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KEPLERO
E LE SUE LEGGI Una
teoria scientifica si forma in seguito alla paziente raccolta di dati
osservativi e di fatti sperimentati da cui emergono, attraverso un’ispirazione
intuitiva, armonica e geniale, la verifica e il completamento di teorie
precedenti. Un esempio classico del progredire della scienza, attraverso
l’ispirazione, è il tentativo, effettuato quattro secoli fa da un matematico
e astronomo tedesco, di scoprire, utilizzando i dati messigli a disposizione dal
suo maestro, le leggi che definiscono le orbite e i movimenti dei pianeti del
sistema solare, confermando e arricchendo il modello cosmologico eliocentrico di
Copernico. 1. UN INIZIO
DIFFICILE Sebbene
di insigne discendenza (il nonno paterno era sindaco del paese, e quello materno
era stato sindaco anch’egli di un paese vicino) la sua famiglia viveva in
povertà. Il padre era un soldato di ventura ubriacone e violento: le poche
volte che si trovava in casa di ritorno da una guerra, picchiava la moglie senza
motivo, ma nello stesso tempo la metteva incinta. In quella famiglia nacquero
sette bambini, di cui tre morirono in tenera età; fra i quattro che
sopravvissero vi era Giovanni, benché nato settimino e di salute cagionevole. La
madre era una donna minuta, pettegola e d’animo cattivo; in età matura fu
accusata di stregoneria e soltanto l’intervento del figlio poté salvarla dal
rogo. La stessa sorte era capitata alla zia che l’aveva allevata, la quale
gestiva una laida bettola in cui serviva agli ignari avventori malefici intrugli
di droghe e allucinogeni per osservarne gli effetti. Finirà arsa sul rogo dalla
Santa Inquisizione con l’accusa di stregoneria. Piccolo
di statura e di costituzione gracile e malaticcia, fin dalla nascita Giovanni
soffrì di un difetto alla vista che non gli permetteva di apprezzare luci e
colori: tutto gli appariva sfumato, privo di contorni e con immagini sdoppiate.
Da ragazzo contrasse il vaiolo che gli lasciò le mani storpiate e il viso
butterato; la malattia, alle carenze della vista già presenti alla nascita,
aggiunse la miopia. Tuttavia, nonostante i numerosi difetti fisici gli venne
riconosciuta subito un’intelligenza superiore. L’interesse
di Keplero per l’astronomia è sorprendente. Prima ancora di compiere dieci
anni descrisse nel suo diario la comparsa di una cometa che osservò all’età
di sei anni da un luogo sopraelevato sul quale venne accompagnato dalla madre e
un’eclissi parziale di Luna che alcuni anni più tardi gli fece notare il
padre. Nei primi anni del suo percorso scolastico visse un periodo difficile
perché spesso dileggiato e picchiato dai compagni tanto da convincere i
genitori a ritirarlo da quell’ambiente e mandarlo a lavorare nei campi. Anche
il lavoro manuale non servì tuttavia a migliorare il carattere nevrotico e
arrogante del ragazzo. Fu
quindi mandato in seminario dove poté concludere gli studi medi nel 1587. Con
l’aiuto del duca di Württemberg, il quale aveva adottato l’illuminante
politica di fare studiare anche i figli dotati d’ingegno di genitori poveri,
venne iscritto all’Università luterana di Tubinga, dove ricevette una
educazione pregevole. Oltre
alla teologia il giovane ebbe la possibilità di studiare matematica e
astronomia sotto la guida del professor Michael Mästlin (1550-1631) profondo
conoscitore sia del sistema tolemaico sia di quello copernicano. Dopo la laurea
conseguita nel 1591, grazie a quello che lui stesso definì “un fortunato
incidente”, rinunciò a proseguire gli studi teologici per andare ad occupare
la cattedra di matematica, resa vacante dalla morte del titolare, in un liceo di
