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LE FORZE Il
concetto di forza ci è familiare anche perché spesso esso è legato
all’azione muscolare: abbiamo ad esempio esperienza che per spingere
un’automobile bisogna esercitare su quel mezzo una grande forza che ad ogni
modo non sarebbe adeguata per spingere un pesante autotreno. Sappiamo anche che
esiste una grande varietà di forze: la forza che Nonostante
siano numerose e di tipo diverso, in realtà tutte le forze che esistono in
natura possono essere spiegate per mezzo di quattro forze (o interazioni, come i
fisici preferiscono chiamarle) fondamentali, le quali sono: la forza
gravitazionale, la forza elettromagnetica, la forza nucleare forte e la forza
nucleare debole. Il
compito di discutere la natura intima di questa, come di altre entità fisiche
è lasciato alla filosofia mentre la scienza si incarica di dare delle grandezze
fisiche una definizione operativa, ossia una definizione tale da consentirne
l’inserimento in equazioni matematiche. La forza viene quindi definita
semplicemente in base agli effetti misurabili che essa provoca, nei seguenti
termini: “Forza è qualunque causa in
grado di modificare il movimento di un corpo o di produrre in esso
deformazioni.” L’unità
di misura della forza nel Sistema Internazionale è il newton (N), una grandezza
che corrisponde all’incirca al peso di un decimo di kilogrammo. In passato,
per definire l’unità di forza, denominata kilogrammo-peso (kgp),
veniva utilizzato il kilogrammo-massa (kgm),
un blocco cilindrico di platino-iridio conservato al Bureau International des
Poids et Mesures con sede a Sèvres (Parigi), il quale, in quel luogo, esercita
una forza di un kilogrammo-peso. È
interessante ricordare che la somiglianza fra i nomi della vecchia unità di
forza (kilogrammo-peso) e dell’unità di massa (kilogrammo-massa) poteva
indurre facilmente in errore facendo dimenticare che in realtà si trattava di
due unità di misura di grandezze fisiche molto diverse. Nel moderno sistema di
unità tale pericolo non esiste più: l’unità di massa oggi si può perciò
designare con il solo nome di kilogrammo. Poiché
la forza è stata definita in base agli effetti misurabili che essa provoca,
oltre al valore numerico che ne specifica l’intensità
è indispensabile fornire di essa anche altri paramenti che sono la direzione
(cioè la retta lungo la quale agisce), il verso
(che può essere in un senso o in quello opposto) e il punto
di applicazione. Ogni
grandezza fisica che, come la forza, sia completamente descritta da un modulo,
una direzione e un verso, si chiama grandezza
vettoriale (e graficamente si rappresenta con una freccia di lunghezza
proporzionale all’intensità della misura in esame). Ogni grandezza fisica
completamente descritta invece dal solo valore numerico (ossia dal modulo) si
chiama grandezza scalare. La
temperatura è un esempio di grandezza scalare. Passiamo ora in rassegna,
singolarmente, le quattro forze fondamentali. 1. La
forza gravitazionale, anche se la più debole di tutte, ci è familiare perché
è quella che ci tiene con i piedi per terra. Il motivo per cui tale forza
risulta così evidente è la presenza della grande massa della Terra. Il
meccanismo della gravitazione in verità agisce su tutti i corpi, e tale
grandezza può essere misurata, facendo uso di un’apparecchiatura estremamente
sensibile, anche su corpi molto piccoli. Per
primo Isaac Newton, nel 1687, formulò una teoria funzionale della gravità
attraverso la famosa legge dell’inverso del quadrato della distanza. Essa può
essere espressa nei seguenti termini:
M1
× M2
dove F è la forza di gravità, G è una costante universale
che vale 6,67×10-11
N×m2/kg2,
M1 e M2 sono le masse di due corpi, r la loro distanza. La
forza gravitazionale di Newton è sempre e solo attrattiva. Questa legge, fra le
altre cose, spiega le dimensioni e la forma delle orbite planetarie del sistema
solare descritte da Keplero. Nel
De revolutionibus Copernico supponeva
che le orbite dei pianeti fossero circolari (come d’altronde si era sempre
ritenuto) ma questa ipotesi non era in accordo con le precise misure del moto
dei pianeti eseguite dall’astronomo danese Tycho Brahe effettuate nel suo
osservatorio privato posto su un’isoletta in prossimità di Copenhagen.
