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GALILEO
GALILEI
Appeso alla parete di una delle numerose stanze vaticane vi è un quadro,
sormontato dalle chiavi del paradiso e contornato da un ramo di alloro e da
fiori, che rappresenta il volto di un uomo barbuto, riconoscibile grazie al nome
in latino scritto in basso, Galileus: si tratta infatti di Galileo Galilei. A
breve distanza vi è un altro quadro in cui è raffigurato un uomo, anch’esso
barbuto, con in testa il tipico cappello a tre punte indossato dai Principi
della Chiesa: è il ritratto del cardinale Roberto Bellarmino, capo
dell’Inquisizione romana, il nemico dichiarato di Galileo.
Galileo e Bellarmino, avversari in vita, oggi sono ospitati entrambi in
Vaticano ma continuano a guardare in direzione opposte: Galileo verso sinistra e
Bellarmino verso destra. Appeso allo stesso muro vi è un terzo dipinto
ugualmente ornato delle insegne e dei simboli del pontefice che rappresenta il
cardinale Cesare Baronio del quale Galileo utilizzò in più occasioni, per
difendersi dalle accuse di eresia, la famosa frase: “
1. DALLA NASCITA ALLA PRIMA CATTEDRA
UNIVERSITARIA
Vincenzio era musicista di professione e impegnato attivamente nel
dibattito allora in corso sulla teoria musicale ma data la gravità della crisi
economica, per vivere si era dovuto adattare ad un lavoro supplementare che
consisteva nel commercio di lane. A Firenze però il mercato incontrava molte
difficoltà e quindi Vincenzio pensò di cambiare piazza trasferendosi a Pisa
dove nacquero alcuni dei suoi numerosi figli.
Le due attività di Vincenzio Galilei, quella di suonatore del liuto e
musicologo stimato e quella di avveduto commerciante, non erano compatibili e
infatti le entrate economiche erano sempre scarse e non valse a modificare la
situazione nemmeno il matrimonio con la figlia di un ricco commerciante di sete,
anzi quell’unione peggiorò la situazione sia finanziaria sia esistenziale
della famiglia.
Dopo il lavoro, Vincenzio trovava in casa una donna, che gli aveva dato
sette figli, ma che con il tempo era diventata insopportabile per le sue
continue richieste di denaro al fine di soddisfare il suo ricercato
abbigliamento. Nel contempo essa gli rinfacciava gli insuccessi finanziari che
metteva continuamente a confronto con le fortune della sua famiglia di
provenienza. Alla morte del marito, la sciagurata femmina scaricherà su Galileo
la sua ira incolpandolo di essersi fatto seguace di quelli che si dilettano di
matematica e di altre cose inutili.
Galileo, abbandonato il mestiere di venditore di stoffe al quale in un
primo tempo era stato indirizzato dal padre, poiché crescendo aveva dato segni
manifesti delle sue doti di ingegno, fu inviato agli studi. I primi maestri cui
il giovane venne affidato gli insegnarono greco e latino, aritmetica e disegno:
in quest’ultima disciplina e in una spiccata manualità che gli consentiva di
fabbricare modellini di ogni genere, lasciò intravedere una intelligenza
brillante e creativa.
Dopo un breve periodo di studi superiori passato nell’Abbazia di
Vallombrosa dove entrò come “novizio”, venne richiamato a Firenze dal padre
perché si sottoponesse ad una cura oftalmica: testimonianza di una vista debole
da parte di colui che era destinato ad usare gli occhi come fondamentale
“strumento” di ricerca. In realtà si trattò di un pretesto per toglierlo
dal convento in cui era stato mandato non per scelta, ma unicamente per mancanza
del denaro necessario per pagare la retta di una buona scuola. Dopo diversi
tentativi, il padre riuscì infine ad iscriverlo alla facoltà di medicina e
filosofia presso lo Studio (così si chiamavano a quel tempo le Università) di
Pisa. Ma, con grande dispiacere del genitore, dopo tre anni e mezzo di frequenza
saltuaria e ritardi negli esami, in cui conseguiva anche voti molto bassi,
Galileo perse la borsa di studio che gli consentiva la frequenza e dovette
tornare a Firenze in famiglia.
Sulla decisione di abbandonare gli studi di medicina dovette contribuire
l’amico di famiglia Ostilio Ricci da Fermo, un matematico allora celebre,
discepolo del famoso Niccolò Tartaglia (soprannome di Niccolò Fontana così
chiamato per la balbuzie conseguente ad una ferita riportata in combattimento),
che destò in lui l’interesse per la geometria di Euclide e la meccanica di
Archimede. Gli studi di medicina, ancorché interrotti, non furono tuttavia
tempo perso perché gli servirono per la sua educazione spirituale ed anche per
fare, non ancora ventenne, la sua prima scoperta di fisica: l’isocronismo del
pendolo. Osservando un lampadario oscillare nel duomo di Pisa, dove si recava
per assistere alla Messa, valendosi dei battiti del polso per misurare il tempo,
notò che le oscillazioni erano tutte di ugual durata quantunque di continuo
diminuissero di ampiezza.
Gli studi di geometria vennero approfonditi dal giovane Galileo a tal
punto che gli consentirono di trovare la dimostrazione di alcuni teoremi sul
centro di gravità dei solidi, il che gli meritò la reputazione di esperto di
quel ramo della matematica. Nel 1586 lo studio delle opere di Archimede lo
condusse all’invenzione della “bilancetta”,
una stadera idrostatica mediante la quale era possibile misurare i pesi
specifici di alcune sostanze. Attraverso questo strumento scoprì, fra le altre
cose, che la corona preparata per il re Gerone, il tiranno di Siracusa vissuto
tre secoli prima di Cristo, da un artigiano insieme abile e disonesto, non era
di oro massiccio come sarebbe dovuta essere, ma di una lega di metalli diversi.