Graz, in Stiria (Austria). In
quella sede, oltre all’insegnamento, ebbe il compito di elaborare il
calendario che doveva riportare anche previsioni sul tempo meteorologico e sugli
eventi più importanti dell’annata: in pratica una specie di oroscopo. Fin dal
primo numero la fortuna arrise a Keplero: egli infatti riuscì ad indovinare un
inverno particolarmente rigido, che costrinse i contadini a fuggire dall’alta
Austria nonché l’invasione dei Turchi, che misero a ferro e fuoco mezza
Europa. La previsione azzeccata gli valse una grande reputazione ma nello stesso
tempo egli fu additato come profeta di sventure. 2. IL SEGRETO DELLE
ORBITE CELESTI Nel
1595, sempre durante la sua permanenza a Graz, credette di aver finalmente
scoperto il “segreto” dell’Universo che pubblicò nella sua prima opera,
il “Mysterium Cosmographicum”, in
cui espose il suo originale modello copernicano. Egli trovò una corrispondenza
fra le orbite dei sei pianeti conosciuti a quel tempo e gli unici cinque
poliedri regolari noti da secoli come “solidi platonici”, le cui facce sono
formate dal medesimo poligono regolare (triangolo equilatero, quadrato e
pentagono). Interpose
quindi l’ottaedro (8 triangoli) fra Mercurio e Venere, l’icosaedro (20
triangoli) fra Venere e Terra, il dodecaedro (12 pentagoni) fra Terra e Marte,
il tetraedro (4 triangoli) fra Marte e Giove, e infine il cubo (6 quadrati) fra
Giove e Saturno. Ognuno di questi solidi risultava iscritto in una sfera in modo
tale che i vertici del poliedro toccavano l’orbita del pianeta più esterno
mentre l’orbita del pianeta immediatamente più interno risultava tangente ai
centri dei loro lati. I risultati di questo modello di grande suggestione
estetica si accordavano in modo soddisfacente con le dimensioni planetarie
orbitali trovate da Copernico. In altre parole, facendo una scelta conveniente
dei poliedri, Keplero aveva ottenuto una serie di sfere i cui raggi risultavano
press’a poco proporzionali alle distanze dei pianeti secondo i valori
attribuiti loro da Copernico. Il tentativo non era dunque così stravagante come
era apparso ad una prima lettura: anzi, quel modello permise più tardi, a
Keplero stesso, di individuare un rapporto fra la grandezza dell’orbita dei
pianeti e la durata del periodo di rivoluzione, il quale verrà espresso in modo
sintetico nella cosiddetta “terza legge”. Frattanto
L’impegno
di Keplero nel dare grande diffusione ad un’opera in cui credeva fermamente
produsse i suoi frutti, perché il libro diventò presto oggetto di dibattito
fra gli astronomi del tempo. Anche se non ebbe successo da un punto di vista
scientifico, l’opera fece conoscere il suo autore presso i colleghi come
matematico abilissimo ed astronomo provetto. Tycho
Brahe, pur criticando aspramente il modello di Universo formulato dallo studioso
tedesco, lo volle conoscere di persona e lo invitò nel castello di Benatek nei
pressi di Praga, dove da poco aveva trasferito tutta la preziosa strumentazione
per l’osservazione del cielo contenuta nella Specola di Uraniborg. Nel 1576 il
re di Danimarca, Federico II, gli aveva donato l’isolotto di Hveen vicino a
Copenhagen dove l’astronomo danese aveva costruito vere e proprie cittadelle
di astronomia. Alla morte di Federico II, il successore Cristiano IV, informato
dai collaboratori di Brahe del suo comportamento tirannico, costrinse lo
scienziato danese ad abbandonare l’isola. Egli trasferì quindi ogni cosa
dalla Specola di Uraniborg al castello di Benatek vicino alla città di Praga, dove era
stato anche nominato Matematico imperiale alla corte di Rodolfo II.