Keplero, dopo molti anni di studio, riuscì finalmente a scoprire non solo la
reale forma delle orbite dei pianeti ma anche le leggi fisiche che ne governano
il moto. Utilizzando
la teoria della gravitazione e le leggi del moto da lui stesso formulate,
Newton, una cinquantina d’anni più tardi, spiegò le cause delle tre leggi di
Keplero le quali potevano essere considerate come casi particolari delle
scoperte del grande scienziato inglese. Le leggi di Newton attualmente
continuano ad essere applicate con successo al moto dei pianeti, degli asteroidi
e dei veicoli spaziali e hanno consentito di portare al successo il viaggio
umano sulla Luna e il preciso atterraggio del modulo lunare sul nostro satellite
naturale. Il
proseguimento dell’opera di Newton da parte dei grandi matematici del
Diciottesimo e Diciannovesimo secolo, condusse alla nascita di quel grande campo
dell’astronomia che prende il nome di “meccanica celeste”, la quale ci
permette di calcolare con assoluta precisione il moto dei pianeti del sistema
solare sotto l’azione della mutua attrazione gravitazionale. Uno dei più
sbalorditivi risultati della meccanica celeste si ebbe nel 1846 con la scoperta
del pianeta Nettuno la cui esistenza era stata predetta, indipendentemente, da
due astronomi, il francese Urbain Jean Joseph Le Verrier e l’inglese John
Couch Adams; essi osservarono che il moto del pianeta Urano era perturbato da
forze di tipo gravitazionale, dovute alla presenza in vicinanza di un pianeta a
quel tempo ancora sconosciuto. Un evento simile si ebbe nel 1930 quando fu
osservato il pianeta Plutone dopo che la sua esistenza era stata prevista per
via teorica. Applicando
la stessa legge di gravità al moto del nostro pianeta Newton diede la prima
spiegazione accettabile del fenomeno della precessione degli equinozi. Egli
dimostrò che le forze di gravitazione del Sole, agendo sul rigonfiamento
equatoriale del globo, causano una lenta rotazione dell’asse terrestre con la
conseguenza che gli equinozi (e quindi anche i solstizi) cadono ogni anno con
circa 20 minuti di anticipo rispetto alla data dell’anno precedente. Usando
la teoria della gravitazione lo scienziato inglese riuscì anche a dimostrare
che le maree sono dovute all’attrazione combinata del Sole e della Luna. Egli
osservò che poiché la gravità decresce con la distanza, la forza che agisce
sulle acque esposte alla Luna durante la rotazione della Terra, era lievemente
maggiore di quella che agisce sulla parte solida sottostante, mentre la forza
agente sulle acque delle regioni nascoste alla Luna era ovviamente leggermente
minore di quella agente sulla crosta solida sottostante. Di conseguenza, la
superficie delle acque esposte alla Luna tende a sollevarsi lievemente rispetto
al fondo marino e la superficie diametralmente opposta subisce anch’essa un
fenomeno dello stesso tipo, ma in direzione opposta: ragione per cui, quando è
alta marea da una parte, è alta marea anche dalla parte opposta. Nel
fenomeno delle maree, come abbiamo anticipato, interviene anche la forza di
attrazione del Sole, che agisce in modo analogo a quello della Luna, ma con
intensità minore a causa della molto maggiore distanza dalla Terra. Quando
Sole, Luna e Terra sono allineati gli effetti combinati dei due astri sul
pianeta si sommano e si raggiungono i massimi valori della marea; quando invece
i centri del Sole e della Luna formano un angolo retto con 2. Questa
teoria venne verificata anche su particelle, i fotoni, che sono prive di massa.
Durante l’eclisse di Sole del 29 maggio 1919 si osservò che i raggi luminosi
provenienti da una stella lontana venivano deflessi dall’astro che ci illumina
perché costretti a percorrere l’affossamento creato dal nostro corpo celeste
di grande massa. A
questo punto è di fondamentale importanza fare un cenno del concetto di
“campo” e dei motivi che hanno determinato il suo prevalere su quello di
“azione a distanza”. Per chiarire la differenza esistente fra il punto di
vista dell’azione a distanza e quello di campo, possiamo immaginare nello
spazio un corpo massiccio e disporre in vicinanza un corpo molto più piccolo
(le ridotte dimensioni di questo secondo corpo servono per evitare che, con la
sua presenza, venga alterata la situazione preesistente). Secondo
la visione classica la forza del corpo pesante (detto corpo sorgente) agisce su
quello più piccolo (detto corpo di prova) con una forza che dipende dalle masse
in gioco e dalla distanza. In base invece all’idea di campo si suppone che il
corpo sorgente produca nello spazio immediatamente circostante una modificazione
