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IL CARSO


    Carso deriva dal tedesco Karst, un termine che a sua volta trae origine dalla parola indoeuropea “Kar” che significa rupe, roccia. Si tratta di un’anticlinale, cioè una piega a gobba, allungata in direzione nord-ovest sud-est situata in una vasta area ripartita fra Slovenia, Croazia e Italia. La parte italiana è conosciuta come “Carso triestino” ed è limitata a NO dalle alluvioni dell’Isonzo, a NE dal tratto finale del Vipacco, a SE dal solco della Val Rosandra e a SO dall’Adriatico quindi, la parte rimasta entro i nostri confini politici, abbraccia, oltre all’intera provincia di Trieste, anche parte di quella di Gorizia. Il territorio non italiano del Carso si estende a sud verso l’Istria e la Dalmazia settentrionale e a nord-est verso la zona di Postumia e la Selva di Tarnova, fino alla pianura di Lubiana.

    Il Carso è rappresentato da fenomeni molto tipici, legati alle caratteristiche chimiche e strutturali delle rocce e all’azione di modellamento da parte degli agenti atmosferici sulle rocce stesse. Il fenomeno carsico non è limitato alla regione geografica sopra citata, ma si estende su vaste aree del bacino del Mediterraneo ed extraeuropee dove i fenomeni sono anche più intensi ed importanti di quelli che si osservano sul Carso propriamente detto. In realtà la notorietà di questa zona è dovuta al fatto che qui sono stati studiati per primi, con criteri rigorosamente scientifici, questi fenomeni. Per questo motivo il termine “carsismo” è stato adottato dalla Geologia ufficiale per definire qualsiasi territorio che presenti caratteristiche geologiche e morfologiche tipiche di questa regione.

    La zona fu esplorata per la prima volta in modo sistematico nel decennio che va dal 1670 al 1680 dal barone Johann Valvasor, uno scienziato dilettante che visitò 70 grotte lasciando dettagliate relazioni e illustrazioni che in seguito vennero pubblicate in quattro corposi volumi. Alcuni anni più tardi il matematico Joseph Nagel fu incaricato dalla corte di Vienna di esplorare e cartografare le principali caverne presenti sul territorio dell’Impero austroungarico. Egli studiò le grotte slovene del Carso tracciandone il rilievo ed eseguendo schizzi che tuttavia non furono mai resi pubblici.

    Sia Valvasor sia Nagel dedicarono particolare attenzione alla sua più famosa grotta, la Adelsberger Grotte, divenuta poi Postumia e quindi Postojna Jama, quando la Jugoslavia, dopo la seconda guerra mondiale, si annesse gran parte del territorio carsico (in sloveno Kras) che era stato italiano. Questa grotta era nota da lungo tempo e già nel XIII secolo aveva attratto i viaggiatori per il suo ingresso imponente dal quale sgorgavano le acque spumeggianti del fiume Piuca. L’interesse della grotta era dovuto quindi più a motivi turistici legati alla posizione geografica lungo la strada che collegava Vienna all’Adriatico che a quelli scientifici.

    Gli studi organici del fenomeno carsico e le attività speleologiche con marcato carattere scientifico ebbero inizio nella prima metà del 1800 per opera di alcuni scienziati triestini fra i quali vanno ricordati Giovanni Svetina, Antonio Hanke, Federico Müller e Giuseppe Marini. L’altopiano triestino diventò quindi un campo di interessi naturalistici nel quale, al fascino dell’impresa sportiva (una specie di alpinismo alla rovescia), si accompagnò la ricerca scientifica. La speleologia infatti vide la luce proprio sul Carso oltre un secolo e mezzo fa ed oggi è diffusa in tutto il mondo.

      

 1. IL TERRITORIO

    Il Carso è formato prevalentemente da rocce calcaree, vale a dire da rocce costituite da carbonato di calcio un composto chimico praticamente insolubile, ma che in acqua leggermente acidula si trasforma in bicarbonato molto solubile. Queste rocce si sono formate per l’accumulo, protrattosi per milioni e milioni di anni, di fanghi e resti calcarei di una miriade di organismi marini dalle dimensioni più disparate: dai microscopici Foraminiferi fino ai grossi Lamellibranchi dalla voluminosa conchiglia.

    La zona in cui si formerà il Carso, più di 120 milioni di anni fa, durante quella che viene chiamata l’Era Mesozoica, era un mare poco profondo di acque tiepide abitate prevalentemente da organismi con guscio e scheletro calcareo che formavano una barriera corallina simile a quella oggi esistente in prossimità delle isole Seychelles o Bahamas. Essa era situata ad una latitudine di circa 30° ed era caratterizzata da un clima tropicale molto diverso quindi da quello attuale. Come ha fatto quella zona a spostarsi molto più a nord? 

    Per rispondere a questa domanda bisogna sapere che la crosta terrestre non è omogenea e compatta come appare a prima vista, ma formata da placche o zolle in continuo, anche se lentissimo, movimento. Questi ampi e relativamente sottili zatteroni di crosta terrestre che in prima approssimazione si possono identificare con gli attuali continenti, si muovono grazie ai moti convettivi del magma sottostante. Sotto la rigida crosta terrestre esiste infatti un’ampia fascia di materiale caldo e pastoso, detta dai geofisici mantello, interessata da moti convettivi simili a quelli che si generano nell’acqua di una pentola posta sulla fiamma. Come l’acqua resa leggera dalla temperatura elevata, sale all’interno della pentola e poi, divenuta più fredda e pesante, ridiscende, così entro il mantello il magma caldo sale verso l’alto dove si raffredda e quindi ridiscende. Si formano in questo modo delle celle convettive che spaccano la crosta e la spostano. Naturalmente tutto avviene in tempi molto lunghi, cioè in tempi geologici.

    Quindi, per molti milioni di anni, in una zona molto particolare per caratteristiche chimiche e biologiche, chiamata piattaforma carbonatica, si è andato depositando del carbonato di calcio sia direttamente precipitando sotto forma di impalpabili fiocchi biancastri, sia attraverso le impalcature rigide di alghe incrostate, coralli e gusci di molluschi che vivevano nella barriera corallina. Il peso dei sedimenti che a mano a mano si accumulavano sul fondo schiacciava quelli sottostanti che in questo modo si compattavano fino a trasformarsi in roccia. Il fenomeno, che prende il nome di diagenesi, è molto lento e prevede l’accumulo di solo 2 o 3 cm di materiale roccioso in 1000 anni. Sembra poca cosa, però si deve ricordare che l’accumulo si protrasse per circa 100 milioni di anni arrivando a spessori di roccia di migliaia di metri molto superiori a quelli che misura attualmente il Carso, il quale, dopo la sua emersione, ha subito un significativo fenomeno di erosione e corrosione.