Keplero,
che nel frattempo si era sposato con Barbara Müller (donna “semplice di
spirito e grassa di corpo, stupida, sempre col broncio, solitaria e
malinconica” come la giudicò egli stesso), si trasferì a Praga dove Brahe
gli affidò il compito di studiare lo strano moto retrogrado di
Marte. Fra i due
scienziati non vi ara accordo: Tycho temeva che Keplero, più giovane e acuto di
lui, potesse offuscare la sua fama e quindi gli negava l’accesso agli
strumenti e ai dati di osservazione di cui disponeva; Keplero, d’altra parte,
osservava che Brahe non era in grado di fare uso appropriato del ricco bagaglio
di osservazioni di cui pure il danese era in possesso. Ma il disaccordo
riguardava soprattutto il fatto che il loro modello di Universo era diverso:
Brahe immaginava Lo
scontro fra i due scienziati durò poco perché meno di un anno dopo l’arrivo
a Praga di Keplero l’uomo gigantesco, dal ventre enorme e dal naso d’argento
che sostituiva quello che aveva perduto da giovane in seguito ad una
mutilazione, morì. Il collerico e dispotico Ticone finì miseramente i suoi
giorni all’età di 55 anni in conseguenza dello scoppio della vescica
provocato da una eccessiva bevuta di birra nel corso di un pranzo al palazzo
imperiale a cui aveva dovuto partecipare. Sul letto di morte affidò a Keplero
il compito di completare le tavole dedicate all’imperatore Rodolfo e di dare
con esse l’irrefutabile dimostrazione della validità del suo sistema
planetario, cosa che il suo collaboratore non fece. 3. SUCCESSORE DI
BRAHE Il
17 ottobre 1604, comparve nella costellazione di Ofiuco (o del Serpentario) una
stella “nuova” che al momento della sua maggiore luminosità appariva più
brillante di Giove. L’astro fu osservato solamente ad occhio nudo perché il
cannocchiale non era ancora stato inventato. Oggi sappiamo che in realtà si
trattava di una “supernova” e più precisamente dell’ultima supernova
osservata nella nostra galassia. Nel 1987 infatti fu osservata un’altra
supernova ma il fenomeno avvenne nella Grande Nube di Magellano una delle
galassie satelliti della Via Lattea. Keplero studiò il fenomeno per due anni,
fino a quando, diminuendo progressivamente il suo splendore, l’astro non fu più
visibile. Di questa stella molto luminosa Keplero fece una dettagliata
descrizione nel libro De Stella Nova in
Pede Serpentarii, pubblicato nel 1606. Come
per la supernova di Brahe del 1572, anche Keplero dimostrò che la nuova stella
doveva appartenere alla regione delle stelle fisse poiché non presentava alcuna
parallasse quando veniva osservata da luoghi diversi, quindi doveva trovarsi ben
al di là del cielo della Luna. Con questa affermazione egli metteva in
discussione ancora una volta l’immobilità e l’eternità aristotelica della
volta celeste dove nulla di nuovo poteva verificarsi. In
quegli anni, forse indotto a farlo dai suoi difetti alla vista, si interessò di
problemi di ottica. Pubblicò le risultanze dei suoi studi in un libro
intitolato Ad Vitellionem paralipomeni,
quibus astronomiae pars optica traditur, cioè la continuazione (i
paralipomeni) degli studi di Vitellone (pseudonimo del fisico polacco Erazm
Ciolek, 1220-1275) che aveva scritto il più importante trattato di ottica
medioevale. In
quell’opera, chiamata semplicemente Optica,
terminata di scrivere nel 1603, ma presentata all’imperatore nel 1604, Keplero
studia la possibilità di migliorare l’attendibilità dei dati astronomici
presi ad occhio nudo, in un periodo in cui non era ancora stato inventato il
cannocchiale. Attraverso l’analisi del processo della visione, lo scienziato
esamina anche la struttura dell’occhio e i problemi connessi con la visione
sfocata che era il difetto che lo tormentava fin da piccolo; spiega inoltre il
funzionamento degli occhiali. Dopo l’invenzione del cannocchiale Keplero
applicò i risultati delle sue ricerche all’impiego di quello strumento e
mentre riconobbe l’importanza del suo uso per lo studio dei corpi celesti,
rivolse a Galileo l’urgente preghiera di cedergli uno dei suoi preziosi
“tubi di ingrandimento”. Ma Galileo non rispose alla richiesta di Keplero,
il quale tuttavia non si perse d’animo: dopo qualche mese ripeté il tentativo