che a sua volta ne produce un’altra nelle zone adiacenti e così via: in tale
modo si stabilisce un ambiente alterato indipendentemente dal fatto che esista o
meno il corpo di prova. Se
esiste il corpo di prova, su di esso si esercita una certa forza in accordo con
la legge di Newton la quale peraltro non è dovuta all’effetto diretto del
corpo massiccio su quello più piccolo, bensì alla modificazione locale dello
spazio, cioè al valore del campo esistente nel punto in cui si trova il corpo
di prova. A
prima vista la differenza fra le due impostazioni sembra un fatto puramente
formale dato che il valore della forza gravitazionale risulta del tutto
indipendente dal punto di vista che si adotta, ma in pratica, scegliere il
concetto di campo, significa attribuire alle modificazioni dello spazio un
significato fisico concreto. Ad esempio, l’azione gravitazionale del Sole
sulla Terra non è istantanea ma dipende dalla posizione che aveva il Sole otto
minuti prima. La graduale modificazione dello spazio che parte dal Sole viaggia
infatti alla velocità della luce e poiché l’astro che ci illumina e riscalda
si trova ad una distanza di otto minuti luce (circa 150 milioni di kilometri),
l’azione gravitazionale del Sole impiega otto minuti per raggiungere Laddove
è facile vedere se una superficie è piatta o curva è difficile invece
verificare la forma di uno spazio a tre dimensioni. La difficoltà
nell’immaginare uno spazio curvo sta nel fatto che, mentre possiamo guardare
una superficie dall’esterno e notare se è piatta o curva, non ci è
consentito uscire dallo spazio per osservare la sua eventuale curvatura. Il
modo migliore per visualizzare le proprietà dello spazio curvo è quindi quello
di rifarsi ad un’analogia con esseri immaginari a due dimensioni che vivono su
una superficie e non possono staccarsi da essa. Come potrebbe, un essere piatto
che striscia su una superficie piatta, stabilire se essa è piana, sferica o di
una qualsiasi altra forma? Se
l’individuo piatto fosse intelligente (in verità una condizione poco
probabile per un individuo piatto!) potrebbe disegnare su quella superficie un
triangolo di grandi dimensioni e misurarne gli angoli interni. Se questi fossero
esattamente di 180° avrebbe la prova di trovarsi su di una superficie piatta,
se fossero di più di 180° la superficie sarebbe sferica; se infine la somma
degli angoli interni del triangolo fosse minore di 180° la superficie su cui
giace il nostro individuo piatto sarebbe a forma di sella. Si suole attribuire
ad una superficie piatta una curvatura nulla, ad una superficie sferica una
curvatura positiva e ad una superficie a sella una curvatura negativa. Possiamo
ora estendere queste considerazioni ad uno spazio a tre dimensioni e stabilire
se tale spazio è piano o possiede una curvatura positiva o negativa e ciò
senza che si ricorra alle misure di improbabili esseri piatti. Immaginiamo
allora tre astronauti muniti di teodolite posizionati il primo sulla Terra, il
secondo su Marte ed il terzo su Venere. Lanciando raggi luminosi i tre
astronauti sarebbero in grado di costruire un triangolo con i vertici nei tre
pianeti e quindi misurare gli angoli interni, la cui somma risulterebbe
superiore a 180°, in quanto i raggi luminosi saranno deflessi dal campo
gravitazionale generato dal Sole. Eseguite le misure i tre astronauti potranno
affermare che lo spazio intorno al Sole ha una curvatura positiva. I tre raggi
luminosi lanciati dai tre astronauti verso i pianeti non sono delle linee rette
ma delle geodetiche, ovvero delle linee curve che tuttavia rappresentano la
minima distanza che unisce due punti. Se la stessa costruzione venisse fatta su
tre pianeti lontani dal Sole, dove è meno evidente la distorsione dello spazio
creata dall’astro centrale, la somma degli angoli interni del triangolo
sarebbe molto vicina a 180°. L’equivalenza
fra campo gravitazionale e curvatura dello spazio può essere ulteriormente
chiarita dal seguente esempio relativo ad uno spazio a due dimensioni.
Immaginiamo quindi di fare rotolare una biglia sul tavolo verde di un bigliardo
che presenta una depressione nella quale ad una certo punto del suo percorso
scende la biglia deviando dalla sua traiettoria lineare. Se l’osservazione del
moto della biglia venisse fatta dall’alto, ad esempio da un buco praticato nel
soffitto, non ci si accorgerebbe della depressione presente nel bigliardo e
l’accelerazione che subisce la biglia scendendo nell’avvallamento verrebbe
interpretata come conseguenza di una forza che improvvisamente l’attira a sé.
