo. Oggigiorno invece i ricercatori si rivolgono unicamente a loro colleghi esperti del settore escludendo i non competenti dalle problematiche scientifiche. E’ necessario trovare il modo di riequilibrare la situazione invitando gli scienziati a non disdegnare di scrivere di scienza sui giornali popolari, di parlare di scienza alla radio e alla televisione e di usare qualsiasi mezzo di comunicazione moderno per trasmettere le conoscenze scientifiche ad un pubblico il più vasto possibile.

Giova rammentare un episodio che mostra cosa può succedere in mancanza di una cultura scientifica di base. Recentemente il governo aveva deciso di seppellire i rifiuti radioattivi prodotti in Italia in un sito nei pressi di Scanzano Jonico, un paesino posto a 45 km da Matera: tuttavia è bastato il solo annuncio che quella zona era stata giudicata dai tecnici adatta ad accogliere le scorie radioattive per scatenare una rivolta popolare. Dopo venti giorni di proteste da parte degli abitanti della intera regione a cui si sono subito aggiunti quelli della Calabria e della Puglia il governo è stato costretto a ritirare il decreto attuativo del provvedimento.

Il sito, suggerito dai tecnici, da un punto di vista geologico, era considerato ideale perché si trattava di una specie di “panino” di argilla imbottito di sale. I bidoni di acciaio dello spessore di venti centimetri contenenti le scorie radioattive, vetrificate per renderle inattive, sarebbero stati collocati a 800 metri di profondità nel livello di salgemma, un luogo necessariamente asciutto (se fosse umido non ci sarebbe il sale) mentre il rivestimento d’argilla avrebbe preservato il fondo da eventuali infiltrazioni d’acqua. Un diaframma di cemento armato avrebbe inoltre protetto il deposito da possibili terremoti. Tutte queste garanzie non sono state sufficienti a tranquillizzare la popolazione locale che temeva di dover vivere in futuro con una bomba atomica sotto i piedi.

Scartata la soluzione lucana, ora il governo dovrà individuare un altro sito adatto per lo stoccaggio dei rifiuti radioattivi. Dati i precedenti c’è forse qualcuno che pensa che la nuova sistemazione, ancorché molto più sicura della prima, verrà accolta dalla popolazione del luogo con maggiore benevolenza? Come si concluderà la vicenda? Semplice: le scorie rimarranno dove si trovano attualmente, sparse in un centinaio di siti provvisori e per nulla sicuri ma sconosciuti ai cittadini, i quali tuttavia immaginano che siano molto lontani dalla propria abitazione. Frattanto la vicina Slovenia sta progettando di smaltire i residui radioattivi della propria centrale nucleare nei pressi del confine italiano. Gli abitanti di Gorizia si verrebbero a trovare più vicini alla zona “inquinata” di quanto non sarebbero stati gli abitanti di Scanzano. C’è il rischio di un incidente diplomatico con uno Stato straniero che fra pochi mesi entrerà nell’Unione europea?

 

LA SCIENZA E’ INNATURALE

L’uomo è un animale socievole, che vive cioè in gruppi, e per tale motivo l’evoluzione avrebbe generato in lui un cervello particolarmente adatto per affrontare e risolvere problemi di carattere sociale ovvero le questioni che garantiscono la convivenza fra gli individui all’interno della comunità. La mente umana non è stata strutturata invece per comprendere le scoperte scientifiche che spesso vanno contro i suoi istinti naturali.

Attualmente la scienza supera a tal punto l’ambito dell’esperienza quotidiana che sorge il problema serio di come fare per divulgare le nuove conoscenze. In tempi lontani le cose erano molto più semplici. La fisica di Aristotele, ad esempio, era compresa da tutti perché tutti potevano verificare che proprio il Sole girava intorno alla Terra e non viceversa e che un sasso arrivava al suolo prima di una piuma e quindi che la velocità di caduta degli oggetti dipendeva dal loro peso (o dalla loro massa, per usare il termine fisico corretto).