    Ma come ha fatto la massa di rocce accumulate sul fondo del mare ad emergere? La spiegazione ancora una volta ce la fornisce la geologia che ha elaborato un modello detto della “tettonica delle placche” che spiega non solo lo spostamento di tratti di crosta ma anche la formazione dei monti (orogenesi).

    Centoventi milioni di anni fa l’Africa era molto più lontana dall’Europa di quanto non sia oggi ed era separata dal nostro continente da un vasto oceano che i geologi chiamano Tetide. Il lento movimento del continente africano verso nord ha determinato la riduzione del grande oceano ad un piccolo mare interno, il Mediterraneo, e contemporaneamente la nascita del cosiddetto corrugamento alpino-himalaiano, cioè di tutte quelle catene montuose sistemate nel senso dei paralleli che vanno dalla Spagna all’estremo oriente asiatico. Il meccanismo, che ha portato alla formazione delle catene montuose lo si può immaginare simile allo spostamento di un armadio su un tappeto. Spingendo il mobile, il tappeto si raggrinzisce fino a che le pieghe si accavallano le une sulle altre: alla fine esso sarà diventato più corto ma avrà acquisito spessore. Più o meno la stessa cosa è avvenuta sulla Terra ad iniziare da un’ottantina di milioni di anni fa, alla fine dell’era Mesozoica, quando l’Africa ha cominciato a spingere i materiali che si erano andati accumulando sul fondo della Tetide. Fra questi materiali vi erano anche quelli che sarebbero diventati il nostro Carso.

    La sedimentazione che portò alla formazione della roccia calcarea avvenne attraverso ritmi piuttosto discontinui così come furono differenziate nell’intensità le spinte dell’orogenesi alpina. Vi furono quindi periodi in cui il mare era poco profondo e in alcune zone le rocce emergevano dalle acque, seppure di pochi metri, e altri periodi in cui i sedimenti rimanevano sempre coperti dal mare. Nelle zone emerse gli agenti atmosferici e le onde del mare smantellavano le formazioni che affioravano, ma nello stesso tempo materiali terrigeni portati dai fiumi che venivano da lontano si accumulavano sulle bianche rocce calcaree.

    La spinta decisiva si ebbe però verso la metà dell’era che seguì la Mesozoica e che prende il nome di Cenozoica. Quindi all’incirca fra i 25 e i 30 milioni di anni or sono, il grandioso edificio calcareo venne spinto definitivamente fuori dalle acque divenendo terra emersa. Su di esso si instaurò una rete idrica di cui faceva parte, nella zona prospiciente Trieste, il Timavo, che contribuì con il suo scorrere a rendere semipiana la superficie del territorio che in precedenza era già stato in parte modellato dall’abrasione marina. Contemporaneamente in Istria avveniva un analogo processo di spianamento ad opera di numerosi piccoli corsi d’acqua e nel Goriziano il sistema fluviale isontino fece altrettanto creando fra l’altro il “Vallone”, cioè quel solco che oggi divide il Carso Goriziano da quello Triestino.  

    Venne così a formarsi una grande superficie di spianamento dapprima unitaria e successivamente smembrata in più parti dalle erosioni fluviali e dalle ingressioni marine. Successivamente, come abbiamo visto, il suolo cominciò ad innalzarsi e fratturarsi spinto dalla zolla africana. Le acque scorrevano sulla roccia resa fortemente permeabile per la fitta rete di minutissime incrinature e, attratte dalla gravità, iniziarono a scendere verso il basso. A poco a poco, dalla superficie sparirono i fiumi e le altre acque stagnanti che si trasferirono sul fondo della massa calcarea. Il Timavo che con i suoi affluenti per milioni di anni scorreva su quelle terre si inabissò, inghiottito dalle famose grotte di San Canziano, per ricomparire in superficie presso San Giovanni di Duino dove le sue acque poco prima di raggiungere il mare, sgorgano dalla roccia viva. Il suo percorso sotterraneo, in gran parte misterioso, raggiunge una lunghezza, in linea d’aria, di oltre 35 kilometri e rappresenta un tipico esempio di fiume sotterraneo.

    

2. L’AZIONE DELL’ACQUA

    Le molteplici e tipiche forme con cui si presenta il Carso agli occhi del visitatore sono dovute fondamentalmente alla particolare roccia che lo costituisce: il calcare. Essa è formata sostanzialmente da carbonato di calcio (CaCO3) un composto pochissimo solubile in acqua ma che si trasforma facilmente in un composto molto solubile, la cui formula chimica è Ca(HCO3)2.

    La reazione che regola il processo carsico può essere quindi scritta nel modo seguente:

CaCO3 + H2O + CO2    Ca(HCO3)2

     Essa sta a significare che il carbonato di calcio in presenza di acqua e anidride carbonica si trasforma in bicarbonato di calcio. Ma la doppia freccia suggerisce anche che la reazione può avvenire in senso contrario e cioè che il bicarbonato si può trasformare in carbonato liberando anidride carbonica e acqua. Si tratta, in altri termini, di una reazione di “equilibrio mobile” cioè di una reazione che può svolgersi nelle due direzioni a seconda delle condizioni ambientali.

    L’anidride carbonica è presente nell’aria in quantità minima (rappresenta solo lo 0,03 per cento dei gas presenti), ma nell’acqua piovana i rapporti di concentrazione dei gas cambiano e l’anidride carbonica si trova in concentrazione maggiore soprattutto se l’acqua è fredda e se ristagna in particolari tipi di terreni. Vi sono infatti dei terreni che riescono ad immagazzinare aria in cui l’anidride carbonica si trova fino a cento volte più concentrata che nell’atmosfera, rendendo decisamente acide le acque che li pervadono. Anidride carbonica e acqua portano alla formazione di acido carbonico secondo la reazione seguente:                CO2 + H2O ➝ H2CO3.