I suoi studi non si limitavano al campo della fisica e della geometria,
ma invadevano anche quello letterario. Nel 1588, all’età di 24 anni,
all’Accademia fiorentina, Galileo tenne due lezioni Circa
la figura, siti e grandezza dell’Inferno di Dante, in cui coglieva
l’occasione per trattare alcuni precisi problemi geometrici dimostrando non
solo una rigorosa perizia matematica, ma anche una perfetta padronanza del
testo. Più tardi, stese le Considerazioni
al Tasso e alcune composizioni poetiche fra cui rimase famoso il Contro il portar di toga del giovane professore: non solo una satira
contro i costumi accademici tradizionali ma anche la manifestazione di una
rivolta, che non verrà mai meno nel suo animo, contro la mentalità retrograda
che si cela sotto quei paludamenti accademici.
In attesa di centrare il suo obiettivo principale, che era rappresentato
dalla conquista di una cattedra universitaria, egli impartiva lezioni private ed
entrava in contatto con i matematici più noti fra cui il gesuita tedesco
Cristoforo Clavio del Collegio Romano (che aveva avuto una parte importante
nella riforma gregoriana del calendario) e il Marchese Guidobaldo Del Monte il
quale, compreso il valore del giovane studioso, si adoperò per fargli ottenere
la cattedra di matematica presso lo Studio di Pisa. In effetti, grazie
all’appoggio di Del Monte, nel luglio del 1589 gli fu assegnata la cattedra
con uno stipendio però molto modesto che gli permetteva a mala pena di vivere
in modo dignitoso.
Galileo rimase a Pisa solo tre anni insegnando la geometria euclidea e
l’astronomia tolemaica. Nello stesso periodo si occupò del moto eseguendo
esperimenti sulla caduta dei gravi dall’alto della torre pendente per
dimostrare che l’accelerazione è uguale per tutti i corpi e non variabile col
peso come aveva insegnato Aristotele.
Le difficoltà economiche del giovane professore si accrebbero nel 1591
dopo la morte del padre, che aveva lasciato a suo carico, in quanto primogenito,
il sostentamento della madre, di due sorelle e del fratello. Ciò lo indusse a
cercare un collocamento migliore al quale ora poteva aspirare per la fama
accresciuta e la protezione di amici influenti. 2.
I DICIOTTO ANNI PIÙ BELLI
Dopo alcuni mesi dal suo trasferimento a Padova, Galileo prese alloggio a
Venezia presso l’abitazione dell’ambasciatore toscano Giovanni Uguccioni. La
casa si trovava a pochi passi dai cantieri navali e non era infrequente vedere
il professore passeggiare all’interno dell’Arsenale osservando gli operai al
lavoro fra paranchi, argani e pulegge, ovvero mentre essi azionavano le macchine
il cui principio di funzionamento faceva parte del suo insegnamento.
Ancora oggi è raro vedere un professore universitario sui luoghi di
lavoro, ma a quel tempo ciò era del tutto sorprendente perché il lavoro
dell’insegnante consisteva nel commento delle opere di autori antichi,
segnatamente Aristotele, senza che venisse richiesto alcun riferimento
all’esperienza diretta. Galileo però era uno scienziato sui
generis il quale riteneva che le leggi fisiche dovessero essere stabilite
con esperimenti e, qualora questi fossero in disaccordo con quanto proposto da
Aristotele, non avrebbe esitato a dare torto a quest’ultimo.
In una serata di maggio del 1609 Galileo venne a conoscenza di un fatto
che cambierà la sua vita. Si trattava di una notizia che apprese a palazzo
Morosini, sul canal Grande, in cui trovava sede il circolo intellettuale più
ambito della città. Intorno ad Andrea Morosini, storico della repubblica, si
raccoglievano non solo il fior fiore dell’aristocrazia veneziana, ma anche
alcuni dei personaggi più colti e illustri italiani e stranieri.
In quel luogo Galileo venne a sapere che un ottico olandese aveva
costruito una specie di giocattolo che permetteva di vedere vicini e ingranditi
gli oggetti lontani: si trattava del cannocchiale (= occhiale a canna),
inventato cinque anni prima e già diffuso in alcune città europee fra cui
Parigi, la capitale francese da cui arrivava la notizia. Il cannocchiale in
realtà non aveva avuto successo nemmeno come giocattolo ma soprattutto non era
stato apprezzato dagli scienziati, i quali non ne avevano compreso
l’importanza convinti com’erano che gli strumenti ottici poiché
distorcevano le immagini producessero solo illusioni.
Galileo, invece, capì immediatamente come si sarebbe potuto trasformare
quell’oggetto di curiosità in uno strumento scientifico di precisione e, sulla
base di una vaga descrizione dello stesso, si mise subito a costruirne uno nella
sua officina di Padova dove aveva già progettato un certo numero di strumenti
di fisica e matematica fra cui il famoso “compasso
geometrico e militare”, una sorta di primitivo regolo calcolatore, che
permetteva una serie di operazioni matematiche e costruzioni geometriche.
Il cannocchiale era formato, nelle sue parti fondamentali, da un tubo che
portava alle estremità due lenti, l’una concava e l’altra convessa, ossia
l’una tipica degli occhiali per miopi e l’altra degli occhiali per presbiti.
Galileo si rese tuttavia immediatamente conto che le lenti da occhiali non
garantivano un buon ingrandimento e una visione nitida degli oggetti e quindi si
mise egli stesso a tagliarne e lavorarne di più adatte dopo essersi procurato
il materiale occorrente presso i laboratori del vetro di cui Venezia era la
capitale europea.