in modo più pressante, informando l’astronomo toscano delle critiche di
alcuni suoi avversari i quali dubitavano che i pianeti si potessero vedere con
quello strumento e concludeva affermando che solo se gli venisse fatto regalo di
un cannocchiale avrebbe potuto lui stesso godere dello spettacolo dei cieli e
fugare i dubbi dei critici. A
quel tempo Keplero si era conquistata la fama di grande astronomo mondiale e
Galileo forse temeva che potendo egli fare uso del cannocchiale sarebbe stato
poi in grado di compiere delle osservazioni che avrebbero offuscato la fama che
si era conquistato negli anni. Gli rispose quindi dicendo di non avere a
disposizione un cannocchiale già pronto e per costruirne uno nuovo ci sarebbe
voluto del tempo. Tuttavia Keplero poté lo stesso disporre per un mese intero
del cannocchiale del duca della città tedesca di Braunschweig, che si era
trovato a passare per Praga, il quale aveva ricevuto lo strumento in regalo da
Galileo stesso. 4. LE PRIME DUE
LEGGI Keplero
pensò allora che le deviazioni potessero dipendere dal fatto di non aver
collocato bene l’orbita della Terra. Decise quindi di spostarsi idealmente su
Marte e di osservare da quella posizione il percorso compiuto dal nostro pineta:
scoprì allora che neppure l’orbita da essa percorsa poteva essere considerata
circolare. Quando infine cercò di immaginare come sarebbe apparso il moto di
Marte osservandolo dal Sole, trovò la soluzione del problema: l’orbita
percorsa dal pianeta intorno all’astro centrale è un’ellisse. Con
il vantaggio che ci viene dal considerare le cose a posteriori bisogna notare
che le orbite percorse dai pianeti sono tutte quasi circolari ad eccezione di
quella di Mercurio, che però è difficile da osservare, e di Marte: esse sono
chiaramente ellittiche. Fu un evento favorevole dunque quello di avere fatto le
misurazioni su Marte il cui asse maggiore dell’orbita differisce comunque di
solo lo 0,5% dall’asse minore: sarebbe ad esempio difficile, guardando una
figura in scala, notare la forma ellittica dell’orbita di quel pianeta. E in
effetti le prime leggi vennero riferite esclusivamente a Marte. Nel
1609 Keplero presentò l’opera che rese immortale il suo nome: Astronomia Nova nella quale venivano presentate le prime due leggi
oggi note come “leggi di Keplero”. La prima recita così: L’orbita percorsa dal pianeta intorno al Sole è un’ellisse in cui
il Sole occupa uno dei due fuochi. Essa viene definita “prima legge di
Keplero” ma in realtà è stata individuata per seconda, nel 1605. Keplero
non seppe dare giustificazione di questa come delle altre due sue leggi. A ciò
pensò infatti Newton il quale nel 1687 dimostrò che qualsiasi corpo che si
muova intorno ad un altro deve descrivere una “sezione conica”. Prima di
procedere vediamo di spiegare il significato di questo termine. Se
immaginiamo un cono retto ossia un solido che ha per base una circonferenza e il
vertice si trova sulla perpendicolare al piano della circonferenza condotta per
il suo centro, osserviamo che i piani che lo tagliano in svariate direzioni
formano diverse curve che vengono dette sezioni coniche o semplicemente coniche. Un piano obliquo secondo un determinato angolo darà come
intersezione un’ellisse; se il piano è perpendicolare all’asse non si
formerà un’ellisse ma una circonferenza. Altre curve che si possono ottenere
sezionando il cono sono la parabola e l’iperbole. Ritorniamo
ora all’ellisse. All’interno di questa figura esistono due punti notevoli
detti fuochi (il termine di “fuoco dell’ellisse” come quelli di
“satellite” per definire un corpo che gira intorno ad un pianeta e di
“inerzia” sono stati proposti dallo stesso Keplero). Abbiamo già visto una
prima definizione di ellisse. Un’altra definizione di quella figura piana
tiene conto dei fuochi: “ellisse è la curva costituita dagli infiniti punti
le cui distanze dai fuochi hanno somma costante”. Se si fissano i capi di una
cordicella ai due fuochi, girando tutto intorno con la punta di una matita che
si appoggi alla cordicella, si ottiene sulla carta per l’appunto un’ellisse.
Il centro dell’ellisse si trova alla metà del segmento che unisce i fuochi:
più la curva è appiattita e più i fuochi sono lontani fra loro e dal centro.