    La ricchezza di forme originali che il Carso presenta è dovuta all’azione di un insieme di fattori, fra cui, come abbiamo detto, il principale è l’acqua piovana, un ingrediente fondamentale per la sua azione chimica (corrosione) e meccanica (erosione) sulle rocce calcaree. L’insieme delle forme e dei fenomeni che le determinano prende il nome di “carsismo” che, come abbiamo già detto, rappresenta una disciplina autonoma in seno alla geologia.

    Il carsismo si instaura in zone temperate e relativamente molto piovose in cui l’acqua agisce sulla roccia con intensità diversa a seconda della particolare disposizione degli strati e della loro purezza. Se la roccia è compatta, l’acqua meteorica esplica la sua azione solo in superficie trasformando ed asportando il calcare fino a formare una serie di rivoli che si dipartono a raggiera dal punto più alto della struttura verso il basso. I calcari impuri sono invece poco solubili: il calcare è infatti tanto più “carsificabile” quanto più è puro. Di solito contengono quantità più o meno elevate di argilla formata soprattutto da ossidi di silicio, di ferro e di alluminio non soggetti ai processi di corrosione chimica e che quindi vengono abbandonati come residuo insolubile. A mano a mano che il carbonato si solubilizza, si accumula l’argilla residuale colorata di rosso mattone più o meno intenso per gli ossidi di ferro che contiene. Si forma così la cosiddetta terra rossa, che va a sedimentarsi nelle zone topograficamente depresse. La superficie carsica è caratterizzata quindi da zone in cui affiora la roccia pura e zone in cui questa è ricoperta da uno strato di terra rossa di cui tornano impolverati gli escursionisti e in cui si sviluppa una vegetazione scarsa, ma ricca di specie molto particolari ed esclusive. La terra rossa è molto fertile in quanto ricca di preziosi sali minerali e dell’acqua meteorica che riesce a trattenere in superficie consentendo così coltivazioni produttive, fra le quali la vite, da cui si ricava il famoso terrano, un vino rosso molto adatto ad accompagnare i piatti di selvaggina.

    Il Carso è un ambiente naturale a due piani. C’è il Carso di superficie illuminato dal Sole e bagnato dalla pioggia con i suoi fenomeni detti di carsismo epigeo (dal greco epí = sopra e = terra) e c’è un Carso sotterraneo che le tenebre velano di mistero e dove l’acqua ha scolpito sulle pareti e sul fondo delle caverne le forme più strane e indeterminate che poi la fantasia dell’uomo interpreta come meglio crede; il tutto pervaso da un silenzio angosciante rotto soltanto dal picchiettare incessante delle gocce d’acqua che cadono dal soffitto. I fenomeni che avvengono in profondità sono detti di carsismo ipogeo (dal greco hypó = sotto e = terra).

 

3. LA MORFOLOGIA

    Lo sviluppo dei fenomeni carsici, come abbiamo visto, è determinato dalle caratteristiche chimiche e strutturali delle rocce calcaree che vengono aggredite dalle acque piovane ricche di anidride carbonica con risultati più o meno rilevanti a seconda del grado di purezza, della configurazione del territorio e delle caratteristiche climatiche della zona.   

    L’insieme di questi fattori condiziona la morfologia superficiale dei diversi settori dell’altopiano alcuni estremamente “incarsiti” e tormentati, altri ricoperti di terra rossa che, con il potere assorbente della sua componente argillosa riesce, come si è già detto, a trattenere un po’ d’acqua e ad alimentare una vegetazione peraltro non troppo rigogliosa. Il paesaggio carsico comprende anche la cosiddetta “zona del flysch” una fascia di larghezza variabile ben rappresentata nella zona di Trieste prospiciente il mare dove degrada in terrazzi coltivati a vitigno. Si tratta di terreni sedimentari costituiti da alternanze ripetute di scisti, arenarie, argille e brecce calcaree che si sono formati durante la fase finale del sollevamento dell’anticlinale, quando il materiale depositato dai fiumi sul tavolato leggermente ondulato è scivolato lungo i fianchi della struttura che si andava incurvando.

    Gli escursionisti che visitano per la prima volta la zona del Carso triestino possono rimanere sorpresi nel vedere che esso non è affatto quell’ammasso sterile di pietre battuto dai venti che con molta approssimazione viene a volte descritto dagli opuscoletti pubblicitari. C’è anche questo, ma si tratta di un aspetto particolare che si ritrova ad esempio sull’altopiano di Doberdò, dove effettivamente il suolo è coperto di scarso terriccio su cui cresce una vegetazione stentata spesso interrotta dalla roccia nuda bizzarramente scolpita. Viceversa il Carso, nella zona intorno a Trieste, è un morbido paesaggio suggestivo per la vicinanza con il mare, incredibilmente verdeggiante nella bella stagione e che in inverno le foglie del sommacco (una pianta molto tipica) colorano di rosso.

    L’acqua, come abbiamo visto, insieme con l’anidride carbonica, è un elemento determinante nel meccanismo chimico che dissolve la roccia convogliandola in soluzione nel sottosuolo; la stessa acqua però condiziona il paesaggio di superficie proprio per la sua assenza. Qui il terreno pianeggiante è disseminato di conche imbutiformi di larghezza variabile più o meno profonde, che danno al paesaggio un aspetto quasi lunare. I versanti di questi avvallamenti subcircolari, di solito coperti di scarsa vegetazione, possono essere dolci o ripidi con il fondo generalmente coperto da terra rossa che nasconde il cosiddetto inghiottitoio, cioè la fessura centrale attraverso la quale defluirono le acque mescolate a terriccio e pietrisco. Essi sono noti con il nome di doline, un termine che in lingua slovena vuol dire piccole valli.

    L’origine delle doline, che costituiscono la caratteristica più evidente della morfologia carsica di superficie (in alcune zone se ne contano più di cento per kilometro quadrato) non è stata ancora chiarita del tutto. Secondo alcuni studiosi, esse prenderebbero origine dall’incrocio di fratture e fessure che formano una specie di imbuto dove confluiscono le acque la cui azione nel tempo allarga e approfondisce la piccola conca iniziale. Quando la terra rossa trascinata dall’acqua avrà intasato lo smaltitoio centrale, questo cesserà di funzionare come punto idrovoro e altra terra rossa trasportata dall’acqua piovana colmerà il fondo. Una dolina provvista ancora di profondo inghiottitoio verticale è chiamata foiba (dal latino fóvea che significa fossa). Dalla distruzione del diaframma di separazione di due o più doline contigue si forma un avvallamento molto caratteristico detto uvala, che significa anch’esso valle. Le doline più estese ed ampie si chiamano polje (in italiano "campo"), e da esse prende nome il paese di Redipuglia (una località che non ha nulla a che fare con un fantomatico re della regione meridionale d’Italia). In altre zone del nostro Paese le stesse formazioni prendono il nome di piani (ad esempio il Piano del Cansiglio nelle Alpi Venete) o campi (ad esempio Campo Imperatore sul Gran Sasso).