Nell’agosto di quell’anno era pronto un cannocchiale che garantiva un
ingrandimento pari a quello dei binocoli moderni più diffusi ed inoltre
produceva immagini nitide e prive di deformazioni. Portò quindi lo strumento a
Venezia con l’intento di mostrarne il funzionamento ai dignitari della
Repubblica. Lo scienziato pisano salì a tal fine, con una rappresentanza di
senatori, sul campanile di quella città e, puntato lo strumento verso la chiesa
di Padova, fece notare che quella costruzione, che si trovava a più di trenta
kilometri di distanza, appariva come se fosse a soli tre kilometri. Anche
Murano, lontana due kilometri e mezzo, veniva avvicinata ad una distanza tale
che si scorgevano le persone “uscir di chiesa e montar e dismontar de gondola
al tragheto”.
Molto impressionato per le applicazioni militari che il nuovo strumento
avrebbe potuto avere sia in mare che in terra, il Senato tributò al Galileo un
vero trionfo e votò a larga maggioranza la conferma a vita del suo posto
all’Università, raddoppiandogli immediatamente lo stipendio che da 520
fiorini passò a mille.
Per Galileo, sempre assillato da problemi economici, il primo movente
della costruzione del cannocchiale fu, molto probabilmente, quello di trarne un
guadagno. Oltre al sostentamento della sua famiglia a Firenze, ora si aggiungeva
anche quello della famiglia che si era costituita a Padova unendosi con una
donna veneziana, Marina Gamba, da cui aveva avuto tre figli: Virginia, Livia e
Vincenzio. Dato che non esisteva un vincolo matrimoniale fra i due, per salvare
le apparenze, Galileo doveva provvedere anche all’abitazione separata di
Marina e dei figli.
Ma andando oltre all’interesse commerciale per lo strumento, Galileo
seppe individuare in esso un mezzo di eccezionale valore scientifico soprattutto
per le osservazioni astronomiche da lui iniziate poco dopo. Le prime scoperte
avvennero nell’autunno del 1609 e furono di tale interesse che lo indussero a
costruire cannocchiali sempre più potenti e perfetti.
Il 1609 non fu solo l’inizio delle osservazioni di Galileo. Nello
stesso anno l’astronomo tedesco Johannes Kepler (latinizzato in Giovanni
Keplero) sulla base delle numerose e precise osservazioni del suo maestro, il
danese Tycho Brahe (1546-1601), su Marte, era arrivato alla conclusione che
l’orbita di quel pianeta non fosse circolare, ma ellittica e che il Sole si
trovasse in uno dei fuochi di tale ellissi. Successivamente egli aveva esteso
tale conclusione alle orbite degli altri pianeti.
Questa fu la prima di tre leggi che prendono il nome dallo scopritore. La
seconda rendeva conto della variazione della velocità dei pianeti nel loro moto
intorno al Sole. La terza legge che stabilisce che la velocità media di un
pianeta è tanto minore quanto più esso è lontano dal Sole, verrà individuata
un po’ più tardi. Eliminando il dogma della circolarità dei moti planetari,
Keplero apportava un sostanziale perfezionamento al modello copernicano rendendo
superflua l’introduzione degli epicicli e degli eccentrici indispensabili, nel
modello tolemaico, per spiegare il moto retrogrado di Marte e la variazione di
luminosità nel corso dell’anno di alcuni pianeti. 3.
SIDEREUS NUNCIUS
Quando subito dopo rivolse il cannocchiale verso le stelle ne vide un
numero enormemente maggiore di quello che era possibile distinguere ad occhio
nudo. La costellazione di Orione, ad esempio, ne era talmente ricca, che Galileo
decise di concentrare l’attenzione solo sulla cintura e sulla spada dove contò
un’ottantina di stelle in più rispetto alle otto visibili ad occhio nudo.
Anche le Pleiadi, che stazionano in vicinanza, erano molte di più delle sei
stelle che tutti potevano osservare senza far uso dello strumento ottico. La
sorpresa maggiore l’ebbe comunque quando puntò il cannocchiale verso la Via
Lattea
la quale gli rivelò la presenza di un numero di stelle enorme: ne conterà non
più decine ma migliaia.
Ora Galileo osserva il cielo tutte le notti mentre durante il giorno
lavora nel suo laboratorio alla costruzione di un cannocchiale ancora più
potente. Nei primi giorni del 1610 il nuovo strumento era pronto: esso
ingrandiva ben 30 volte. Era il quinto cannocchiale che realizzava ma poi ne
costruirà tanti altri per regalarli ad amici e colleghi stranieri, ma molti
anche per venderli.
Con questo nuovo cannocchiale dal quale non si separerà più compì la
più bella e importante delle sue scoperte. La notte del 7 gennaio, mentre
guardava Giove, notò in vicinanza di quell’astro tre stelline molto luminose
che in un primo tempo scambiò effettivamente per stelle davanti alle quali il
pianeta si sarebbe spostato, ma il giorno seguente ebbe la sorpresa di trovare
le tre stelline sistemate in una disposizione diversa rispetto a quella del
giorno precedente. Frattanto ne era comparsa una quarta e alla fine si convinse
che quelle che pensava fossero stelline erano in realtà pianeti che ruotavano
intorno a Giove seguendone il movimento.
L’osservazione non mostrava solo una novità astronomica ma anche la
prova che Copernico aveva ragione: un movimento celeste si compiva intorno ad un
astro che non era
In onore del Granduca di Toscana Galileo denominò “astri medicei” i
quattro satelliti di Giove; in questo modo egli si cautelava da eventuali
contestazioni rispetto alla sua osservazione perché ora, negare la scoperta,
avrebbe voluto dire scontrarsi con la potentissima famiglia dei Medici.
L’importanza veramente rivoluzionaria delle ultime scoperte,
soprattutto quella dei satelliti di Giove, indussero lo scienziato toscano a
dare di ciò notizia agli uomini colti d’Europa. Nacque così il Sidereus
Nuncius (Avviso astronomico), un libro di poche pagine scritto in latino in
vista della sua diffusione europea. Il saggio uscì il 12 marzo 1610 e i 550
esemplari stampati si esaurirono in pochi giorni. Questo lavoro fu dedicato
anch’esso a Cosimo de’ Medici il quale, dopo la morte del padre Ferdinando,
era diventato Granduca di Toscana con il nome di Cosimo II.
