Il caso Ippolito


Quando in Italia si cominciava a parlare di energia nucleare io stavo ancora frequentan­do il liceo. Ricordo di aver letto, su una rivista scientifica, un articolo scritto da Felice Ippo­lito nel quale il geologo napoletano cercava di dimostrare, al contrario di quanto sosteneva la comunità dei geologi del tempo, che nel nostro Paese vi era uranio in misura maggiore di quanto si credesse. Lo sviluppo del problema del nucleare in Italia avrebbe visto Ippolito in un ruolo di primissimo piano se non addirittura di protagonista assoluto. Questo suo im­pegno in battaglie politiche e civili lo avrebbe portato in tribunale e infine addirittura in carcere.

1. LA CARRIERA

Felice Ippolito nacque a Napoli il 16 novembre 1915, cento anni fa, in una famiglia del­la colta borghesia partenopea. Suo padre, ingegnere, era professore di costruzioni idrauli­che all’Università di Napoli. Dopo aver frequentato il liceo classico Umberto I, Ippolito si iscrisse all’Università di Napoli dove si laureò nel 1938 in ingegneria civile, indirizzando poi la sua carriera verso la geologia. Nel 1948 ottenne la libera docenza e nel 1950 occupò la cattedra di Geologia Ap­plicata all’Ingegneria presso lo stesso Ateneo. Alla fine degli anni Cinquanta, mi iscrissi anch’io all’Università di Napoli proprio alla facoltà di Scienze Geologi­che senza però avere mai avuto il piacere di incontrare il titolare della cattedra di Geologia Applicata, un esame questo che più tardi sostenni.

Fra gli insegnanti di Ippolito vi erano il fisico Antonio Carrelli e il chimico Francesco Gior­dani. Antonio Carrelli, direttore dell’Istituto di fisica, è stato anche mio insegnante, per quan­to in facoltà lo si vedesse assai di rado. Le lezioni le teneva un suo assistente (figura che almeno da trent’anni non esiste più) mentre agli esami si presentava di persona. In quelle occasioni informava noi studenti dello studio che si stava svolgendo a Roma alla ri­cerca del sistema migliore da adottare per la creazione della televisione a colori; bisogna precisare a tal proposito che dal 1954 al 1961 egli fu presidente della RAI. Carrelli, suo malgrado, fu anche costretto a gestire il dramma della scomparsa di Et­tore Majorana, il giovane, ma già famoso scienziato, che era venuto a Napoli per occupare la cattedra di fi­sica: egli con la sua presenza avrebbe do­vuto dare prestigio alla metropoli parteno­pea e all’intero Mezzogiorno.

Di Francesco Giordani conoscevo solo il testo di chimica sul quale studiavo senza capirci un granché. Per fortuna mia e dei miei compagni esisteva un altro libro, molto più intelle­gibile, scritto da Raffaele Bonifazi un simpatico professore che teneva anche le lezioni. Egli era famoso oltre che per le sue capacità didattiche anche per portare sempre la cravatta non annodata. Anche Giordani poco si dedicò all’attività didattica mentre occupò molti posti di prestigio ad iniziare, nel 1939, da quello di presidente dell’IRI (il prestigioso Istituto per la Ricostruzione industriale) e l’anno seguente quello del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR). Nel 1952 sarà chiamato a dirigere il neonato Comitato Nazionale per le Ricerche Nucleari poi divenuto CNEN (Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare) nel 1960. Di questo Comitato Ippolito, in virtù della sua giovane età, verrà nominato segreta­rio generale e, come ve­dremo, non si limiterà a redigere verbali, ma assumerà un ruolo decisivo nella vicenda nucleare italiana.

Con quei due maestri ed altri ancora Ippolito si laureò due anni prima dall’entrata in guerra dell’Italia. Alla vigilia del suo invio al fronte Francesco Giordani, dopo avergli affiancato l’esperto geologo svizzero Alfred Rittmann (1893-1980), lo mandò alla ri­cerca di giacimenti di carbone fossile nelle Alpi Apuane. L’incarico, oltre ad avergli evitato di finire nella zona delle operazioni belliche, gli servirà per familiarizzare con i problemi dell’e­nergia. Alla fine della guerra lo si ritrova docente presso l’Istituto di geologia applicata e giacimenti minerari dell’Università di Napoli.