    Altro tipico esempio di fenomeno carsico di superficie è rappresentato da solchi più o meno paralleli e più o meno profondi che gli studiosi tedeschi chiamano Karrenfelder e che noi abbiamo tradotto con “campi carreggiati” per la somiglianza che a volte queste formazioni hanno con i solchi lasciati sul terreno dalle ruote dei carri e vengono infatti anche detti "campi solcati". Quando il reticolo dei crepacci è ben sviluppato, il campo tende a degradarsi fino a trasformarsi in una “griza” ossia in una pietraia in cui si mescolano caoticamente massi, pietrisco e terra rossa.

    L’altro Carso, quello di profondità, non è accessibile a tutti. Voragini precipitose, angusti cunicoli e pericoli improvvisi e inattesi precludono l’accesso a chi non è adeguatamente attrezzato e a chi non è in possesso di una tecnica che non si improvvisa. Tuttavia anche al turista non equipaggiato di tutto punto il Carso offre qualche parziale visione di ciò che avviene nel sottosuolo. Alcune grotte sono infatti arredate con lampade e scale per le visite turistiche.

    Le due grotte più rappresentative e più celebri del Carso, quelle di Postumia e San Canziano, dopo l’ultima guerra mondiale, sono rimaste in territorio jugoslavo. I due sistemi, pur essendo il prodotto dello stesso fenomeno erosivo, sono fra loro assai diversi. Le grotte di Postumia sono famose per la loro spettacolarità data dalle forme più impensate che creano intorno al visitatore un paesaggio fiabesco, fatto di mille ricami di pietra; le Grotte di San Canziano si presentano invece con aspetto pauroso perché in esse prevale l’orrido, il precipizio, il fragore delle acque. La scarsa illuminazione rende poi l’ambiente ancora più inquietante.

    Attualmente la cavità naturale più famosa della parte italiana del Carso è senza dubbio la Grotta Gigante. Essa, attrezzata per le visite turistiche fin dal 1908, è considerata la caverna più vasta del mondo, tanto che si calcola possa contenere l’intera cupola della Basilica di San Pietro. Alcuni anni fa sono stati sistemati all’interno della cavità dei grandi pendoli orizzontali ed altre apparecchiature per la misurazione delle maree terrestri, nonché una stazione meteorologica.

    Il fenomeno carsico, come abbiamo detto, è presente anche in altre regioni italiane. La grotta, che per grandiosità e spettacolarità può competere con quella di Postumia, è la Grotta di Castellana in Puglia. Nel 1938, al prof. Franco Anelli, a quel tempo direttore delle grotte di Postumia, venne chiesto di esplorare una cavità naturale che comunicava con l’esterno attraverso un profondo abisso che la gente del luogo usava come immondezzaio. Anelli si rese immediatamente conto di trovarsi di fronte ad un patrimonio paesaggistico di inestimabile pregio che era necessario valorizzare adeguatamente. Oggi nella grotta, aperta al pubblico, si accede comodamente per mezzo di un ascensore e non più con la scala a corda con cui scese il prof. Anelli per la prima volta. Quindi, attraverso una serie di corridoi e di sale adorne di drappeggi e infiorescenze di rara bellezza e suggestione, si arriva alla spettacolare Grotta Bianca, scoperta e aperta al pubblico in un momento successivo.

    Il Carso, per le cavità naturali che contiene, è stato spiritosamente paragonato alla groviera (il famoso formaggio pieno di buchi). Un’ampia caverna potrebbe essere coperta da un soffitto molto sottile (la volta della Grotta Gigante, ad esempio, ha uno spessore di soli sei metri) che da un momento all’altro potrebbe crollare dando vita a quella che viene chiamata una “dolina di sprofondamento”. In questo modo si sarebbe formato il lago di Doberdò un tipico lago carsico alimentato dalle acque sotterranee.

    Le grotte, i cunicoli e le caverne naturali scavate dalle acque nel corpo della montagna sono quindi destinate a scomparire e non solo in conseguenza dello sgretolamento generale di quelle impalcature, ma anche per effetto delle acque stesse le quali, rallentando il loro scorrimento, depositano nei vuoti sotterranei sassi, terriccio ed ogni altro materiale che trascinano con sé.

    Ma il riempimento più caratteristico e spettacolare è quello prodotto dalle stalattiti, dalle stalagmiti e da tutta una serie di altre concrezioni che indicano il lento depositarsi del carbonato di calcio insolubile contenuto nelle acque percolanti. Le grotte sono sature di umidità e l’acqua bagna con veli sottili le pareti e cade gocciolando dal soffitto. La dispersione dell’anidride carbonica contenuta in soluzione attraverso la polverizzazione delle gocce che cadono sposta l’equilibrio della reazione chimica scritta precedentemente nella direzione del carbonato di calcio insolubile che quindi precipita. Si formano in questo modo le sottili stalattiti (dal greco stalasso = gocciolo) che pendono dalla volta e le tozze stalagmiti (dal greco stalagmos = goccia) che salgono dal pavimento.

    L’acqua che scorre lentamente sulle pareti abbandona anch’essa il carbonato spesso impuro per la presenza di limo e di altre sostanze che colorano le frange, i festoni e i drappeggi rigidi che ornano le pareti. A volte la stalagmite cresce fino a incontrare la stalattite che scende dall’alto formando in questo modo una colonna talora di dimensioni notevoli. Il marmo lievemente variegato, delicato e traslucido, che noi chiamiamo alabastro calcareo, non è altro che l’insieme delle concrezioni che in tempi lunghissimi hanno riempito le vecchie caverne carsiche.

 

4. FLORA E FAUNA

    L’elemento che più di altri caratterizza un paesaggio è la vegetazione anche perché le piante, a differenza degli animali, non possono muoversi dalla posizione in cui nascono e crescono e quindi sono destinate a soccombere nel caso di repentini cambiamenti climatici e ambientali. Alle piante sono poi legati gli animali erbivori che si cibano di esse e che sono a loro volta nutrimento dei carnivori. Piante, animali e ambiente fisico interagiscono quindi tutti insieme in modo molto stretto creando quei delicati equilibri naturali che sono il risultato di una lunga e complessa evoluzione.

