Il codice a barre


Sono passati quasi cinquant’anni da quando, agli inizi degli anni ’70 del secolo scorso, fu inventato in America, dall’International Business Machines, per conto di alcune catene di supermarket, il “codice a barre”. Esso viene anche chiamato codice universale di pro­dotto, ed è rappre­sentato da quella strana etichetta zebrata stampigliata sull’involucro o sul con­tenitore delle confezioni che acquistiamo in ogni negozio, dai grandi magazzini alle librerie. Si tratta di una serie di righe verticali scure di diversa ampiezza e da una sequenza di nu­meri.

Il codice a barre Ean (European article numbering) è il più diffuso in Europa e in Italia è applicato praticamente da tutte le ditte sull’imballo dei loro prodotti. Esso è composto da 13 cifre ad ognuna delle quali corrisponde una com­binazione di barre chiare e scure di di­mensioni diverse. La lettura e la decodificazione di questo strano alfabeto numerico può avvenire solo per mezzo di lettori elettronici consi­stenti in una sorgente luminosa ed un ri­velatore di luce riflessa sistemato all’interno di una “pistola” che l’operatore poggia sull’eti­chetta o di una “finestra” sulla quale viene fatto pas­sare il prodotto.

Entrambi gli strumenti di lettura emettono un sottilissimo raggio laser a bassa potenza che percorre ininterrottamente l’a­rea della finestrella, effettuando un’operazione di scan­ning (dall’inglese toscan che vuol dire “scrutare, analizzare”), cioè di ricerca “a tappeto”. La luce viene riflessa con intensità diversa a seconda della larghezza delle barre e degli spazi bianchi che le separano. Queste variazioni di riflessione del raggio laser vengono tra­mutate in numeri che corrispondono alle caratteristiche della merce che sono state immes­se nel registratore di cassa.

A volte capita che lo scanner non riesca a leggere il messaggio contenuto nel codice ed allora è necessario che la cassiera batta direttamente sul registratore di cassa i numeri scritti in basso. Ad ogni numero corrisponde un’informazione relativa al prodotto. Il primo numero di due cifre posto a sinistra corrisponde al Paese di provenienza del prodotto. All’I­talia, ad esempio, sono stati assegnati i numeri da 80 a 83, alla Francia da 30 a 37, alla Svizzera il 76, e così via. Il successivo numero a cinque cifre individua la fabbrica produttri­ce del prodotto. Due barre strette e leggermente più lunghe, separano il primo numero a cinque cifre da un secondo anch’esso di cinque cifre che si riferisce al singolo prodotto che viene anche numerato con l’obiettivo di conoscere, alla fine della giornata, la consistenza delle scorte di magazzino. L’ultima cifra, infine, è un codice di controllo che si ottiene da una certa operazione effettuata su tutte le cifre precedenti e rappresenta quindi la garanzia per l’acquirente che le operazioni di scanning si siano svolte senza errori: qualora la lettura del codice non avvenisse integralmente i numeri non coinciderebbero più e l’operazione do­vrebbe essere ripetuta. Il prezzo del prodotto è registrato nel computer del supermercato il quale lo stampa direttamente sullo scontrino.

Il codice a barre rende più rapida ed efficiente la distribuzione in quanto comunica in tempo reale non solo con i centri di distribuzione, ma anche con il fornitore stesso il quale può programmare la produzione in funzione delle esigenze della clientela.

Un altro tipo di codice a barre, che è stato il primo ad essere usato, e che ora qui in Eu­ropa sta andando in disuso è il codice americano UPC (Universal Product Code = Codice Universale di Prodotto) composto da 12 cifre ed inizia con tre barre sottili più lunghe delle altre, invece che con due. Vi è poi uno speciale codice Ean a otto cifre che viene applicato a prodotti di piccole dimensioni come i rossetti o le penne. I giornali e i libri, hanno infine un codice tutto speciale a due riquadri, uno più grande a 13 cifre simile a quello tradizio­nale ed un secondo più piccolo con le cifre poste in alto che si riferiscono all’ultima cifra dell’anno (la prima) e al numero di serie del giornale o della rivista (le altre quattro).

Il codice a barre ha ridotto il numero delle cassiere e potrebbe ridurlo ulteriormente qua­lora avesse successo la cassa self-service che si sta sperimentando in alcuni supermer­cati. In questo caso è l’acquirente stesso che fa passare sullo strumento di lettura il pro­dotto che successivamente in fondo al nastro trasportatore si infila automaticamente nei sac­chetti.

Ma il futuro dell’automazione nel pagamento della spesa forse sarà rappresentato dal­l’auto scanner Supertag, un sistema avveniristico che consiste nell’applicazione di un mi­crochip che racchiude i dati del codice a barre, su ogni singolo prodotto. Il carrello con i prodotti della spesa passa quindi attraverso un piccolo tunnel dove sono posizionati i lettori che captano le onde radio provenienti dai chip di ogni merce e lo identificano. In pochi se­condi si riceve lo scontrino e si paga alla cassa centrale. Vi è un unico inconveniente: i chip hanno un costo che ovviamente verrà aggiunto a quello del prodotto.

Con l’introduzione del codice a barre si sono creati svantaggi per il consumatore? In ve­rità qualche svantaggio c’è stato. Ad esempio il cartellino del prezzo che prima era applica­to sul prodotto ora non c’è più: lo si trova solo sullo scaffale. Di solito però le indicazioni di prezzo poste sugli scaffali non sono facilmente identificabili in mezzo ad una notevole quantità di prodotti esposti e inoltre sono scritti con caratteri molto piccoli, sicché diventa una fatica individuarli e leggerli.

Prof. Antonio Vecchia

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