Pur insegnando a Padova, lo scienziato non aveva certo dimenticato
Firenze, dove si recava regolarmente durante le vacanze estive. Negli ultimi
anni era stato ospite della Granduchessa Cristina di Lorena per insegnare
matematica al figlio Cosimo con il quale si stabilì un rapporto di profonda
stima e simpatia, che si rivelerà prezioso in futuro. 4.
DA VENEZIA A FIRENZE
Pertanto si stabilì a Firenze nel settembre del 1610, ma prima ancora di
quella data si erano fatti sentire i suoi avversari che non riconoscevano le sue
scoperte adducendo motivazioni in realtà molto deboli, se non assurde. Costoro
sostenevano ad esempio che poiché gli astrologi, nei loro oroscopi avevano già
inserito tutto ciò che si muoveva in cielo, i satelliti medicei non servivano:
pertanto non esistevano. Gli avversari di Galileo evidentemente davano più
importanza ai ragionamenti fondati sulla logica formale che alle osservazioni:
due modi di pensare opposti. Ma c’è di peggio. Alcuni avevano portato come
prova della falsità delle osservazioni di Galileo argomenti addirittura
puerili. Poiché in cielo – essi asserivano – non ci possono essere più di
sette oggetti mobili (Luna, Sole e i cinque pianeti visibili ad occhio nudo)
altri non ce ne potevano stare. Ma perché proprio sette? Per la stessa ragione
per cui sette sono i peccati capitali, sette sono i giorni della settimana,
sette le meraviglie del mondo, e via elencando. Il cannocchiale inoltre
ingannava perché, se così non fosse, gli antichi, molto sapienti, lo avrebbero
dovuto già conoscere.
Galileo naturalmente non risponde a queste banalità. Egli invece si
preoccupa di convincere gli uomini di scienza di cui aveva stima, della
validità
delle sue scoperte. Il primo che contattò fu Giovanni Keplero al quale inviò
una copia fresca di stampa del Sidereus
Nuncius invitandolo a formulare un
parere. Keplero rispose congratulandosi per l’opera tuttavia si dichiarava non
pienamente convinto delle osservazioni avanzate dallo scienziato toscano a causa
della imperfezione del cannocchiale che possedeva. Galileo allora gli inviò un
nuovo cannocchiale con il quale l’astronomo tedesco effettuerà numerose
accurate osservazioni che alla fine lo convinceranno pienamente delle scoperte
del collega italiano.
Altro personaggio importante da convincere era Cristoforo Clavio, il
gesuita capo degli astronomi del papa, il quale non solo non credeva alle
scoperte di Galileo, ma lo prendeva anche
in giro. Alla fine tuttavia anche Clavio osserverà
Frattanto Galileo, continuando le sue ricerche astronomiche, si accorse
che Saturno presentava un aspetto strano e descrisse la sua osservazione con
queste parole: “… la stella di Saturno
non è sola, ma un composto di tre, le quali quasi si toccano, né mai fra loro
si muovono o mutano, e sono poste in fila secondo la lunghezza dello zodiaco,
essendo quella di mezzo circa tre volte maggiore delle altre due laterali”.
Ecco come appare Saturno a Galileo:
Fra le tante scoperte fatte da Galileo, quest’ultima è quella che dà
il maggiore appoggio al modello copernicano di Universo. Ed è proprio in questo
momento che egli riceverà l’invito, da parte di Clavio, a far visita agli
astronomi del Vaticano. Alla fine dell’inverno del 1610 Galileo partì per
Roma dove giunse tre mesi dopo.
Vi fu accolto in modo trionfale da Clavio e dal suo gruppo di studiosi
gesuiti ma proprio in questo momento cominciarono i suoi guai. Ad aprile il
primo teologo della Chiesa, il gesuita cardinale Roberto Bellarmino (1542-1621),
chiese ufficialmente a Clavio l’opinione del Collegio Romano riguardo alle
osservazioni di Galileo e Clavio inviò un rapporto in cui, senza fare commenti
di sorta, confermò tutte quelle osservazioni.
Il papa Pio V lo ricevette in udienza privata e l’intero Collegio
Romano si riunì, insieme con Galileo, per celebrare ufficialmente le sue
scoperte; gli verrà anche chiesto di diventare membro dell’Accademia dei
Lincei una carica che il fisico fiorentino accetterà con entusiasmo e d’ora
innanzi tutti i suoi libri porteranno in copertina, dopo il suo nome, anche il
termine "Linceo".
5.
Gli aristotelici non si dettero per vinti e chiesero ai cardinali
presenti alla riunione di fare da testimoni. Non tutti però si schierarono
dalla loro parte e ad esempio il cardinale Maffeo Barberini, colui che poi
diventerà papa con il nome di Urbano VIII, sostenne la tesi di Galileo. Anche
il Granduca Cosimo II prese le parti dello scienziato pisano ed anzi lo invitò
a scrivere un libro sull’argomento. L’anno seguente infatti egli avrebbe
pubblicato un’opera intitolata Discorso
intorno alle cose che stanno in su l’acqua o che in quella si muovono.
Gli avversari di Galileo cercarono di ribattere, attraverso la
pubblicazione di alcuni opuscoli pieni di argomentazioni deboli e poco
convincenti, alle osservazioni numerose e puntuali contenute nel libro scritto in
italiano e letto dai giovani di buona famiglia che con entusiasmo seguivano gli
insegnamenti del grande fiorentino. Gli oppositori di Galileo sanno ora di aver
perso non solo la battaglia astronomica ma anche quella sulle leggi fisiche.