    La flora del Carso triestino è molto particolare perché ricca di specie endemiche, cioè di specie esclusive che non trovano riscontro in altre zone dell’Europa sud-orientale. Per questo motivo, oltre che per dare risalto agli aspetti più caratteristici del carsismo, si è tentato di istituire alcune riserve naturali, peraltro di limitata estensione, ma questi tentativi si risolsero in un fallimento completo nel momento in cui ci si rese conto che la realizzazione del progetto avrebbe minacciato certi interessi locali. L’unica iniziativa riuscita per valorizzare e proteggere l’ambiente naturalistico del Carso è stata la creazione di un Orto Botanico privato. Nel 1964 il farmacista triestino, appassionato di botanica, Gianfranco Gioitti, acquistò un terreno, che seppure di limitate dimensioni (solo mezzo ettaro), era una sorta di compendio di tutti gli ambienti tipici del Carso, dal prato alla boscaglia, dalla dolina ai campi carreggiati, alle grize. Con la collaborazione di alcuni botanici dell’Università di Trieste nacque in questo modo la “Carsiana” che una volta completata e arricchita delle piante più rappresentative della zona fu ceduta dal dottor Gioitti all’Amministrazione Provinciale di Trieste perché la aprisse al pubblico.

    Nella distribuzione delle specie vegetali il tipo di terreno gioca un ruolo non secondario. Possiamo distinguere tra le rocce calcaree dove, nonostante la terra rossa, l’elevata permeabilità per fessurazione costituisce un sostrato molto arido per la vegetazione e la zona del Flysch dove le marne e le arenarie riescono a trattenere per un certo tempo l’acqua in superficie e favorire in questo modo lo sviluppo della vegetazione spontanea oltre a certe culture introdotte dall’uomo.

    Un ruolo importante per la fioritura e lo sviluppo delle piante viene attribuito ai fattori climatici i quali non solo influenzano direttamente la flora determinando il periodo di vegetazione, ma la condizionano anche indirettamente indirizzando l’evoluzione dei terreni. Il clima della zona carsica può essere definito di transizione fra l’atlantico e il continentale. Il primo, con i suoi periodi di pioggia si fa sentire soprattutto in primavera e autunno, mentre il secondo, freddo e asciutto, si manifesta in inverno. Oltre a questo aspetto generale non si possono trascurare alcune variazioni locali legate a particolari situazioni topografiche. Si vengono così a differenziare alcuni microclimi, per esempio all’interno delle doline più profonde, dai quali dipendono certi aspetti particolari della vegetazione. Inoltre si osserva che dalle rive del mare verso l’interno diminuisce la temperatura, aumentano le precipitazioni (anche nevose) e il vento soffia teso e violento. La bora e lo scirocco con il loro alternarsi fanno sentire in modo spesso negativo la loro influenza sull’ambiente: la bora perché dissecca i giovani germogli e asporta il terriccio superficiale, lo scirocco perché apporta umidità che favorisce lo sviluppo dei parassiti.  

    Sul Carso propriamente detto tre sono le formazioni botaniche più evidenti: la Boscaglia carsica, il Prato carsico e la Landa carsica.

    Il bosco carsico, quasi sempre ridotto a boscaglia, è meno folto e quindi più ricco di luce di quello europeo situato nello stesso orizzonte altimetrico. Esso è costituito da numerose specie di latifoglie in cui domina la Carpinella e l’Orniello che sono le piante più rappresentative di questa formazione forestale. Queste piante, insieme con le Querce e gli Aceri offrono in primavera agli occhi dei visitatori tutta una gamma di tonalità di verde che va dal delicato delle foglie appena formate allo scuro del fogliame più maturo.

    Il bosco carsico come si presenta attualmente è in gran parte il risultato dell’azione sconsiderata e distruttrice dell’uomo che si è protratta per più di un millennio. Nel periodo delle glaciazioni, migliaia di anni or sono, nonostante il notevole abbassamento della temperatura (il Carso tuttavia non fu mai coperto permanentemente dal ghiaccio), ma grazie al contemporaneo aumento delle precipitazioni, la zona era interessata da imponenti formazioni boschive e il manto vegetale era molto ricco e lussureggiante come testimoniano i reperti di animali trovati allo stato fossile nelle grotte. Vi facevano parte i Cervi, i Buoi, i Cavalli selvatici e gli altri grandi mammiferi come l’Orso delle caverne, il Leone e il Cinghiale.

    Negli ultimi anni l’uomo ha cercato di riparare i danni. I primi tentativi di rimboschimento, della prima metà dell’Ottocento, attraverso la piantumazione di querce, frassini e altre piante caducifoglie autoctone del Carso, fallirono completamente perché il substrato non era sufficientemente fertile per accoglierle. Nel 1860, l’ispettore Giuseppe Koller, capo dell’ufficio forestale di Gorizia, suggerì il trapianto del Pino nero una pianta che si dimostrò resistente alla siccità e alla violenza della bora e che non soffriva le brusche variazioni di temperatura.

    Oggi sul Carso noi vediamo prevalentemente due tipi di bosco, che sono però da considerarsi estranei all’ambiente originario. Essi sono le pinete di Pino nero e i boschetti di Robinia. Il Pino nero, dopo gli esperimenti del Koller, è stato introdotto a milioni di esemplari con lo scopo di consentire una rapida ripresa del bosco naturale e in effetti non solo si è perfettamente inserito nell’ambiente carsico, ma ha anche creato le condizioni per la crescita spontanea di nuovi alberi. La sua presenza tuttavia ha comportato l’insorgere di alcuni elementi negativi al paesaggio naturale. Innanzitutto il contenuto dei suoi aghi, leggermente acido, non ha consentito lo sviluppo di un ricco sottobosco. In secondo luogo, trattandosi di una monocultura, il Pino nero si è dimostrato debole nei confronti dei parassiti fra i quali il più diffuso è la processionaria. Infine, essendo una pianta resinosa con legno secco, soccombe facilmente agli incendi, purtroppo, negli ultimi tempi, sempre più frequenti.