L’incontro con l’uranio avvenne pochi anni più tardi. Stabilito che l’Italia era povera di ri­sorse in quanto non aveva carbone, né petrolio e non c’era nemmeno molta abbondanza di mine­rali, tutte materie queste necessarie per ambire a diventare un Paese industriale avanzato, si rendeva quindi indispensabile conferire ad esso la li­bertà energetica. Per quanto ri­guarda l’uranio, come abbiamo visto, nono­stante il parere opposto di molti geolo­gi, questo elemento è presente un po’ dovunque, ma solo in piccole quantità. Sicuro dei propri con­vincimenti, il geologo napoletano si mise a studiare la radioattività delle lave ve­suviane e di altre rocce, dove riteneva potesse esser­ci uranio in quantità consistente. Non ottenne in realtà risultati di rilevanza. Per fare que­sto lavoro entrò in contatto con il fisico Edoardo Amaldi (1908-1989), il quale gli mise a disposizione alcuni contatori Geiger indi­spensabili per eseguire quelle ricerche sul ter­reno.

Amaldi era l’unico dei cosiddetti “ragazzi di via Panisperna” che era rimasto in Italia dopo che la scuola, la quale sotto la guida di Enrico Fermi aveva fatto di Roma la capitale mondiale della fisica nucleare, si era dissolta. Franco Rasetti e i due premi Nobel per la fisica Enrico Fermi ed Emilio Segrè erano salpati, prima della guerra, verso gli Stati Uniti. Esule anche un altro dei ragazzi di quella scuola prestigiosa, Bruno Pontecorvo, prima in America, poi in Canada, in Gran Bretagna e definitivamente in Unione Sovietica dal 1950.

Amaldi non si limitò a fornire ad Ippolito gli strumenti tecnici per la sua ricerca, ma lo mise anche in contatto con Giuseppe Bolla (1901-1980) professore ordinario di fisica supe­riore al politecnico di Milano, il quale, coadiuvato da tre giovani ricercatori, due fisici e un in­gegnere della Edison, aveva fondato a Milano il Centro informazioni studi ed esperienze (Cise), una società senza scopo di lucro che era stata creata con l’intenzio­ne di favorire lo sfruttamento delle potenzialità dell’energia nucleare da parte del sistema industriale italia­no. Giuridicamente era una società a responsabilità limitata cui aderirono varie industrie private come la Edison, la Cogne e la Fiat, ma anche pubbliche come la Terni, che era di proprietà dell’IRI, e l’azienda elettrica milanese. L’obiettivo del Centro era quello di studiare le condizioni per la realizzazione di un reattore nucleare e tentarne poi la costruzione. In poco tempo i suoi ricercatori avevano creato un impianto pilota per la produzione di ac­qua pesante mediante elettrolisi ed effettuato una serie di misure sulla fissione dell’uranio.

Dell’elemento più pesante esistente in natura si faceva un gran parlare dopo che nel di­cembre del 1942 Enrico Fermi riuscì a dimostrare che era possibile controllare la trasfor­mazione dell’uranio con produzione di energia. Di uranio esistono tre tipi di atomi diversi ovvero tre isotopi dello stesso elemento: l’uranio 234, l’uranio 235 e l’uranio 238 che è la forma più abbondante, quella presente nel 99,3% del totale. L’isotopo più efficiente impie­gato per la reazione a catena che libera l’energia atomica è invece l’isotopo 235. Quest’ul­timo però è presente solo in tracce nei minerali naturali. Mediante un lungo e costoso pro­cesso (detto di arricchimento) è possibile separare gli isotopi e isolare solo uranio 235 dal resto. In verità la reazione di fissione è possibile anche con l’uranio naturale che in fondo era ciò che aveva utilizzato Fermi con il suo reattore nucleare a Chicago. Per ral­lentare i neutroni emessi dall’uranio era previsto l’uso dell’acqua pesante mentre il metodo di raf­freddamento individuato dai fisici italiani era originale e si basava su una miscela di ac­qua e vapore; per tale motivo il reattore venne chiamato “Cise reattore a nebbia”, accorcia­to in Cirene.