Sconfitti sul piano scientifico i nemici di Galileo cercano allora la
rivincita su quello religioso. Molti sacerdoti colti e profondi conoscitori
dell’argomento si erano schierati dalla parte di Galileo, ma ora si schierano
contro di lui altri religiosi, ignoranti, grossolani e aggressivi: i “cani da
guardia della fede”, ovvero i frati predicatori dell’ordine dei Domenicani,
rivali dei Gesuiti. Questi si dichiararono apertamente contro le nuove idee in
astronomia perché contrarie alle Sacre Scritture dove è scritto che Giosuè
fermò il Sole perché evidentemente l’astro si muoveva. Anche dal pulpito
piovvero critiche sul lavoro di Galileo, il quale non rispose alle accuse di
condanna delle idee di Copernico perché in quel momento impegnato in un
argomento molto più interessante: le macchie solari.
Galileo non fu il primo a vedere le macchie sulla superficie del Sole
che, in alcuni casi favorevoli, erano visibili ad occhio nudo e probabilmente
furono scorte perfino dell’uomo primitivo. Ora, con l’uso del cannocchiale,
apparvero evidenti anche quelle di dimensioni minori e il gesuita tedesco
Cristoforo Scheiner (1573-1650), lettore di matematica e lingua ebraica a
Ingolstadt (in Baviera, Germania), dichiarò ufficialmente, con una nota
scritta, di aver osservato il fenomeno fra novembre e dicembre del 1611.
Galileo, convito di avere egli osservato per primo le macchie del Sole, si sentì
defraudato e replicò in modo assai risentito alle affermazioni del gesuita
tedesco. In realtà avevano torto entrambi perché il primo ad osservare le
macchie solari fu l’olandese David Fabricius (1564-1617) e Keplero, che ne
venne a conoscenza prima di tutti, lo avrebbe confermato.
Altre volte è accaduto che più ricercatori all’insaputa l’uno
dell’altro siano arrivati alle stesse conclusioni relativamente ad un
determinato fenomeno naturale. Per fare un esempio ci limitiamo ad un caso
famoso nel campo della biologia. Le cosiddette leggi di Mendel furono scoperte
nel 1865 dal fraticello boemo Gregor Johann Mendel (1822-1884), ma nonostante
fossero state pubblicate su una rivista scientifica, in verità di scarsa
diffusione, vennero ignorate fino a quando tre biologi, separatamente, le
riscoprirono nel 1900.
Nella scienza però non basta vedere un fenomeno, bisogna anche
interpretarlo nel modo giusto. Padre Christoph Scheiner interpretò quelle
macchie come l’ombra proiettata da piccoli pianeti che passavano davanti al
Sole il quale, in accordo con la dottrina aristotelica dell’incorruttibilità
dei corpi celesti, non poteva presentare imperfezioni.
Galileo interpretò invece (sbagliando) le macchie come nubi piatte
incollate alla superficie del Sole ma dedusse (correttamente) dal loro
spostamento, che l’astro ruota su sé stesso con velocità uniforme. Anche se
oggi sappiamo che in realtà le macchie sono zone più fredde sulla sua
superficie, Galileo in sostanza aveva ragione nel ritenere che il Sole non solo
non fosse una sfera liscia e immacolata, ma fosse anche animato da movimento
rotatorio e se ruota quell’astro – egli deduceva – perché non potrebbe
farlo anche
L’impronta della trattazione è nettamente copernicana ed inoltre è
scritta in volgare invece che in latino. Il discorso scientifico poteva essere
tollerato dagli uomini di Chiesa fin quando veniva formulato come semplice
ipotesi ed esposto in un linguaggio per addetti ai lavori, mentre l’interesse
evidente di Galileo era quello della divulgazione.
6. L’INIZIO DELLA GUERRA
Il capo dei teologi, il Cardinale Bellarmino, colui che undici anni prima
fu decisivo nel convincere l’Inquisizione di mandare al rogo Giordano Bruno
(1548-1600), aveva chiesto che gli venisse presentato un rapporto segreto su
Galileo, perché era preoccupato per le contraddizioni esistenti fra le Sacre
Scritture e la teoria copernicana. Questa disputa in realtà durava da ottanta
anni ma solo ora, dopo le scoperte dello scienziato pisano, era diventata
pericolosa e, anche a causa della pubblicazione di libri che trattavano
l’argomento in italiano e non nella lingua dei dotti, essa aveva raggiunto il
vasto pubblico. Bellarmino era convinto che la teoria di Copernico era corretta
e sarebbe stata accettabile solo se si fosse limitata ad una descrizione
matematica dei fenomeni, laddove asserire che il Sole è veramente al centro
dell’Universo avrebbe vistosamente contraddetto ciò che è riportato nei
testi sacri. A riprova di ciò sta il fatto che fu Salomone a sostenere che
Ora non si trattava più, come duemila anni fa, di separare semplicemente
Galileo non poteva ridursi a pensare che le idee di Copernico fossero una
semplice ipotesi matematica priva di realtà: egli era cattolico e rispettava
profondamente
Dopo aver chiesto e ottenuto il permesso del Granduca (il quale gli
assegnò anche un’abitazione di due stanze nell’ambasciata), nonostante le
cattive condizioni di salute, Galileo, il 3 dicembre del 1615, partì per Roma.
Giunto fiducioso nella città dei sette colli, il suo primo impegno fu quello di
convincere gli Inquisitori che la teoria eliocentrica di Copernico non era
incompatibile con quanto riportato nelle Sacre Scritture. Grazie alla sua
passione e alla sua eloquenza, riuscì a farsi ascoltare da tutte le persone che
incontrò, ma non da quelle che contavano: ad esempio non riuscì ad ottenere un
colloquio con il Cardinale Bellarmino.