    La robinia, che è una pianta originaria del Nord-America, è stata introdotta per ottenere i tutori delle viti e per ricavarne legna da ardere. Una saggia politica forestale oggi consiglierebbe di non insistere con il Pino e la Robinia, ma lasciare che la vegetazione spontanea delle latifoglie si diffondesse su tutto l’altopiano. Purtroppo lo sviluppo dell’edilizia residenziale e della viabilità ha ulteriormente peggiorato la situazione, frazionando il territorio e rendendo discontinua la boscaglia spesso ridotta a rade essenze di alto fusto e sparse forme cespugliose.

    Ma per ritrovare tutta la singolarità e originalità della vegetazione del Carso dobbiamo osservare la cosiddetta Landa carsica: un ambiente costituito in tempi lontani da pascoli di grandi estensioni e che oggi, con l’abbandono della pastorizia, è stato invaso da piante basse e cespugliose che costituiscono agli occhi del turista l’aspetto più caratterizzante e ricco di fascino della zona.

    La Landa carsica è un’associazione tipicamente zoogena, ossia formatasi a seguito del pascolo di ovini (in tempi più antichi) e di bovini (in tempi più recenti) su superfici disboscate. Al posto degli antichi querceti e della stessa boscaglia si è venuta ad organizzare una associazione di piante basse e di erbe che potevano disporre di un terreno povero e poco profondo, atto a sopportare il calpestio e la brucatura degli animali domestici.

    In passato, quando la pastorizia e l’allevamento del bestiame erano pratiche molto diffuse, il prato si estendeva su superfici molto più vaste delle attuali; successivamente è intervenuto un aggiustamento spontaneo della vegetazione la quale ha raggiunto un grado elevato di stabilità. Attualmente quella che è diventata la Landa si presenta in dimensioni piuttosto ridotte: un po’ per la diffusione del Pino nero e un po’ per la ripresa spontanea del bosco che, non più economicamente redditizio, non viene tagliato.        

    Sulla Landa fioriscono specie vegetali tipiche ed esclusive di questa zona, alcune delle quali per colori e forma non possono passare inosservate nemmeno agli occhi del turista più distratto. Da marzo ad agosto la Landa non è mai priva di qualche pianta in fiore. Questi si caratterizzano per tutta la gamma dei colori fondamentali a cominciare dal giallo di quelli delle ginestre che si schiudono in primavera fino al viola e blu di quelli delle piante dai nomi noti solo agli specialisti che fioriscono in tarda estate inizio autunno.

    La Landa carsica che gli abitanti di lingua slovena chiamano gmajna, un termine mutuato dal tedesco Gemainde che significa “comune” perché quel terreno apparteneva a tutta la comunità, spesso è stata bonificata mediante spietramento. Le pietre sono poi servite per costruire i tipici muretti a secco che dividono le proprietà, ma sono anche state utilizzare in città per opere di interramento, a testimonianza dell’intimo rapporto di Trieste con il suo Carso. Una volta spietrata, la Landa veniva trasformata in seminativo o, dopo abbondante concimazione, in prato falciabile.

    A conclusione di questo rapido sguardo sulle principali associazioni vegetali del Carso non può mancare un cenno all’ambiente delle doline. Le doline ampie e poco profonde presentano una vegetazione simile a quella di superficie anche se spesso più rigogliosa. Nelle doline molto profonde invece le condizioni ambientali variano notevolmente soprattutto in relazione al fenomeno dell’inversione termica. Scendendo nella cavità la temperatura diminuisce come se si salisse il pendio di una montagna. In inverno in una dolina profonda sessanta metri si registra la stessa temperatura che in montagna si ha a 1500-1600 metri di quota. In estate la differenza è meno sensibile ma tuttavia sufficiente a spiegare sul fondo di alcune doline la presenza di una vegetazione ricca di specie alpine (come la Primula Auricola di colore giallo acceso) e continentali, differente da quella dell’altopiano.

    Le modificazioni del manto vegetale hanno avuto ovviamente un’influenza determinante sul popolamento animale del Carso soprattutto per ciò che riguarda i Vertebrati.

    Fra gli elementi tipici della fauna carsica vi sono innanzitutto gli insetti e fra gli insetti le farfalle occupano senza dubbio un posto importante perché rappresentano, al pari degli uccelli e delle piante, un elemento caratterizzante del paesaggio. Le farfalle carsiche assumono spesso le caratteristiche tipiche degli esemplari che vivono in ambienti asciutti, cioè con colori fondamentalmente chiari e delicati.

    Fra gli insetti merita anche un cenno la Mantide religiosa che deve il suo nome al caratteristico modo con cui tiene le zampe anteriori che sembrano assumere un atteggiamento di preghiera. Si tratta invece di un insetto tutt’altro che “pio” il quale, mimetizzato fra i rami, sta in attesa delle prede che afferra e divora vive. La femmina riserva un trattamento altrettanto crudele al maschio: durante l’accoppiamento lo divora iniziando dalla testa.

    Fra i Vertebrati rane e rospi sono abbondanti, insieme agli insetti, là dove ristagna dell’acqua come ad esempio in prossimità del lago di Doberdò. Ma l’anfibio più tipico del Carso è il Proteo una specie di “relitto preistorico”. Si tratta di un animale che nasce fornito di occhi che scompaiono nell’età adulta rendendo l’animale cieco. E’ grosso quanto un dito e vive nei corsi d’acqua sotterranei. Esso fu descritto per la prima volta dal barone Johann Valvasor che lo trovò in una grotta vicino a Lubiana, nel lontano 1689. 

    Fra i Rettili la specie più caratteristica è la vipera dal corno un animale pericoloso per il suo morso velenoso, che tuttavia raramente è mortale e che, come tutti i rettili, è attiva solo nel periodo più caldo dell’anno. Altro rettile, però del tutto inoffensivo, contro il quale il “naturalista” improvvisato e ignorante stupidamente si accanisce, è l’orbettino.

    Fra gli Uccelli sono da segnalare alcuni rapaci come l’Astore e il Gufo reale oltre a corvidi e passeracei. Nelle grotte e foibe carsiche nidifica il Colombo torraiolo, mentre è scomparsa la Coturnice, un uccello che prediligeva vivere sulla nuda roccia ora quasi ovunque ricoperta di vegetazione.