3. ELETTRICITÀ E
MAGNETISMO Approfondendo
lo studio del fenomeno attraverso gli esperimenti condotti sulla magnetite
(minerale del ferro), il fisico inglese scoprì che il nostro globo può essere
considerato un enorme magnete i cui poli sono posti in vicinanza dei poli nord e
sud geografici. Questa idea venne in seguito confermata, mentre risultò del
tutto errata, come spiegò Newton con la sua legge di gravitazione universale,
quella che riteneva le forze magnetiche responsabili del moto dei pianeti. Frattanto,
mentre Newton elaborava le sue idee in proposito, un altro fisico, il tedesco
Otto von Guericke (1602-1686) noto per l’esperimento con i cosiddetti
“emisferi di Magdeburgo” (in cui due emisferi metallici, messi a contatto e
al cui interno era stato fatto il vuoto, non potevano più essere separati
nemmeno con la forza di otto pariglie di cavalli che tiravano in senso opposto),
tentava di spiegare l’attrazione fra il Sole e i pianeti mediante interazioni
di natura elettrica. Anche
se non raggiunse il suo obiettivo, von Guericke riuscì a rivelare alcune
proprietà delle cariche elettriche. Fra l’altro scoprì l’esistenza di due
tipi di elettricità: quella prodotta dallo strofinio dell’ambra e di altre
sostanze resinose e quella prodotta dallo strofinio di sostanze vetrose. Non fu
difficile notare che cariche elettriche presenti sullo stesso tipo di materiale
si respingevano mentre cariche sistemate su materiali di tipo diverso si
attraevano. Da queste osservazioni si stabilì che la carica elettrica poteva
essere positiva o negativa. Circa un secolo dopo la formulazione della legge di
gravitazione universale, il fisico francese Charles-Augustin Coulomb (1736-1806)
riuscì a misurare la forza che agisce fra due cariche elettriche per la quale
derivò un’equazione assai simile a quella della gravità. L’equazione si
presenta nella seguente forma:
e1 × e2 Le
forze elettriche e magnetiche furono studiate in modo approfondito all’inizio
del 1800. La cosa che non si riusciva a comprendere era il fatto che due
sferette cariche di elettricità dello stesso segno, appese ad un filo, si
respingevano senza che vi fosse un contatto fra di esse. Per gli antichi le
forze di contatto erano le uniche forze reali e questa opinione persistette fino
a tempi relativamente recenti. Un concetto del tutto nuovo, come abbiamo
accennato, sorse quando Newton formulò la teoria della gravitazione universale
per cui Sole, Terra, Luna e pianeti esercitano tutti delle forze gli uni sugli
altri senza essere a contatto. Per descrivere le forze gravitazionali e in
seguito anche quelle elettriche e magnetiche fu adottata l’espressione
“azione a distanza”. Per superare il dilemma delle forze agenti a distanza
senza contatto diretto fu inventato l’etere, una specie di gelatina invisibile
e senza massa che riempiva l’Universo e che aveva la sola proprietà di
trasmettere le forze da un corpo all’altro. In seguito Einstein, con la sua
teoria della relatività, eliminò l’etere e lo sostituì con il concetto di
campo. Elettricità
e magnetismo sono due fenomeni che si assomigliano abbastanza, ma presentano
anche alcune diversità. Ad esempio, il magnetismo è una proprietà permanente
del materiale mentre l’elettricità generata per strofinio può essere
eliminata. Inoltre, a differenza delle cariche elettriche, sembra che poli
magnetici non possano essere isolati. Se si taglia una sbarretta magnetica che
porta ad una estremità il polo nord e all’altra il polo sud in vicinanza di
quest’ultimo non otterremo il solo polo sud ma una piccola sbarretta con
entrambi i poli ed una più lunga anch’essa con polo nord e polo sud. Nemmeno
se si continuasse il processo di suddivisione fino a livello atomico si
riuscirebbe a separare il polo nord dal polo sud perché ogni singolo atomo può
comportarsi anch’esso come un magnete microscopico, ma completo. Fin
qui abbiamo parlato di elettricità statica, quella cioè di una carica che,
situata su di un oggetto, vi rimane. La scoperta di una carica elettrica che si
muove, cioè di corrente elettrica, venne fatta dall’anatomista italiano Luigi
Galvani (1737-1798) il quale, accidentalmente, scoprì che le zampe di una rana
sezionata appesa per mezzo di un gancio di rame alla ringhiera di ferro del suo
balcone si contraevano come se fossero animate da un soffio vitale. Galvani dopo
aver ripetuto l’esperimento più volte e in condizioni più sicure si convinse
che le zampe dell’anfibio si contraevano quando esso veniva posto a contatto
simultaneamente con due metalli diversi, perché i muscoli della rana
contenevano qualcosa che egli chiamò elettricità animale. Nel
1800 il fisico Alessandro Volta, amico del Galvani, interpretò il fenomeno in
modo diverso e dimostrò che la corrente elettrica che causava la contrazione
delle zampe della rana era dovuta ad un fenomeno del tutto inorganico che si