Le sedute del Sant’Uffizio si tenevano in luoghi e tempi diversi. In
una di esse, avvenuta il 24 febbraio del 1616, venne dichiarato ufficialmente
che considerare il Sole al centro del mondo e immobile era una proposizione
assurda, falsa e formalmente eretica perché espressamente contraria alla Sacra
Scrittura. Allo stesso modo era assurdo ritenere che
Senza citare brani dell’opera di Galileo o di Copernico, si ribadiva
insomma l’incontrastabile autorità delle Sacre Scritture e della Chiesa a
prescindere dal merito scientifico. Si trattò in sostanza di quello che alcuni
chiamarono il primo processo a Galileo anche se il fisico fiorentino non fu
condannato dall’autorità ecclesiastica soprattutto per riguardo all’alleato
Granduca di Toscana.
Due giorni dopo la riunione del Sant’Uffizio, Galileo ottenne un
colloquio a quattrocchi con il
Cardinale Bellarmino il quale lo ammonì di lasciar perdere la teoria
eliocentrica, lo informò altresì che
Prima di tornare a Firenze, Galileo ottenne dal Cardinale Bellarmino una
dichiarazione scritta in cui si attestava che egli non aveva dovuto abiurare né
che era stato torturato ma solo che gli era stato notificato che
l’affermazione relativa al fatto che la Terra
si muoveva intorno al Sole e che il Sole stesso era al centro del mondo senza
muoversi, era contraria alle Sacre Scritture e che pertanto la stessa non poteva
essere difesa né insegnata.
Con questa dichiarazione in mano, Galileo tornò a casa dove giunse il 4
giugno 1616. La faccia era salva ma in realtà si trattava di una sconfitta i
cui esiti peggiori dovranno ancora realizzarsi. Approfittò
anche del tempo che aveva a disposizione per perfezionare il microscopio da lui
stesso inventato nel 1610 quando si accorse che l’«occhiale» poteva venire
adattato alla visione da vicino, rivelandosi in grado di farci scoprire minuzie
altrimenti invisibili e infine per approfondire un problema che stava studiando
da quando osservò per la prima volta i satelliti di Giove: la determinazione
della longitudine a partire dalla posizione in cielo di quegli astri. Come
è noto, per determinare la longitudine di un punto sulla superficie terrestre, e
in particolare in mare, era indispensabile conoscere l’ora precisa di un punto
di riferimento e confrontarla con quella del luogo in cui ci si trovava.
Disponendo quindi di un orologio che indicasse il tempo locale di un punto
qualsiasi (per esempio quello del porto di partenza della nave) sapendo che alla
differenza di un’ora fra due punti corrispondeva la differenza di 15 gradi,
determinare la longitudine del luogo sarebbe stata un’operazione immediata. Ma
a quel tempo gli orologi erano molto imprecisi soprattutto se fatti funzionare
su di una nave che facesse rotta in mezzo al mare agitato. Galilei aveva pensato
allora di sfruttare il moto dei satelliti di Giove che potevano essere
osservati da luoghi posti anche a notevole distanza, in cui, ovviamente, gli
stessi sarebbero apparsi sistemati in posizioni diverse. Se fosse stato quindi
possibile prevedere con precisione istante per istante, e per molti mesi
dell'anno, la posizione dei satelliti di Giove, i naviganti avrebbero avuto a
disposizione un'effemeride dettagliata di quegli astri.
A rianimare gli interessi astronomici di Galileo fu l’apparizione,
verso la fine del
Gli astronomi invece spiegavano il fenomeno attraverso la teoria di Tycho
Brahe secondo la quale le comete si trovavano assai al di sopra della Luna e si
muovevano girando intorno al Sole su una traiettoria fortemente ellittica,
necessaria per spiegare il loro avvicinarsi e allontanarsi dalla Terra.
Galileo in un primo tempo si tenne in disparte dalle polemiche ma poi, in
seguito all’uscita di un libro scritto in latino da Padre Orazio Grassi,
professore di matematica al Collegio Romano, intitolato Libra
astronomica ac philosophica (Bilancia astronomica e filosofica) decise di
rispondere con un lavoro che venne completato in tre anni. Durante la
preparazione dell’opera iniziata nel 1621 successero alcuni fatti molto
importanti che segnarono il futuro di Galileo. A gennaio moriva Paolo V e
nell’autunno dello stesso anno lo seguì nella tomba il cardinale Bellarmino.
Ma, cosa più dolorosa per il fisico toscano, fu la morte del suo protettore ed
estimatore fedele, il Granduca Cosimo II, che aveva lasciato un figlio,
Ferdinando, appena undicenne. La reggenza del Granducato fu assunta allora dalla
madre, Maria Maddalena d’Austria, e dalla nonna Maria Cristina di Lorena: due
donne entrambe molto religiose e quindi accolte favorevolmente in quel ruolo
dagli avversari di Galileo. Il manoscritto, con il titolo de Il
Saggiatore, fu pubblicato nel 1623 ed è ritenuto uno dei grandi capolavori
della letteratura polemica, un vero e proprio “pamphlet” a cui non mancano
toni brillanti di ironia e sarcasmo.
Per Galileo lo studio delle comete era un argomento molto impegnativo che
non poteva essere trattato facendo uso di una bilancia ordinaria, cioè la libra,
ma serviva quella di precisione (saggiatore)
usata dai ricercatori d’oro. In realtà il tema delle comete costituisce solo
il punto di partenza di un’opera rivolta all’illustrazione del metodo che
devono usare nella ricerca gli uomini di scienza.
Padre Grassi nel suo saggio difende la tesi più vicina alla
realtà con argomenti però privi di esperienza diretta mentre Galileo assume la
posizione dell’ormai declinante aristotelismo ma la sostiene con mente di
scienziato che indaga dal vivo il “gran libro della natura” e non attraverso
insufficienti e confuse argomentazioni. Sulla base del fatto che la precedente
cometa apparsa nel 1577 presentava una parallasse assai più piccola di quella
della Luna, Tycho Brahe aveva correttamente dedotto che essa si trovasse al di
sopra del cielo della Luna. Galileo, pur riconoscendo la validità della misura
delle distanze con il metodo della parallasse, riteneva che esso non potesse
essere applicato alle comete in quanto esalazioni terrestri che riflettevano la
luce solare e non corpi materiali.