L’uranio arricchito diverrà d’uso comune per i reattori a fissione da parte di tutti i Paesi che adotteranno una politica nucleare e anche l’Italia si allineerà su questa tecnica. Per tale motivo Cirene non entrerà mai in funzione ma rimarrà nella storia come il prototipo italiano del primo reattore a fissione con uranio naturale.

L’indipendenza energetica dell’Italia a cui aspirava Ippolito era la stessa che muoveva Enrico Mattei alla ricerca dell’autonomia italiana nel campo del petrolio. L’analogia con la figura di Mattei non è una forzatura se si considera che Ippolito veniva chiamato “il Mattei del nucleare”. Entrambi infatti pensavano che l’energia era un campo da non lasciare ai privati ma che era necessario venisse controllato dallo Stato e per questo motivo entrambi erano malvisti dai privati in Italia e all’estero, soprattutto in America. Mattei fece una brutta fine: morì nel 1962 in un misterioso incidente occorso al suo aereo personale, nei pressi di Bascapè, un piccolo comune in provincia di Pavia. La fine di Ippolito sarà meno tragica ma non meno dolorosa. Io mi ero iscritto a geologia proprio fidando sulla politica avanzata da Mattei la quale prospettava per l’Italia una strada incentrata sulla ricerca autonoma delle fonti di energia. La fine di Mattei avvenne pochi mesi prima che mi laureassi e ciò cambiò radicalmente il mio destino professionale. Dopo la laurea tentai un approccio a quel mondo ma ben presto mi accorsi che le prospettive in quell’ambito di lavoro si erano molto ristrette.

2. CNRN CONTRO ENEL

Il declino della carriera di Ippolito iniziò con un fatto che invece avrebbe dovuto rappre­sentare un suc­cesso. Nel 1955 alla scadenza del primo mandato del CNRN il governo non si decideva a rinnovargli l’incarico e nell’estate di un anno dopo Francesco Giordani si dimi­se per pro­testa dalla presidenza e con lui si dimisero per solidarietà anche gli altri membri del Comitato. A questo punto la commissione, su suggerimento del Ministero del­l’Industria, dele­gò provvi­soriamente il segretario ge­nerale Felice Ippolito alla sua gestio­ne. Da quel mo­mento il geologo napoletano di­verrà leader indiscusso del CNRN che nel 1960, come abbiamo visto, si tra­sformerà in CNEN (Comitato Nazio­nale Energia Nucleare).

La legge stralcio che aveva istituito il CNEN non costituiva la tanto auspicata legge com­plessiva sul nucleare che venne infatti varata soltanto dopo la nazionalizzazione dell’ener­gia elettrica e la costituzione dell’ENEL (Ente Nazionale per l’Energia Elettrica). Nonostante questa lacuna Ip­polito fu in grado di attuare diversi progetti di svi­luppo del settore nuclea­re. Nel 1963 l’Italia vanta­va tre centrali nucleari: quella di Latina, quella del Garigliano nei pressi di Ses­sa Aurunca in provincia di Caser­ta e quella di Trino Vercellese. Il nostro Paese, a quel tem­po, era il ter­zo al mondo dopo la Gran Bretagna e gli Stati Uniti per pro­duzione di energia elettrica dal nucleare e inoltre disponeva di competen­ze e cono­scenze specifi­che molto avanzate. Ippo­lito mirava a rendere l’Italia indipen­dente dal punto di vista energeti­co, ma le cose andaro­no in modo molto diverso, anzi opposto.