osservava tutte le volte che due metalli diversi venivano immersi in una
soluzione salina. Dispose quindi una pila di dischetti alternati di rame e zinco
separati da strati di cartone inumiditi in acqua salata e da questa disposizione
dei materiali ricavò un flusso continuo di corrente elettrica. Doveva
trascorrere un secolo prima che gli scienziati capissero che la correte
elettrica generata in tal modo era dovuta ad un flusso di elettroni ma nel
frattempo essi fecero uso della corrente elettrica prodotta dalla pila di Volta
per condurre vari esperimenti, fra cui la separazione di atomi da molecole
dotate di legami chimici molto forti. 4. Gli
studi sui conduttori elettrici continuarono ad opera soprattutto del fisico
francese André Marie Ampère (1775-1836) il quale dimostrò che due fili
metallici paralleli percorsi da corrente che correva nella stessa direzione si
attraevano fra loro mentre si respingevano se la corrente si muoveva nei due
fili in direzioni opposte. Ciò ricordava da vicino quanto avviene fra due poli
magnetici che si respingono se uguali (ad esempio entrambi nord o entrambi sud)
e si attirano se opposti. L’esperimento più significativo di Ampère fu però
quello che lo scienziato condusse avvolgendo un filo metallico a spirale
(solenoide): al passaggio della corrente elettrica esso si comportava come una
barra magnetica con il polo nord ad un estremo e il polo sud all’altro. L’autodidatta
fisico e chimico inglese Michael Faraday (1791-1867), venuto a conoscenza degli
esperimenti che si stavano conducendo sui fili metallici percorsi da corrente
elettrica che generano campi magnetici, pensò che poteva valere anche
l’inverso, ossia che un magnete potesse indurre una corrente elettrica. Creò
quindi un solenoide all’interno del quale spostava avanti e indietro un
magnete permanente. Il movimento repentino di inserimento ed estrazione del
magnete nell’avvolgimento del filo metallico del solenoide generava una
corrente elettrica che veniva registrata da un galvanometro che collegava gli
estremi del solenoide.
Quando
un magnete viene inserito o estratto dall’avvolgimento si genera Si
tratta di quattro equazioni di cui una sola è stata introdotta effettivamente
da Maxwell: le altre erano espressione di leggi fisiche già note. La quattro
leggi di Maxwell possono essere sintetizzate nei seguenti termini. La
prima descrive il campo elettrico generato da cariche elettriche ferme, secondo
la legge di Coulomb. La
seconda descrive il campo magnetico; in particolare specifica che, diversamente
da quanto accade con le cariche elettriche, non esistono “cariche
magnetiche” isolate e pertanto il polo nord di una calamita è sempre legato
al suo polo sud. La
terza esprime la legge di induzione elettromagnetica, secondo cui il campo
magnetico variabile nel tempo produce una corrente elettrica. La
quarta afferma che il campo magnetico viene generato sia da una corrente
continua sia da un campo elettrico variabile nel tempo. Il
“galleggiamento” degli astronauti nello spazio ha dimostrato che è
possibile vivere senza la forza di gravità ma gli stessi astronauti (e non solo
loro) si disintegrerebbero senza l’ausilio della forza elettromagnetica.
Questa forza tiene uniti gli elettroni al nucleo degli atomi, tiene insieme gli
atomi che formano le molecole e le molecole che si aggregano per costituire
qualsiasi oggetto materiale e noi stessi. L’elettromagnetismo non è
responsabile solo dell’attrazione di particelle di segno contrario, ma
determina anche la repulsione dei protoni e degli elettroni fra di loro. Grazie
a questa repulsione le cose stanno separate e ad esempio quando camminiamo non
affondiamo nel marciapiede di cemento, perché vi è una repulsione fra gli
elettroni dello strato superiore del cemento e gli elettroni dello strato
inferiore delle scarpe. La stessa forza inoltre governa il moto degli elettroni
lungo un filo metallico generando corrente elettrica. Anche se la cosa può
sembrare inverosimile, è legato all’interazione di cariche elettriche lo
svolgersi delle funzioni del nostro organismo ivi comprese le possibilità del
nostro cervello di riconoscere, analizzare e capire. In definitiva, la quasi
totalità delle forze che intervengono nella nostra vita quotidiana è legata in
modo diretto o indiretto a fenomeni elettromagnetici. 5. Restava
quindi l’interazione elettromagnetica, perfettamente adeguata per spiegare in
che modo le cariche elettriche positive e negative degli ioni siano tenute
insieme nei cristalli, in che modo gli atomi siano tenuti insieme nelle molecole
e in che modo siano tenuti insieme gli elettroni e i nuclei negli atomi. Quando
però i fisici tentarono di spiegare le forze che tengono unite le particelle
che stanno all’interno dei nuclei atomici la forza elettromagnetica si dimostrò
inadeguata.