    Fra i Mammiferi del Carso la specie più nota è il Capriolo, ma sono numerosi anche gli Scoiattoli, le Lepri, le Talpe e i Ricci nemici naturali delle vipere e a cui lo stesso falso naturalista sopra citato, senza motivo dà la caccia. Con l’aumento dei rifiuti lasciati da persone incivili e poco rispettose dell’ambiente sono aumentati i ratti mentre grotte e foibe favoriscono la presenza di varie specie di pipistrelli. Fra i Carnivori predatori si ricorda la Volpe, la Martora, la Faina e il Gatto selvatico che forse in realtà è solo un gatto domestico rinselvatichito. 

    Merita infine una particolare menzione un piccolo animaletto non più grande della capocchia di uno spillo che però rappresenta un pericolo non trascurabile per l’uomo. Si tratta della zecca, un insetto (il cui veicolo di diffusione è il Capriolo) che ha notevole successo biologico anche in quanto privo di predatori naturali. Esso è pericoloso per l’uomo non tanto perché, attaccato alla pelle, gli succhia il sangue quanto perché apportatore di una malattia, detta Morbo di Lyme, che può essere anche mortale.

 

5. LE OPERE DELL’UOMO

    L’uomo è presente sul pianeta da alcuni milioni di anni, ma non nelle forme attuali. Egli, al pari degli altri animali, ha subito, nel tempo, una lenta e graduale evoluzione e da un ominide con aspetto decisamente animalesco è diventato quell’individuo moderno dotato di intelligenza che ben conosciamo. A questa evoluzione antropologica si è accompagnata quella culturale e industriale documentata dai manufatti conservati nel terreno.

    Di tutti i manufatti prodotti e usati dall’uomo primitivo si sono conservati solo quelli di pietra per cui gli archeologi hanno diviso questa fase dell’attività umana in tre periodi, chiamati rispettivamente Paleolitico o della pietra antica, Mesolitico o della pietra di mezzo, e Neolitico o della nuova pietra. Ai periodi della pietra lavorata è seguita l’età dei metalli la quale ci ha portato direttamente a quella storica.

    Il Carso non presenta depositi alluvionali o terrazzi fluviali nei quali normalmente si rinvengono i resti fossili dell’uomo o le tracce delle sue attività e pertanto, almeno per quanto riguarda la ricerca delle culture più antiche, nell’ambiente carsico bisogna rivolgersi esclusivamente ai depositi delle grotte dove si sono accumulati i terreni idonei a questo tipo di ricerca.

    Gli studi archeologici sul Carso triestino sono iniziati più di un secolo fa, ma hanno portato a scarsi risultati relativamente ai primi insediamenti umani anche a causa di un approssimativo metodo di studio. Negli ultimi decenni gli scavi si sono allargati ad aree più estese e lontane e i risultati delle ricerche sono stati più soddisfacenti, anche se la ricostruzione delle prime tappe dell’insediamento umano nel Carso rimane ancora piuttosto incerta e lacunosa.

    I recenti ritrovamenti di schegge di selce lavorata in depositi appartenenti al Paleolitico medio, quindi all’ultimo periodo glaciale, fanno ritenere che nella zona vivesse, più di 80.000 anni fa, l’uomo di Neandertal. Probabilmente si trattava di nuclei di cacciatori che sostavano nelle grotte del Carso solo temporaneamente. D’altra parte, per le sue caratteristiche di territorio boscoso e accidentato, sul Carso non si poteva praticare altro che la caccia e la raccolta di bacche e teneri germogli. La povertà numerica e la scarsa varietà dei manufatti rinvenuti nelle grotte potrebbe essere spiegata anche con una frequentazione discontinua della zona da parte di genti in transito.

    Alcuni ritrovamenti riferibili al Mesolitico farebbero ritenere che il Carso, dopo la fine del periodo glaciale, fosse frequentato da gruppi di cacciatori e raccoglitori i quali divennero stanziali e dimorarono permanentemente nelle numerose grotte dell’altopiano. Insieme ad ossa di grossi mammiferi sono stati infatti rinvenuti abbondanti gusci di molluschi terrestri e marini che dimostrerebbero, che pur continuando ad essere cacciatore, l’uomo che visse sul Carso nel periodo Mesolitico abbandonò il nomadismo per stabilirsi in zone adiacenti il mare e divenne quindi sedentario.

    Il periodo neolitico segna la prima grande rivoluzione sociale ed economica della storia dell’umanità: l’uomo da cacciatore e raccoglitore diventa agricoltore e pastore, cioè si trasforma da ricercatore a produttore di cibo. Ma per i primi insediamenti stabili sul Carso dobbiamo risalire all’età del bronzo e alla cultura dei “castellieri”. Si tratta di zone fortificate generalmente sistemate sulla cima di alture o in posizione dominante e preferibilmente rivolte a sud. Se ne contano a centinaia di forme e grandezze diverse riferibili all’età e alle caratteristiche morfologiche dei siti sui quali vennero eretti. Sul Carso triestino ne sono stati rinvenuti e studiati venticinque. I castellieri sono cinti da mura, dette “valli”, costituite da pietre poste l’una sull’altra erette con la stessa tecnica con cui attualmente gli abitanti del Carso formano i muretti a secco. Il castelliere più importante è considerato quello di Rupinpiccolo l’unico in cui siano visibili, praticamente intatti, ben 240 dei 1500 metri della cinta originaria. La struttura muraria è stata costruita con la tecnica detta “a sacco” cioè con l’erezione di due robusti muri paralleli entro i quali sono state gettate alla rinfusa pietre e terra come per riempire un sacco.

    I castellieri nacquero probabilmente con la funzione di insediamenti temporanei di popolazioni dedite alla pastorizia, che successivamente divennero sedentarie. In tempi più recenti, con opportune modifiche, essi assunsero la funzione di presidi armati. Attraverso il materiale archeologico rinvenuto all’interno dei castellieri, è stato possibile ricostruire le condizioni di vita, gli usi e i costumi delle popolazioni che hanno abitato la zona del Carso dall’età dei metalli fino ai primi insediamenti romani.

    Nel 178 a.C., per la prima volta, il Carso è conquistato dalle legioni romane che invadono l’Istria e si scontrano con le popolazioni residenti sconfiggendole. Con la dominazione romana i castellieri vengono abbandonati mentre fioriscono numerosi centri i cui abitanti si dedicano all’agricoltura con particolare riguardo alla vite e all’ulivo, oltre che alla pastorizia. Nella zona di Sistiana e di Aurisina si aprono numerose cave fra cui quella che oggi si chiama la Cava Romana da cui si estrae un’ottima pietra da costruzione. Essa veniva impiegata per la costruzione di numerosi centri abitati di cui il più importante è Aquileia. Nel periodo romano probabilmente il Carso ha conosciuto un certo benessere e una prosperità economica mai raggiunti precedentemente. 