Oggi le scoperte scientifiche sono quasi tutte anti-intuitive e per capire come funziona il mondo molte persone benché non sprovviste di buona cultura hanno bisogno di un aiuto. A complicare le cose è intervenuta la matematica che è diventata una componente essenziale delle discipline scientifiche. Dopo le teorie formulate da Einstein l’Universo è diventato una struttura a quattro dimensioni (oggi è addirittura a undici) e quindi impossibile da visualizzare se non attraverso formule matematiche. La stessa biologia divenne incomprensibile quando fu necessario ricorrere alla matematica per giustificare alcune scoperte. Le leggi di Mendel sulla trasmissione dei caratteri ereditari ad esempio non vennero capite dai biologi del tempo e quindi caddero nel dimenticatoio. Nemmeno Darwin ne comprese esattamente la portata, eppure quelle leggi erano ciò di cui aveva bisogno la teoria dell’evoluzione per funzionare. Le leggi di Mendel furono riscoperte da tre scienziati in modo indipendente nel 1900 trentaquattro anni dopo la loro pubblicazione da parte del monaco boemo.

Anche i termini che usa la fisica sono spesso misteriosi e impropri: ad esempio non si sa per quale motivo le particelle subatomiche debbano chiamarsi quark, e perché al quarto stato di aggregazione della materia sia stato assegnato il nome di “plasma”, un termine che nel linguaggio comune contiene il concetto di ordine (si dice ad esempio plasmare la materia informe), quando invece si tratta di qualche cosa di estremamente caotico. Perfino i “geni”, i frammenti di DNA che determinano i caratteri fisici e psichici degli esseri viventi, creano perplessità e confusione nel profano che pensa possa trattarsi di menti eccelse racchiuse nelle cellule. Come si può pretendere, in queste condizioni, che un cittadino medio possa capire la differenza fra la televisione analogica ora in uso e quella digitale terrestre (quella celeste la vedremo si spera in un futuro lontano) che dovrebbe sostituire la prima come prevede la nuova legge sulle telecomunicazioni?

Paradossalmente proprio nel momento in cui la nostra società dipende sempre di più dallo sviluppo tecnologico e quindi indirettamente dalla scienza, l’educazione scientifica appare in forte calo. I dati recenti relativi alle immatricolazioni nelle Università italiane per l’anno accademico 2003-2004 mostrano una crescita complessiva del 4,1% rispetto all’anno precedente, ma sorprendentemente a guidare la classifica è la facoltà di Lettere con il 9,1% di iscritti in più rispetto all’anno scorso seguita da Giurisprudenza con un 8% di aumento. Non sorprende invece che, eccetto Farmacia, siano in calo tutte le lauree lunghe e più impegnative (in particolare Fisica, Chimica e Matematica). Ma fino a che la nostra società offrirà l’immagine allettante di facili prospettive di successo sprovviste di requisiti culturali la propensione dei giovani a scegliere studi che richiedono uno sforzo maggiore e tempi lunghi non sarà certo favorita.

Infine è necessario spendere due parole sui politici, i quali sono deputati a distribuire i denari per la ricerca e quindi dovrebbero essere i primi a capire l’importanza di questa attività per il futuro della Nazione. Ma la nostra classe politica ha dimostrato di non essere all’altezza del compito perché culturalmente di basso livello. Molti dei circa mille deputati del nostro parlamento sono privi di titoli accademici e i laureati lo sono soprattutto in discipline umanistiche e giuridiche, mentre quelli provvisti di lauree scientifiche si contano sulle dita di una mano. La mancanza di comprensione della scienza e della tecnica da parte di chi dovrebbe prendere decisioni in quella direzione è veramente disastrosa e il ruolo dello scienziato dovrebbe essere anche quello di colmare questo evidente vuoto di cultura scientifica dedicando uno speciale impegno nell’informare nel migliore modo possibile parlamentari e membri del Governo. Ma questo tipo di collaborazione sembra che manchi.

Per quanto riguarda la ricerca scientifica e tecnologica oggi l’80% di questa attività è condotta dalle Nazioni industrializzate le quali spendono in media circa il 3 per cento del loro prodotto nazionale lordo; quelle in via di sviluppo peraltro dedicano alla ricerca appena un decimo di questa cifra. L’Italia è la Nazione che, fra quelle della comunità europea, spende meno per la ricerca: circa la metà della media europea. Inoltre quel poco il nostro Paese lo spende malissimo perché, come abbiamo detto, manca al riguardo una strategia politica adeguata.

Prof. Antonio Vecchia

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