Il
nucleo atomico estremamente piccolo (il raggio è dell’ordine di 10- In
realtà, tale problema non si poneva fino a quando si riteneva che i nuclei
fossero formati di protoni ed elettroni perché queste particelle con carica
elettrica contraria si saldano con forza e con una forza tanto più grande
quanto più le stesse sono vicine, e nel nucleo le particelle sono praticamente
a contatto diretto. L’idea conteneva però un’incoerenza in quanto i singoli
protoni, carichi positivamente, e i singoli elettroni, carichi negativamente,
erano anch’essi in effetti a contatto gli uni con gli altri e quindi avrebbero
dovuto respingersi. Nel
1932, poco dopo che il fisico inglese James Chadwick (1891-1958) individuò il
neutrone, il fisico tedesco Werner Heisenberg (1901-1976) formulò l’ipotesi
che il nucleo atomico fosse costituito dall’insieme di protoni e neutroni i
quali dovevano stare insieme grazie alla presenza di supposte forze di scambio.
L’idea era quella di immaginare che i protoni trasferissero sui neutroni la
carica elettrica diventando essi stessi neutroni ma subito dopo i neutroni, che
nel frattempo si erano trasformati in protoni, restituissero la carica elettrica
alle particelle che gliel’avevano ceduta. In questo modo ogni protone si
trasformava in neutrone tanto rapidamente da non sentire la repulsione di un
altro protone posto in vicinanza. Ad un’analisi più attenta i fisici si
resero però conto che l’idea di Heisenberg non poteva funzionare. Il
fisico giapponese Hideki Yukawa (1907-1981) applicò i principi della meccanica
quantistica alla interazione elettromagnetica individuando nel fotone la particella responsabile del trasferimento di energia fra
le particelle elettriche producendo su di esse repulsione, se avevano la stessa
carica, attrazione, se avevano carica opposta. Anche fra corpi materiali vi è
uno scambio di particelle speciali che ne determina l’attrazione. Queste
particelle si chiamano gravitoni e per
quanto nessuno le abbia ancora individuate i fisici sono convinti che esistano.
Come i fotoni anche i gravitoni dovrebbero essere senza massa perché fanno
sentire i loro effetti a distanza infinita. Vi è però una differenza fra
questi due tipi di particelle di scambio perché mentre i gravitoni agiscono
solo in senso attrattivo, in quanto esiste un unico tipo di massa, i fotoni
possono provocare attrazione o repulsione in quanto agiscono su corpi carichi di
elettricità sia positiva che negativa. Restavano
ancora da individuare le particelle di scambio responsabili della forza forte
alle quali era stato dato il nome di “gluoni” (da glue
che in inglese significa colla). Queste particelle dovevano essere dotate di
massa perché, a differenza di quelle coinvolte nella forza di gravità e
dell’elettromagnetismo, agivano a distanza molto breve. Quando nel 1936 il
fisico statunitense Carl David Anderson (1905-1991) individuò il mesone,
una particella la cui massa sta a metà strada fra quella del protone e quella
dell’elettrone (da cui il nome che le venne assegnato) si pensò potesse
essere quella la particella di scambio dell’interazione forte. Di
particelle di massa intermedia fra protoni ed elettroni in seguito ne furono
scoperte altre. A quella individuata da Anderson fu dato il nome di mesone µ (mu o mi,
dalla prima lettera della parola greca meson
= medio, intermedio). Il mesone mu spesso indicato semplicemente come muone ha in realtà massa troppo piccola per essere considerato un
vero mesone. Esso in realtà è un leptone (cioè una particella simile
all’elettrone) e può essere ritenuto come un elettrone “troppo
cresciuto”, una particella che non mostra alcuna tendenza a interagire con
protoni e neutroni. Qualche
anno più tardi il fisico britannico Cecil Frank Powell (1903-1969) scoprì un
nuovo mesone, più pesante del muone, con le caratteristiche richieste da Yukawa
come particella di scambio. Questa nuova particella non era un leptone e
interagiva facilmente con protoni e neutroni. Fu chiamato mesone-p
(p
è la p greca che presumibilmente si richiamava al nome del suo scopritore). Si
tratta di un vero mesone che tuttavia per brevità venne chiamato pione.