I suoi critici avevano mosso pesanti censure alla gestione del CNEN, anche al di là della questione delle irregolarità amministrative che pure erano state rilevate. Innanzi­tutto l’ascesa di Ippolito alla direzione del Comitato non appariva del tutto cristallina e inoltre ve­niva giudicata negativamente la gestione dell’organismo definita personalistica a causa dell’in­staurazione di un ap­parato burocrati­co elefantiaco e del suo ap­proccio al pro­blema della poli­tica nucleare nazionale, considerato irrazionale. La conse­guenza di tutto ciò sa­rebbe stata, a detta dei suoi critici, la deriva e quindi il naufra­gio del­la politica nucleare in Italia, con un grosso costo per il bilancio nazionale e l’asservi­mento scientifico e tecnolo­gico agli Stati Uniti e ad altre nazioni europee, considerati più cauti nelle progettazioni e più oculati nel­l’utilizzo dei fondi statali.

Nell’agosto del 1963 in un editoriale de «L’Espresso» il famoso e autorevole giornalista, oggi ultranovantenne, Eugenio Scalfari, prese indirettamente le difese del CNEN scaglian­dosi contro il direttore generale dell’ENEL. Alcuni giorni più tardi l’agenzia di stampa del partito socialdemocratico (PSDI) batté una serie di note del segretario Giuseppe Saragat, il quale non si era mai occupato di energia tanto da suscitare ilarità per un cumulo di scioc­chezze che riuscì a formulare, volte a difendere i vertici dell’ENEL dall’attacco de «L’Espres­so». Il leader socialdemocratico, mentre corregge con disinvoltura alcuni suoi errori scien­tifici, contabili e di linguaggio, ammettendo candidamente di essersi documentato su una enciclopedia, attaccava apertamente il CNEN e “l’ossessione dell’energia atomica”, come veniva da lui definita la ri­cerca sul nucleare. Secondo Saragat la costruzione di altre cen­trali nucleari equivaleva a gettare altre centinaia di mi­liardi dalla finestra. Lui stesso avreb­be vigilato per impedire nuovi as­surdi sperperi di dena­ro pubblico.

L’argomento venne ripreso da altri giornali: «Il Sole 24 ORE», il quotidiano della confindu­stria e il «Corriere della Sera» si schierarono dalla parte di Saragat, mentre l’«Unità», l’«Avanti!» e la «Voce Repubblicana» erano dalla parte del CNEN. Gli scritti di Saragat die­dero l’avvio ad una polemica giornalistica e politica che subito si trasformò in una campa­gna di stampa contro Ippolito e il CNEN. Venne anche posto il problema, sempre da parte del PSDI, della permanenza di Ippolito nella carica di segretario generale del CNEN e con­temporaneamente in quella di consigliere di amministrazione dell’ENEL. Saragat insisteva nel dire che la polemica sull’ente nucleare non era una storiella di poco conto, ma un con­fronto serio fra due posizioni politiche fra chi come lui voleva che si affrontassero pro­blemi concreti come quel­lo della scuola, del lavoro e della sanità e chi invece mirava alla forma­zione di centri di po­tere per prendere in mano le leve di comando di tutta la vita na­zionale.

Sempre attraverso la stampa Saragat si sentì autorizzato a dare un giudizio molto seve­ro anche relativamente alla preparazione scientifica di Ippolito e colleghi, affermando che negli enti che predispongono spese per la parte atomica occorrerebbe gente responsabile che conoscesse profondamente la materia, vale a dire studiosi seri, affiancati da ammini­stratori oculati. A ciò aggiunse considerazioni tecniche sottolineando il fatto che il progetto nucleare italiano per scopi civili, sotto il profilo pratico, era senza senso se non veniva por­tato avanti anche per scopi difensivi, insomma per produrre plutonio destinato ad ordigni bellici. Secondo Saragat l’industria nucleare dedicata soltanto a produrre energia elettrica equivarrebbe, usando le sue stesse parole, “a una segheria per produrre soltanto segatu­ra.”