Il rapporto fra la distanza che separa i fuochi e il diametro maggiore
dell’ellisse viene detta eccentricità. Date queste definizioni si può
descrivere la circonferenza come una particolare ellisse che ha i fuochi
coincidenti e quindi eccentricità nulla. Newton
dimostrò quindi che la traiettoria di un corpo qualsiasi che gira intorno ad un
altro sarà un’ellisse se la velocità è al di sotto di un certo limite in
relazione alla forza di attrazione. La legge è quindi di carattere generale e
non vale solo per Marte o per i pianeti del sistema solare. La
seconda legge di Keplero, che è stata scoperta nel 1602, quindi, come abbiamo
detto, prima di quella che va sotto il nome di “prima legge”, può essere
espressa nel modo seguente: Le aree
descritte dal raggio vettore che congiunge il pianeta al Sole in tempi uguali
sono uguali. Un pianeta non si muove pertanto lungo una traiettoria
ellittica a velocità uniforme, ma è più veloce in prossimità del Sole e più
lento quando ne è lontano.
5. GLI ANNI
TORMENTATI E Frattanto
Keplero, accogliendo l’invito della nobiltà protestante di Linz, si era
trasferito in quella città. Ad alleviare la depressione di quei giorni inquieti
e tristi vi fu il matrimonio con una domestica ventiquattrenne che gli dette
sette figli di cui quattro rimasero in vita. La scelta della seconda moglie fu
fatta con metodo quasi scientifico, poiché essa fu selezionata fra una decina
di pretendenti in relazione al carattere, allo stato di salute, alla reputazione
della famiglia e naturalmente all’età. Dopo il trauma del primo matrimonio,
celebrato sotto un “calamitoso coelo”
ovvero con una disposizione astrologica sfavorevole, con una donna che aveva
ventitrè anni ed era già due volte vedova e che morì pazza all’età di 37,
le precauzioni da prendere in una seconda esperienza del genere non dovettero
sembrargli mai troppe. Ma
la serenità seguente al secondo matrimonio durò poco perché nel 1615 la madre
di Keplero fu accusata di stregoneria. Il figlio corse in soccorso della anziana
donna ma lo fece con tale imperizia che mancò poco che la vedesse finire sul
rogo. Presentò istanze su istanze al tribunale in sua difesa spendendo tutto
quello che possedeva e, dopo un anno di carcere, nel 1621 la madre fu scagionata
e liberata, ma pochi mesi dopo morì. Fra
il 1612 e il 1622 videro la luce opere fondamentali a cominciare dall’Harmonices Mundi che
contiene la cosiddetta “terza legge di Keplero” la quale può essere
espressa nei seguenti termini: I quadrati
dei periodi di rivoluzione di un qualunque pianeta intorno al Sole sono
proporzionali ai cubi degli assi maggiori delle loro orbite. Questa
legge suggerisce il fatto che i pianeti più lontani impiegano più tempo per
completare il giro intorno al Sole e non tanto perché devono compiere un
percorso più lungo, ma soprattutto perché viaggiano più lentamente di quelli
più vicini. Newton dimostrò la validità di questa legge con le sue leggi del
moto e della forza di gravitazione universale la quale afferma che più un
pianeta sta lontano dal Sole tanto meno è attratto da questo e tanto minore
risulta pure la forza che si oppone all’attrazione. La componente di queste
due forze determina la spinta che genera la velocità del pianeta in orbita. Il
libro uscì nel 1619, quindi dieci anni dopo di quello in cui erano scritte le
altre due leggi. In esso Keplero si ispira alla dottrina platonica
dell’armonia celeste e quindi immagina un mondo costituito sulla base di una
legge armoniosa e simmetrica. Egli cercò di provare che i rapporti fra le
velocità massime e minime dei pianeti in rotazione intorno al Sole sono
espressi da numeri interi, come quelli che caratterizzano i suoni. Ai pianeti
viene anche attribuito un canto in cui Saturno e Giove hanno la parte di basso,
Marte di tenore, Venere e Terra di contralto e Mercurio di soprano. Il fatto che
noi non sentiamo questi suoni dipende dalla posizione: essi si sarebbero sentiti
chiaramente solo stando sul Sole. Sempre
nel 1619 viene pubblicato il De cometis
libelli tres in cui Keplero fornisce un resoconto della cometa apparsa nel
1607, che diventerà famosa come cometa di Halley e di altre tre comparse
proprio nell’anno dello scoppio della guerra dei Trent’anni: un fenomeno che
costituisce pretesto al grande pubblico di giustificare la comparsa delle comete
come messaggere di sventure e di rivolgimenti sociali e politici. Come Brahe
anche Keplero ritiene che le comete siano oggetti celesti e non esalazioni
terrestri (come allora si credeva) che attraversino indisturbate le sfere di
cristallo sulle quali sarebbero incastonati i pianeti! Egli formula anche
l’ipotesi originale ma molto convincente che le code delle comete che si
presentano sempre rivolte in direzione opposta al Sole siano prodotte dai raggi
dell’astro che, penetrando nel corpo della cometa, ne spingano lontano le
particelle che la costituiscono. Un’altra
opera che merita menzione è Epitome
astronomiae copernicanae in cui vengono generalizzate le prime due leggi che
in un primo tempo erano state formulate solo per Marte ed estese, oltre che agli
altri pianeti, anche al moto della Luna intorno alla Terra. In esso viene anche
fornito il sistema di calcolo per la previsione delle eclissi solari e lunari. 6. UNA FINE TRISTE E
MISERA Keplero
naturalmente respinse sdegnato la proposta ma poi fu costretto ad allontanarsi
da quella città. Proprio in quei giorni nella città si stava festeggiando il
valoroso condottiero Albrecht von Wallenstein il quale aveva acquistato fama per
essere riuscito a cacciare gli invasori danesi fuori dai confini dell’Impero.