Nel 6. Nel
1934 il fisico italiano Enrico Fermi costruì una teoria che spiegava in termini
matematici il modo in cui i neutroni presenti all’interno dei nuclei
emettevano elettroni e neutrini trasformandosi in protoni. Il fenomeno si
realizzava in seguito ad un’interazione molto debole che aveva una portata
cortissima, pari a circa un millesimo dell’ampiezza del nucleo atomico: essa
quindi doveva essere attiva non su tutta la struttura ma solo su singole
particelle nucleari. A questa nuova interazione, all’inizio chiamata
“interazione di Fermi”, venne in seguito assegnato il nome di interazione
debole. La parola “debole” è stata introdotta come contrapposta a
“forte” perché tale interazione risulta di gran lunga meno intensa non solo
di quella forte, ma anche di quella elettromagnetica; essa è più intensa solo
della gravitazionale. L’interazione
debole differisce dalle altre tre in quanto è la sola che non abbia parte
attiva in una azione di attrazione molto evidente. Essa non tiene insieme nulla,
ma si limita semplicemente a favorire la conversione di certe particelle in
altre particelle. Ad esempio media i processi con i quali i protoni si uniscono
per formare i nuclei di elio (fusione nucleare) con sviluppo di energia. Si
tratta di una reazione nucleare di enorme importanza perché è quella che, fra
le altre cose, fa risplendere il Sole e di conseguenza rende possibile la vita
sulla Terra. L’interazione debole, a differenza della forte, è quindi
repulsiva. Come
per le altre interazioni anche questa doveva prevedere la presenza di particelle
di scambio. Ora, poiché l’interazione debole, come abbiamo visto, si fa
sentire solo a distanze molto piccole (la si definisce un’interazione a
brevissima distanza) la sua particella di scambio avrebbe dovuto avere una massa
piuttosto notevole e comunque maggiore di quella che trasmette la forza forte
fra le particelle presenti nel nucleo atomico. Secondo
una teoria proposta per la prima volta nel 1967 l’interazione debole prevedeva
la presenza di tre particelle di scambio dette “bosoni” (una con carica
positiva, una con carica negativa e una neutra) che vennero chiamate particelle
W+, W– e Z0. (La lettera W è stata scelta
proprio per ricordare che si tratta di interazione debole, in inglese weak interaction). Si
trattava ora di intercettare queste particelle, la qual cosa non sarebbe
risultata per nulla semplice perché, per creare particelle molto pesanti, era
necessario disporre di energie notevoli. Nel 1955 i tecnici riuscirono a
costruire acceleratori in grado di produrre l’energia necessaria per la
creazione dell’antiprotone, ma per fare altrettanto con le particelle W si
sarebbero dovute produrre energie almeno cento volte maggiori di quelle che
avevano consentito di generare il protone negativo. Agli
inizi degli anni Ottanta del secolo scorso un gruppo di scienziati americani
operanti presso l’acceleratore Fermilab di Chicago e un gruppo di scienziati
europei del CERN di Ginevra in Svizzera erano impegnati nella creazione delle
particelle di scambio della forza debole. Il lavoro dei fisici americani si
interruppe ben presto a causa della mancanza di fondi necessari per far
funzionare le apparecchiature, mentre il gruppo degli scienziati europei,
guidati dal fisico italiano Carlo Rubbia, ottenne un successo insperato grazie
ad alcune modifiche apportate sull’acceleratore al fine di aumentarne la
potenza. A
proposito del successo degli scienziati europei su quelli americani è
interessante un articolo che il direttore del Fermilab scrisse su una rivista
scientifica nel quale egli riconosceva che gli scienziati del CERN avevano avuto
“l’audacia, l’intelligenza, la competenza, oltre che i finanziamenti
necessari, per procedere nel modo più diretto al raggiungimento
dell’obiettivo”. Di fronte ad una tale dimostrazione di bravura –
proseguiva il fisico americano – brucia dover ammettere che virtù come
dinamismo e abilità non siano più appannaggio esclusivo degli scienziati
americani. Egli concludeva chiedendosi in toni allarmati se la superiorità che
gli americani hanno avuto nel campo della ricerca avanzata in quasi mezzo secolo
non stesse per finire.
