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LO ZERO ASSOLUTO Per
effettuare una misura è indispensabile partire da un punto di riferimento, da
un valore zero. Spesso questo punto di partenza viene scelto secondo alcune
convenzioni che poi saranno accettate e rispettate da tutti. Il valore zero
della longitudine, ad esempio, è stato fissato ad arbitrio sul meridiano che
passa per Greenwich, il noto sobborgo di Londra. Per quanto riguarda la
temperatura lo zero della scala Celsius è stato posto anch’esso ad arbitrio
nel punto di fusione del ghiaccio. Una volta fissato il punto zero, nel caso
della longitudine si forniscono i valori ad est o ad ovest di questo punto; nel
caso della scala termometrica i valori sono invece sopra o sotto lo zero. 1. I TERMOMETRI E Egli
fu il primo ad utilizzare, nei misuratori del calore, il mercurio al posto
dell’alcol e dell’acqua che hanno il difetto di evaporare facilmente il
primo e di gelare troppo presto la seconda. Riempì pertanto di mercurio
un’ampolla collegata ad un sottile tubicino di vetro chiuso all’estremità e
nel quale era stato fatto il vuoto. Pose quindi l’ampolla piena di mercurio in
una miscela di sale da cucina e neve in parti uguali e segnò una tacca sul
sottile tubicino di vetro in corrispondenza dell’altezza raggiunta dal
mercurio al suo interno. Lasciò quindi che l’ampolla si scaldasse fino a
raggiungere la temperatura del corpo umano e segnò in quel punto una seconda
tacca cui assegnò il valore cento. L’uomo che si prestò a fare da campione
per la temperatura forse era lo stesso Fahrenheit il quale, in quel momento,
doveva essere leggermente febbricitante, perché la temperatura media del corpo
umano è normalmente di 98,6 gradi Fahrenheit e non di 100. Suddivise
poi in cento parti uguali la lunghezza del tubo compreso fra la tacca dello zero
e quella del cento e ottenne quella che oggi si chiama scala termometrica di
Fahrenheit. In questa scala il ghiaccio fondente corrisponde a 32 gradi
Fahrenheit (32 °F) e quella di ebollizione dell’acqua a 212 gradi Fahrenheit (212 °F). La differenza fra i due valori è 180, un numero legato all’uso dei gradi:
vi sono infatti 180 gradi in una semicirconferenza. Fra
la scala Fahrenheit e quella Celsius, a tutti ben nota, si colloca nel tempo
quella del naturalista francese René-Antoine Ferchault de Réaumur (1683-1757)
che scelse per la sua scala il valore zero per la temperatura del ghiaccio
fondente e il valore 80 per quella dell’acqua bollente: i gradi Réaumur
(gradi °R) corrispondono all’ottantesima parte di questo intervallo. Questa
scala è usata molto raramente, mentre nei Paesi anglosassoni è in uso, per le
faccende di interesse quotidiano, come bollettini meteorologici o termometri
clinici, la scala Fahrenheit; in tutti gli altri Paesi del mondo e soprattutto
in campo scientifico si usa la scala Celsius.
Nel
1742 l’astronomo svedese Anders Celsius (1701-1744) propose la scala in cui al
punto di fusione dell’acqua si assegnava il valore 100 e a quello di
ebollizione il valore 0. Era quindi una scala nella quale alle temperature più
alte corrispondevano valori numerici più bassi e alle temperature più basse
valori numerici più alti. Dopo la sua morte, un altro scienziato svedese ribaltò
i due valori base e ottenne la scala che tutti conosciamo, ossia quella che
registra numeri crescenti all’aumentare della temperatura: 0 per il ghiaccio
fondente e 100 per l’acqua bollente. Poiché
l’intervallo fra le temperature base era di cento gradi, ottenuti dividendo
l’intervallo in parti uguali, la scala venne detta centigrada e quindi
simboleggiata con la lettera C, posta dopo un piccolo zero sistemato in alto
alla lettera. Però, una sessantina d’anni fa, in occasione di una conferenza
internazionale, si decise di chiamarla scala Celsius, come si era fatto per la
scala Fahrenheit, e non più centigrada. Quindi, volendo seguire la nomenclatura
ufficiale, si dovrebbe parlare di gradi Celsius, ma il simbolo rimane lo stesso:
°C. 2. Verso
la metà del 1800 il fisico scozzese William Thomson (1824-1907), poi divenuto
Lord Kelvin, propose una scala delle temperature che evitasse i numeri negativi
come “2 sotto zero” o “–2 gradi”. Egli osservò che quando misuriamo
una temperatura in realtà registriamo l’energia media delle particelle che
costituiscono l’oggetto sul quale si opera. La temperatura indica infatti la
rapidità con cui le particelle vibrano o si spostano. In un gas o in un
liquido, le molecole o gli atomi sono liberi di muoversi in tutte le direzioni e
spesso rimbalzano gli uni contro gli altri e di conseguenza la temperatura
dipende dalla velocità media delle particelle. In un solido gli atomi (o meglio
gli ioni) sono bloccati in una struttura cristallina e tenuti insieme da legami
elettronici; in questo caso, quando si riscalda un solido, le particelle che
formano il reticolo cristallino acquistano energia e oscillano in misura sempre
maggiore, attorno alla loro posizione media, a mano a mano che aumenta la
temperatura. Nel
1785 il fisico francese Jacques-Alexandre César Charles (1746-1823) scoprì la
relazione che lega le variazioni di temperatura con le variazioni di volume dei
gas. Egli osservò infatti che, a pressione costante, il volume di una certa
massa di gas aumenta (o diminuisce) di 1/273 (cioè di una piccola frazione) del
volume che essa ha a Naturalmente
un tale evento non può verificarsi perché a mano a mano che il gas viene
raffreddato esso passerà per le fasi di liquido e di solido ma certamente non
sparirà nel nulla. Resta il fatto che la temperatura di 273 gradi sotto lo zero
della scala Celsius (per la precisione –273,15 °C) rappresenta un limite, un
valore che non può essere superato, come non può essere superata la velocità
della luce, che rappresenta anch’essa un limite invalicabile. Ma
è possibile raffreddare un corpo fino a portarlo alla temperatura di 273,15
gradi sotto lo zero e, soprattutto, è possibile misurare questa temperatura?