Oltre allo sperpero di denaro pubblico e al progetto relativo alla costruzione di ulteriori centrali nucleari, secondo il leader socialdemocratico, vi sarebbe anche il fatto che questi impianti non potrebbero in alcun modo produrre energia elettrica a prezzi competitivi rispetto alle altre fonti tradizionali, ossia fondamentalmente petrolio e carbone. In altre parole il nucleare sarebbe antieconomico e quindi all’Italia converrebbe rimanere fuori dal settore. Ma in quale senso Saragat intendeva questa convenienza? Non è che forse a suo giudizio, per essere maliziosi, era conveniente emarginare Ippolito per fare un favore agli Stati Uniti? I tempi ormai per dare il colpo di grazia al “Mattei atomico” erano maturi.

Il fronte dei difensori di Ippolito si ruppe quando la Corte dei Conti espresse delle per­plessità sull’incompatibilità fra le cariche ricoperte dal professore napoletano nel CNEN e nell’ENEL e l’insinuazione di affari poco puliti fra l’ente e una società in cui la stessa sua fa­miglia sarebbe stata interessata. A questo punto Ippolito che dopo tanto tempo si era con­cesso finalmente una breve vacanza rientrò precipitosamente in azienda alla fine di ago­sto, dichiaran­do che avrebbe tutelato la propria onorabilità nelle sedi competenti e nello stesso tempo si diceva però disponibile a rinunciare all’incarico di membro del Consiglio di ammi­nistrazione del­l’ENEL. A dare la pugnalata mortale al professore napoletano fu il mini­stro dell’industria che lo allon­tanò sia dall’ENEL che dal CNEN. Era il preludio della fine.

3. L’ARRESTO, IL PROCESSO, LA CONDANNA, IL CARCERE E LA GRAZIA

Il 3 marzo 1964, a conclusione di una istruttoria sommaria sul suo operato, durata tre mesi, Ippolito venne tratto in arresto nella sua casa di Roma, tradotto in carcere, e poco dopo rinviato a giudizio. La conduzione del processo fu caratte­rizzata da un atteggiamento particolarmente fiscale per una serie di intimidazioni da parte del pubblico ministero verso i testimoni favorevoli a Ippolito, un comportamento criticato oltre che da quella italiana anche dalla stampa estera. I capi di imputazione elencati dal «Corriere della Sera» per presunte irregolarità amministrative del CNEN erano quelli di pe­culato aggravato e continuato, falso in atto pubblico e abuso di potere. Ippolito avrebbe speso soldi dello Stato per viaggi non dovuti all’attività del CNEN. Le accuse riguardavano anche la sua vita privata per l’acquisto di una villa del valore di una ventina di milioni e dell’acquisto di due automobili una delle quali trasferita per uso privato a Cortina d’Ampez­zo, dove egli possedeva una casa arredata con opere d’arte e pezzi di antiquariato di valo­re.

Rispetto ad alcune accuse Ippolito ammise le proprie responsabilità e al fine di evitare uno scandalo nazionale triste per la sua vita e ignobile per il Paese preferì versare i nove milioni di lire che secondo l’accusa avrebbe prelevato dalle casse del CNEN per spese personali ed ora pretesi dalla Corte dei Conti. Molte di quelle imputazioni tuttavia non solo erano false ma anche inverosimili. Ad esem­pio gli venne contestato l’utilizzo per una sola volta a scopo personale di una “campagnola” del CNEN e per aver fatto acquistare borse di finta pelle da distribuire ai giornalisti con dentro gli stampati illustrativi dell’attività dell’En­te. Quante penne per gli appunti, quante “colazioni di lavoro”, quante “ventiquattrore”, bu­ste e borse vengono distribuite ad ogni incontro fra enti pubblici e stampa senza produrre scandalo? Lo scienziato napoletano a questo proposito ricordò che dallo stesso Ente gli fu regalata una penna d’oro che valeva da sola di più di tutte quelle borse in finta pelle che vennero distribuite ai giornalisti presenti a quell’incontro.