Dei
numerosi eventi che potevano adattarsi alle particelle ricercate, a Ginevra ne
furono selezionati quattro o cinque relativi a corpuscoli la cui massa era
corrispondente alla previsione della teoria. Un anno dopo che fu confermata
l’individuazione delle particelle W fu osservata anche la particella Z0 che
aveva una massa leggermente maggiore delle due precedenti. Nel
1984 all’italiano Carlo Rubbia e al belga Simon Van der Meer fu assegnato il
premio Nobel per la fisica. Il primo aveva avuto un ruolo determinante nella
organizzazione del lavoro dei numerosi fisici che avevano partecipato alla
ricerca; il secondo ebbe una parte decisiva nelle modifiche e nella tecnica del
raffreddamento della macchina. 7. L’INTERAZIONE
ELETTRODEBOLE Abbiamo esaminato le quattro forze fondamentali della natura. Ve ne sono delle altre? Gli scienziati sono convinti che altre forze non ve ne siano, tuttavia la certezza assoluta non c’è. A tal proposito non dobbiamo dimenticare che agli inizi degli anni Trenta del secolo scorso si conoscevano due sole forze (quella gravitazionale e quella elettromagnetica) ed Einstein impegnò gli ultimi anni della sua vita nel tentativo di estendere il lavoro di Maxwell alla forza di gravità. Come in precedenza il grande fisico inglese era riuscito ad unificare elettricità e magnetismo il fisico tedesco pensò che fosse possibile unire ad esse anche la forza di gravità. Il tentativo, come è noto, fallì e non poteva andare diversamente, anche perché nel frattempo erano state individuate le due interazioni nucleari. In
verità verso la fine degli anni Ottanta del secolo scorso i fisici pensavano
che potesse esistere una quinta forza, più debole della gravitazionale, che
avrebbe dovuto agire in modo diverso sulla materia a seconda della composizione
della stessa ma le proprietà della supposta interazione si mostravano talmente
complesse che l’idea fu abbandonata sul nascere. Certo, è possibile che venga
scoperto qualche fenomeno inaspettato, come avvenne alla fine dell’Ottocento
per quello della radioattività, a spiegare il quale si renda necessaria la
presenza di altre interazioni ma, per il momento, fenomeni fisici per la cui
spiegazione sia necessaria la presenza di altre interazioni non sono alle viste. Tuttavia
la domanda rimane la stessa: “Perché le forze di natura sono quattro? Di più
no, ma perché non sono di meno?” Negli anni Sessanta e Settanta del secolo
scorso venne alla luce una nuova teoria unitaria che inseriva le interazioni
deboli ed elettromagnetiche in un unico quadro concettuale così come Maxwell
aveva unificato le forze elettrostatiche e magnetiche. Questa teoria, che
prevedeva la fusione di due forze, venne chiamata all’inizio “teoria di
Weinberg-Salam” dai nomi dell’americano Steven Weinberg (1933- )
dell’Imperial College di Londra e del pachistano Abdus Salam (1926-1996) del
Centro Internazionale di Fisica teorica di Trieste; costoro pubblicarono, in
modo indipendente, i fondamenti della teoria rispettivamente nel 1967 e nel
1968. Le basi di questa nuova teoria erano già state poste nel 1961 dal fisico
statunitense Sheldon Glashow (1932- ) nella sua tesi di dottorato. Sheldon
Glashow, Abdus Salam e Steven Weinberg sono stati insigniti del premio Nobel per
aver teorizzato che a temperature ed energie molto elevate – come quelle
presenti una frazione di secondo dopo il Big Bang – le due forze,
l’elettromagnetica e la nucleare debole, si dissolvono l’una nell’altra e
assumono caratteristiche che le rendono indistinguibili, dando quindi origine ad
un’unica forza. La teoria venne in seguito confermata sperimentalmente al CERN
di Ginevra. Per
comprenderne il fenomeno forse è opportuno ricorrere ad una analogia.
L’acqua, come è noto, si presenta in tre stati fisici: aeriforme, liquido e
solido. Un alieno giunto qui da noi provenendo da altri mondi osservando gli
stati fisici dell’acqua potrebbe pensare che si tratti di tre sostanze diverse
senza alcun legame reciproco. Se però la temperatura del nostro pianeta fosse
abbastanza alta, diciamo oltre I
fisici ritengono che all’inizio dei tempi la temperatura doveva essere
straordinariamente alta (molti miliardi di miliardi di gradi) e che a quel tempo
e a quelle condizioni fisiche vi fosse una sola interazione. Il tentativo di
unificare tutte e quattro le interazioni fondamentali è in atto da tempo ma per
il momento i fisici teorici sono riusciti ad ottenere uno schema verosimile per
solo tre di esse nella cosiddetta “grande teoria unificata” (GUT): ne rimane
esclusa la gravità. I
fisici teorici vorrebbero includere la gravità in un’unica “teoria del
tutto” (TOE). In tale teoria le quattro forze rappresenterebbero facce
simmetriche di un’unica forza fondamentale. Soltanto nel calore estremo del
Big Bang le energie sarebbero state sufficientemente elevate da fare apparire
uniche le quattro forze. Mentre l’Universo si espandeva e raffreddava le forze
si sarebbero separate: dapprima la gravità, poi la forza nucleare forte e
infine (ad energie attualmente raggiunte negli acceleratori di particelle) le
forze deboli ed elettromagnetiche. La
“grande teoria del tutto” è in circolazione da oltre vent’anni. Anche se
per il momento i fisici non hanno centrato l’obiettivo, essi sono convinti che
questa o quella teoria unificherà le forze, fornirà una spiegazione per la
massa e le proprietà delle particelle elementari e porterà a termine la lunga
guerra tra relatività e fisica quantistica. Attualmente la teoria delle
stringhe è la migliore candidata possibile come teoria del tutto benché, fino
a questo momento, non sia stata confermata da prove sperimentali: si tratta
evidentemente di una teoria
impossibile da verificare e ciò la rende fondamentalmente non scientifica. La
ricerca tuttavia continua in quella direzione. |
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