Innanzitutto bisogna chiarire che per prendere una misura qualsiasi è
indispensabile avvicinare all’oggetto su cui si intende operare un apparecchio
adatto: nel caso specifico un termometro. Però, un termometro che toccasse
l’oggetto che si trovasse alla temperatura dello zero assoluto trasferirebbe
ad esso un po’ del proprio calore a meno che non fosse esso stesso allo zero
assoluto, ma in tal caso non misurerebbe niente. 3. LE BASSE
TEMPERATURE La
temperatura diminuisce anche quando saliamo in montagna o voliamo in aereo.
Nell’ alta atmosfera dove viaggiano gli aerei di linea il termometro segna
temperature di –50 o –60 °C. Se si abbandona l’atmosfera e si entra in
orbita a bordo dei satelliti, dove si incontrano le temperature più fredde in
cui ci si può imbattere in natura. Nello spazio profondo la temperatura è di
solo 2,7 kelvin: essa rappresenta il calore residuo del Big Bang che pervade
tutto lo spazio, quindi è impossibile che vi possa essere un punto in cui la
temperatura si trovi allo zero assoluto. Però
temperature più fredde di quelle che si registrano in natura si possono
ottenere in laboratorio. Ad esempio è stato raffreddato l’azoto fino ad
essere trasformato in un liquido alla temperatura di 77 K (–196 °C). Un
esperimento molto suggestivo è quello di immergere nell’azoto liquido un
garofano e osservare che diventa così fragile che, lasciato cadere a terra,
finisce per ridursi in mille frammenti come fosse di vetro. L’elio liquido è
ancora più freddo (solo 4 kelvin) e una miscela di due isotopi di questo gas può
essere raffreddata fino a pochi millesimi di kelvin. Utilizzando il laser i
fisici del Massachusetts Institut of Technology sono riusciti a raffreddare
atomi di cesio finché questi hanno raggiunto 0,5 miliardesimi di kelvin, ma non
zero, perché lo zero assoluto è un concetto astratto. Bisogna
infatti notare che un corpo che si trovasse alla temperatura dello zero assoluto
dovrebbe presentare le particelle che lo costituiscono perfettamente ferme. Ma
ferme non possono essere: lo impone il principio di indeterminazione di
Heisenberg il quale afferma che è impossibile misurare con esattezza
simultaneamente tutti i parametri fisici di un qualsiasi corpo. Se alla
temperatura dello zero assoluto gli atomi avessero energia zero la loro quantità
di moto (prodotto della massa per la velocità) e la loro posizione potrebbero
essere esattamente determinate, ma come abbiamo detto, ciò non può essere.
Vediamo di spiegare il motivo di questa limitazione con un facile esempio. 4. I VALORI TEORICI Ecco
il motivo per cui non riusciremo mai a misurare la temperatura di un corpo allo
zero assoluto: a quel valore infatti, tutte le particelle sono ferme e quindi di
ciascuna di esse dovrebbe essere possibile misurare con estrema precisione la
posizione e la traiettoria (che non esiste perché le particelle sono ferme); in
tal modo viene contraddetto il principio di indeterminazione di Heisenberg.
Pertanto, la temperatura di 273,15 gradi Celsius sotto lo zero è una
temperatura teorica che mai potrà essere rilevata con precisione. Allo stesso
modo la velocità della luce non può essere raggiunta da un corpo materiale
perché in quel momento la sua massa diventerebbe infinita e le sue dimensioni
lineari nulle. Una situazione assurda. Quelli
illustrati sopra sono due dei tanti principi
di impotenza che fissano i limiti del possibile. Tali principi stabiliscono
che nessuno al mondo, nemmeno l’uomo, è in grado di fare alcune cose come ad
esempio quelle che abbiamo descritto. Il primo che si accorse dell’esistenza
di questi limiti invalicabili fu il matematico greco Euclide nel III secolo
avanti Cristo, quando notò che è impossibile esprimere la radice quadrata di
due con un numero decimale finito: essa vale 1,4142… e avanti all’infinito.
Nonostante tutte le prove a favore ancora oggi esistono alcune persone che non
vogliono rassegnarsi a queste limitazioni alla conoscenza umana e pensano che
siano possibili alcune cose impossibili come ad esempio ottenere la quadratura
del cerchio o la duplicazione del cubo. |
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