Alla morte di papa Paolo V fu elevato al soglio pontificio Gregorio XV
che improvvisamente si ammalò e morì dopo solo due anni di pontificato. Gli
succedette il 6 agosto del 1623 Maffeo Barberini che assunse il nome di Urbano
VIII. Questa elezione destò l’entusiasmo dei cattolici progressisti
d’Europa e a Galileo parve presentarsi l’occasione per promuovere una nuova,
energica azione in favore della sua battaglia copernicana. Fiorentino di
nascita, accorto politico, uomo di indubbio ingegno, assai noto per la sua
cultura umanistica ma anche per il suo interesse ai problemi
tecnico-scientifici, il nuovo pontefice aveva sempre mostrato per Galileo
simpatia e ammirazione e dallo scienziato toscano egli venne visto come colui
che sarebbe stato in grado di sanare le ferite aperte nel 1616.
A Urbano VIII, una persona certamente vanagloriosa cui era gradito
l’ossequio, venne subito dedicato il Saggiatore
fresco di stampa. Il Pontefice accolse con piacere la dedica garantendo che
avrebbe letto con la massima attenzione quel libro. Nel contempo lasciava
intendere che, se fosse stato per lui, il decreto anticopernicano del 1616 non
sarebbe uscito.
Il momento era favorevole e Galileo decise di recarsi nuovamente a Roma
confidando di poter avere un colloquio diretto con il nuovo Pontefice. Il 24
aprile del 1624 partì quindi per Roma dove ottenne non uno bensì sei incontri
con il Papa durante i quali allo scienziato vennero concessi onori formali,
elargiti doni preziosi e soprattutto garantita una pensione ecclesiastica per il
figlio Vincenzio (di cui aveva urgente bisogno). Però non riuscì ad ottenere
la revoca della deliberazione del 1616.
Tornato a Firenze, nonostante non fosse in buone condizioni di salute,
Galileo decise di scrivere un libro il cui contenuto era stato pensato fin dai
tempi in cui insegnava a Padova. Nell’opera, ovvero il Dialogo
sopra i due massimi sistemi del mondo, tolemaico e copernicano si immagina
che il dibattito sul tema avvenga nel palazzo Sagredo di Venezia e duri quattro
giorni. Gli interlocutori sono il nobile fiorentino Filippo Salviati,
copernicano convinto (dietro il quale si nasconde lo stesso Galileo)
l’antagonista Simplicio e il gentiluomo Giovanfrancesco Sagredo, che recita la
parte dello spirito aperto e colto. Salviati e Sagredo, entrambi già defunti,
erano stati grandi amici di Galileo; il terzo, un filosofo peripatetico, vissuto
nel VI secolo, famoso commentatore di Aristotele, fu scelto forse per una certa
consonanza del suo nome con la parola “semplicione”.
La prima giornata è dedicata ad una approfondita critica dei presupposti
fondamentali della visione del mondo aristotelico-tolemaica. La seconda giornata
ha come tema centrale quello del moto diurno dei corpi celesti il quale può
essere spiegato o con il moto rotatorio della sola Terra (che corrisponde
all’opinione copernicana) o con quello del resto del mondo, esclusa
Come hanno scritto molti critici il Dialogo
non è un libro di astronomia o di fisica, ma piuttosto un libro di critica,
un’opera di polemica e di battaglia. Al tempo stesso esso è un’opera
pedagogica che racconta l’evoluzione del pensiero di Galileo. 8. IL PROCESSO,
In realtà queste furono costruite dopo l’analisi particolareggiata, da
parte dei Gesuiti, del libro fresco di stampa. Essi fecero notare al Papa che i
tre delfini collocati sul frontespizio del volume, che in realtà erano il logo
della casa editrice, rappresentavano invece i suoi tre nipoti prediletti sui
quali tanto mormorava il popolino. La seconda ragione che irritò il Papa,
sempre su istigazione dei Gesuiti, fu la figura di Simplicio che venne accostata
al Pontefice con lo scopo di farsi beffe di lui e screditarne il prestigio. Il
terzo motivo di collera di Urbano VIII fu il constatare che l’opera era
apertamente copernicana mentre le sue ragioni, cioè quelle relative
all’incapacità dell’intelletto umano di decifrare i misteri
dell’Universo, erano state poste in fondo al testo in posizione marginale.
Il fratello minore del Papa, il Cardinale Antonio Barberini, a fine
settembre, dette ordine all’Inquisitore fiorentino di ingiungere a Galileo
l’obbligo di recarsi entro trenta giorni a Roma per mettersi a disposizione
del Commissario Generale del Sant’Uffizio. Galileo cercò di rimandare la
partenza adducendo ogni tipo di giustificazione a cominciare da motivi di
salute, l’età avanzata e la peste dilagante. Chiese infine che gli venisse
concesso di subire il giudizio nella sua città. Il Papa e i Cardinali non si
lasciarono impietosire e replicarono che, se si fosse ostinato a tentare di
rimandare la partenza, lo avrebbero fatto prelevare e trasferire a Roma “legato
anco con i ferri”.
Compreso che
L’editto anticopernicano del
L’imputazione che gli si muoveva non era quella di aver fatto
pubblicare il Dialogo ma di non aver fatto presente l’esistenza del precetto
del 1616 che vietava di insegnare e difendere quovis modo (in qualsiasi modo, cioè a voce o per iscritto) la
dottrina copernicana.
L’errore decisivo della sua debole difesa fu quello di affermare che il
Dialogo aveva lo scopo di dimostrare la non validità e l’incongruenza delle
ragioni di Copernico. Convinti che Galileo stesse tentando di prenderli in giro,
i cardinali inquisitori lo accusarono non solo di proporre argomenti nuovi
relativamente alle idee copernicane, ma di averlo fatto in italiano cioè nella
lingua compresa dal volgo ignorante fra cui l’errore fa più facilmente presa.