In verità i fatti contestati erano in gran parte dubbi e di modesta entità, mentre la con­danna fu pesantissima, e in molti ritennero che la vicenda giudiziaria sia stata una farsa orchestrata per togliere di mezzo Ippolito e stroncare la nascente industria nucleare italia­na in favore della potente filiera petrolifera gestita dalle Sette Sorelle, termine quest’ultimo coniato da Mattei per indicare le potenti compagnie che dominarono per una trentina d’an­ni, fino alla crisi del 1973, la produzione petrolifera mondiale.

La richiesta del pubblico ministero fu di ventun anni di reclusione, sedici milioni di multa e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Il 29 ottobre 1964 la sentenza della camera di consiglio condannò Felice Ippolito a undici anni e quattro mesi di reclusione e al pagamen­to di sette milioni di ammenda mentre confermò l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. In appello l’attività criminosa verrà ridotta ad una serie di favoritismi, di clientelismo e di leggerezza gestionale favorita da particolari condi­zioni di di­sordine amministrativo e orga­nizzativo causato forse anche dal­l’ente in vertigino­sa cresci­ta. La pena scese a cinque anni e tre mesi di reclusione di cui uno condona­to. Edoar­do Amaldi, l’artefice della ricostruzione della fisica italiana del dopoguerra e stret­to collabo­ratore di Ippolito, commentò il provve­dimento affermando che per l’Italia si trat­tò di “una sconfitta grave quanto lo fu Caporetto”.

Dopo due anni e venti giorni passati nel carcere di Rebibbia Felice Ippolito ottenne la li­bertà provvisoria e nel marzo del 1968 Giuseppe Saragat, il suo stesso primo accusatore, che nel frattempo era diventato presidente della Repubblica, gli concesse la grazia resti­tuendogli i diritti civili e la facoltà di tornare all’insegnamento. Quando gli fu chiesto di ri­cordare i giorni passati in carcere, luoghi molto peggiori di quelli attuali, egli preferì non entrare nei dettagli. Raccontò però un episodio che nelle sue intenzioni avrebbe dovuto co­stituire un po’ di confort rispetto ai tanti mesi passati in cella. Esaltò un piccolo malanno che aveva al­l’orecchio al fine di essere trasferito per accertamenti in ospedale ma senza pensare minimamente all’eventualità di un intervento chirurgico. Un grande luminare, famoso chirurgo, si impose per intervenire egli stesso al fine di rimuovere chirurgicamente il difetto. Sbagliò invece tutta l’operazione e da allora il fisico napoletano rimase sordo all’orecchio destro. Per il resto riferì che il primo impatto con il carcere fu davvero molto duro ma una volta superato ci si ritrova completamente deresponsabilizzati. La vita da detenuto la passò riempiendola con molte letture, molto studio e alla scrittura di un saggio relativo alla nazionalizzazione delle ferrovie.

Appena tornato in libertà entrò immediatamente nell’agone culturale e politico. A set­tembre di quello stesso anno uscì il primo numero di «Le Scienze» edizione italiana di «Scientific American», una rivista che acquisto regolarmente e conservo ma di cui mi mancano i primi numeri. Egli fu non solo il fondatore, ma fino al 1995, anche direttore del mensile. Nel 1979 entrò nel Parlamento Europeo eletto come indipendente nelle liste del Partito comunista italiano (PCI) con l’obiettivo di portare a compimento la più ambizio­sa delle sue idee politiche: la creazione dell’Europa unita. Morì a Roma il 24 aprile del 1997.

Da quella seconda Caporetto individuata da Amaldi, l’Italia non si è più ripresa ed anzi ha perso anche quel poco di indipendenza energetica che era stata creata con l’opera di Ippo­lito. L’incidente di Chernobyl e il referendum che ne seguì posero la fine definitiva alla creazione in Italia di energia elettrica con il nucleare. L’Energia Nucleare del CNEN si trasformerà in Energia Alternativa dell’ENEA.

Prof. Antonio Vecchia

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