    Si arriva così al periodo delle invasioni barbariche quando tribù slave assediarono la zona portando distruzione e morte e costringendo le genti carsiche a nascondersi nelle grotte e a rifugiarsi nei castellieri. La vita sul Carso è sempre stata piuttosto stentata, ma durante il Medioevo le difficoltà si sono accentuate tanto che questo territorio è stato abbandonato al proprio destino.       

    Verso il XV secolo, sugli antichi insediamenti romani sorgono i nuovi villaggi carsici le cui case sono il prodotto di una lunga evoluzione delle antiche costruzioni monocellulari con mura perimetrali di pietre legate da un impasto di terra rossa, sabbia e poca calce utilizzate solo temporaneamente dai contadini che si recavano per lavoro nei campi e nei pascoli lontani dai centri abitati. L’interno era diviso da un rustico tramezzo di legno che separava la cucina dalla camera da letto. Più tardi, a questo tipo di casa venne aggiunto un piano per accedere al quale ci si serviva di una scala esterna.

    Successivamente a queste antiche case si affiancano delle strutture più leggere con tetto spiovente e ballatoio, sul quale si affacciano le stanze da letto. Questo tipo di costruzione con annesse stalla e granaio risente dell’influsso veneto e friulano. La presenza di lunghi ballatoi, di solito protetti da un parapetto di legno, sembra sia la conseguenza della introduzione nella zona della coltivazione del granoturco, le cui pannocchie dovevano essere esposte al sole in un luogo riparato e il ballatoio serviva proprio a questo scopo.

    Per quanto riguarda lo sviluppo urbano degli antichi villaggi del Carso, il più caratteristico è quello delle case sistemate a corte. Una particolare disposizione degli edifici formava una piccola piazza interna dove era sistemato un pozzo a cisterna che raccoglieva l’acqua piovana che scendeva dai tetti delle case che lo circondavano. La chiesa non si trovava quasi mai al centro del villaggio e ciò farebbe ritenere che il villaggio fosse più antico del luogo di culto sorto in un secondo tempo.

    La vita sul Carso a quei tempi era semplice e rustica e contemplava un’agricoltura limitata alle zone in cui affiorava un po’ di terra rossa e si praticava l’allevamento del bestiame. Da queste attività si ricavava latte, alcuni prodotti agricoli come patate, legumi ed altri ortaggi e soprattutto vino, con il già ricordato “terrano”, che rappresentavano la principale risorsa di questi paesi.

    Si arriva così al dramma delle due guerre mondiali in cui il Carso, ancora una volta, venne duramente provato. Nella prima, fra il 1914 e il 1918, molte grotte vennero usate come depositi di munizioni e ripari per le truppe, mentre furono scavate trincee un po’ ovunque e gli stessi castellieri divennero posizioni strategiche e punti nevralgici della linea difensiva. Le vittime di quella guerra incomprensibile e poco sentita dai soldati che venivano da lontano si contano a centinaia di migliaia e il Sacrario di Oslavia, presso Gorizia, e quello di Redipuglia testimoniano la strage di quei ragazzi morti per difendere la Patria. La seconda, combattuta fra il ’40 e il ’45, fatta di imboscate e ritorsioni feroci, porta nuove distruzioni sull’altopiano. Le grotte vengono utilizzate come rifugio precario dei partigiani mentre diventano tristemente famose le foibe che si trasformano in tombe per tanti infelici gettati in esse senza pietà. Alla fine della guerra, con i nuovi confini, il Carso che rimane in Italia è ridotto ad una esigua striscia di territorio ed appare triste e desolato, con boschi distrutti, case bruciate, munizioni un po’ ovunque e cavità piene di morti. Ma la vita ancora una volta riprenderà ed avrà il sopravvento.

    I triestini riprendono a percorrere l’altopiano e a frequentare le osterie che offrono vino e prodotti tipici della zona. La gente slava che vi abita si dimostra molto gentile ed accoglie volentieri le allegre brigate che salgono dalla città. Si riformano i vecchi sodalizi alpini e le società speleologiche sono frequentate da molti giovani che aspettano la domenica per infilarsi nelle grotte alla ricerca di nuove emozioni.

    Con l’arrivo del benessere, il Carso si è trasformato in modo imprevedibile. Oggi è facilmente raggiungibile in macchina mentre un tempo si doveva fare fatica per arrivarci a piedi o in bicicletta e i più pigri mai si sarebbero sacrificati in una lunga passeggiata per raggiungerlo. Ora tutti possono percorrerlo ed ammirarlo facilmente. E questo, tutto sommato, sarebbe un bene se non fosse che le auto e le strade sono arrivate ovunque, perfino dentro le doline. Le vecchie osterie si sono trasformate in ristoranti tipici e le vecchie case sono state ristrutturate fino al punto da essere rese irriconoscibili. L’urbanizzazione è aumentata con la costruzione di numerose ville che con la loro architettura moderna hanno stravolto il caratteristico ambiente originario contribuendo con gli scarichi fognari a dispersione all’inquinamento del delicato ambiente sotterraneo. Il resto dell’inquinamento è frutto delle persone incivili che abbandonano rifiuti ed immondizie dove capita, e il Carso di buchi da riempire ne ha molti.

    Per fortuna il grido d’allarme degli studiosi, lanciato per tempo, è stato alla fine ascoltato dai politici e dai cittadini più consapevoli. I pericoli che un ambiente tanto particolare, abbandonato a sé stesso, avrebbe corso erano molteplici e il rischio di vedere il paesaggio per sempre compromesso era elevato e ancora oggi non è del tutto fugato. Negli ambienti naturali in equilibrio precario basta infatti distruggere anche una sola forma di vita perché tutto l’ecosistema ne risenta in modo definitivo.       

    Il Carso, oltre ad essere un territorio unico nel suo genere per la natura e la storia che lo riguarda, è anche luogo sacro e di pellegrinaggio ai campi di battaglia e come tale non deve essere profanato. Non saranno tuttavia solo le leggi speciali a difenderlo, ma la coscienza, l’amore e la sensibilità di tutti i cittadini.

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