L’eroe già una ventina d’anni prima aveva conosciuto ed apprezzato Keplero
quale provetto astrologo. In quella occasione anonimamente, attraverso un amico
comune, si era anche fatto fare un oroscopo dal quale rimase particolarmente
impressionato. Esso conteneva anche la previsione della sua morte per l’anno
1634: in effetti, per pura coincidenza (in realtà di queste coincidenze negli
oroscopi di Keplero se ne verificarono molte), Wallenstein morì assassinato il
25 febbraio 1634. Nel
frattempo al generale Wallenstein era stato donato il ducato di Friedland e
Sagan (regioni della Slesia) dove Keplero era stato invitato a risiedere a spese
del duca. Ma nemmeno in quel luogo l’astronomo tedesco si sentiva sicuro e
dopo qualche tempo si allontanò per andare a sistemare personalmente i suoi
affari. Dopo essere passato per Ratisbona dove andò a salutare la sua famiglia
si diresse a Linz e quindi di nuovo a Praga dove lo aveva preceduto la sua
famiglia. Gli
ultimi anni di vita furono contrassegnati da crescente inquietudine generata da
avversità che non riusciva più a gestire e da malattie e febbri continue. Dopo
qualche esitazione decise di tornare a Ratisbona dove si era insediato
l’imperatore Ferdinando II per cercare di ottenere l’ingente somma di denaro
che gli era stata promessa, ma mai versata. Arrivò in quella città
febbricitante e pochi giorni dopo morì. Era il 15 novembre 1630. Con
Keplero scompare uno dei più grandi astronomi di tutti tempi. Le tre leggi sul
moto dei pianeti e le Tabulae Rudolphinae, che costituiscono l’opera più
importante dell’astronomia pratica in quanto rappresenta un testo fondamentale
per astronomi, compilatori di calendari e navigatori, sono lavori destinati a
rimanere indelebili nel tempo. Negli
ultimi anni di vita l’astronomo tedesco si dedicò al suo libro prediletto, il
Somnium, la cui pubblicazione,
postuma, fu curata da Ludwig Kepler, figlio della prima moglie. Si tratta di un
lavoro allegorico (oggi lo collocheremmo fra i romanzi di fantascienza) in cui
l’autore narra di un viaggio sulla Luna fatto in sogno e vi descrive i
paesaggi, i movimenti, la visione della Terra e del cielo quali egli immagina di
avere contemplato da quel luogo. La
sua tomba, cancellata dal passaggio degli eserciti, non fu più ritrovata.
Rimangono le sue opere spesso infarcite da speculazioni mistiche e fantastiche,
in cui tuttavia lo scienziato dimostra che le cause fisiche dei fenomeni
naturali possono essere espresse numericamente e geometricamente. Il suo
capolavoro in assoluto è rappresentato dalle tre leggi che descrivono il moto
dei pianeti e che costituiscono la base della moderna fisica celeste; esse sono
applicabili sia ai moti dei pianeti del sistema solare sia alle evoluzioni di
stelle in sistemi binari lontani da noi migliaia di anni luce. Anche nel giorno
della sua morte non poteva mancare un segno dei cieli: fu registrata infatti
un’eclissi di Luna.
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