Dopo un mese e dopo un nuovo interrogatorio in cui fu minacciato di
tortura qualora non avesse detto la verità, il vecchio scienziato si arrese:
“son qua nelle loro mani, faccino quello
che gli piace”. Mercoledì 22 giugno 1633 Galileo, in abito di penitenza
venne trasferito, a dorso di mulo, dal Sant’Uffizio al convento di Santa Maria
sopra Minerva dove in ginocchio davanti ai cardinali della Congregazione,
pronunciò la pubblica abiura che riportiamo solo nella parte centrale che
costituisce un documento sul quale è opportuno meditare: “Con
cuore sincero e fede non finta abiuro, maledico e detesto li suddetti errori et
heresie… e giuro che per l’avvenire non dirò mai più, né asserirò, in
voce o in scritto, cose tali per le quali si possa haver di me simil sospitione,
ma se conoscerò alcun heretico o che sia sospetto d’heresia, lo denontiarò a
questo S. Offitio.”
La situazione, a ben vedere, non si risolse a totale danno di Galileo,
che sospettato di essere eretico, avrebbe potuto incorrere nelle peggiori
censure canoniche mentre se la cavò con una pur umiliante abiura. Il Dialogo
viene proibito e l’autore carcerato e obbligato alle preghiere penitenziali.
La sentenza non viene controfirmata da tre giudici su dieci ed anche la supplica
di potersene tornare a casa venne accolta. Non fu mandato tuttavia subito a
Firenze per non dare la sensazione che si fosse trattato di una assoluzione.
Dopo un giorno di carcere passò una settimana nei giardini dell’Ambasciata di
Toscana quindi gli fu concesso di trasferirsi in domicilio coatto a Siena sotto
la custodia dell’amico arcivescovo Ascanio Piccolomini. Dopo altri sei mesi
gli sarà concesso di ritirarsi a vivere nella villa di Arcetri (presso Firenze)
che, per stare vicino alle figlie monache, aveva preso in affitto qualche anno
prima. Rimase l’obbligo dell’isolamento e la proibizione di comunicare con
altri perché, “avendo egli ancora bisogno dell’intera grazia, è necessario
di procurarsela con la pazienza e con lo starsene ritirato, piuttosto che con
troppa libertà irritar il papa e 9. GLI ULTIMI ANNI DI VITA
La proibizione del Dialogo, la sua condanna e la costrizione all’abiura erano stati
senza dubbio un dolore grandissimo per Galileo, ma un dolore ancora maggiore,
anche se di natura completamente diversa, lo attendeva. Pochi mesi dopo il suo
ritorno ad Arcetri moriva infatti la figlia prediletta suor Maria Celeste la
quale gli era stata vicina, in modo particolare durante il processo e il
successivo soggiorno a Siena, con numerose lettere in cui traspariva tutta la
ricchezza di cuore, la profonda intelligenza e sensibilità, unite ad una
convinzione religiosa che non aveva niente di forzato.
Suor Maria Celeste era la primogenita delle due figlie, Virginia e Livia,
che al Galilei erano nate in Padova “di fornicazione”, come dicono le fedi
di battesimo, da Marina Gamba. Le due ragazze erano state accolte nel monastero
di San Matteo in Arcetri un anno prima del tempo “ad effetto di monacarsi poi,
quando fossero in età legittima”. Virginia, che prese il nome di Maria
Celeste, visse molto cristianamente e conservò sempre un vivissimo affetto per
il padre; la sorella, di un anno più giovane, che prese il nome di suor
Arcangela, soccombette invece al peso del precetto paterno cui fu costretta e
visse nevrastenica e malaticcia. Il figlio Vincenzio infine sarà sempre a
carico del padre. Le lettere con cui Galileo dava notizia della sua morte a
parenti e amici, sono la prova commovente della profondità del dolore e del
vuoto lasciato nella sua vita dalla scomparsa della amata figlia.
Quanto alle sofferenze fisiche la più dura a sopportare fu certamente
quella della perdita progressiva della vista. Ciò non gli impedì tuttavia di
sistemare definitivamente i suoi studi di meccanica. Con l’aiuto di amici e
discepoli vecchi e nuovi, riuscì a portare a termine il lavoro che costituirà
il suo testamento scientifico e verrà pubblicato con il titolo di Discorsi
e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze attinenti alla meccanica
et i movimenti locali. Il libro
dopo aver superato notevoli difficoltà venne pubblicato nel
L’ultimo libro di Galileo, scritto in volgare, tratta temi tecnici e
dell’esperienza quotidiana dell’uomo comune e si presenta in forma dialogica
fra gli stessi interlocutori del Dialogo,
ossia Salviati, Sagredo e Simplicio i quali si trovano a discutere
nell’Arsenale veneziano, su temi tecnici che poco offrono sul piano della
divulgazione. Nei Discorsi, anch’essi organizzati in quattro giornate Galileo
affronta, con l’armamentario concettuale della geometria, una serie di
problemi di fisica, sviluppando ragionamenti professionali e dimostrando
teoremi.
Nella prima giornata si studiano la struttura della materia e le sue
proprietà, la resistenza dei solidi, il moto, il peso dei gravi, il
sincronismo, le vibrazioni e il suono. La seconda giornata si concentra sulle
leve e i loro equilibri esaltando il ruolo sussidiario della geometria
nell’analisi dei problemi scientifici. La terza e la quarta giornata sono
dedicate all’esposizione dei principi della dinamica.
Da un punto di vista formale, il libro non tratta il sistema copernicano
anche se in verità ne costituisce un’ulteriore validissima difesa in quanto
elimina definitivamente le obiezioni di carattere meccanico che gli avversari
elevarono contro di esso. Pertanto, a ben guardare, i Discorsi
non erano meno copernicani del Dialogo dei
massimi sistemi ma le autorità ecclesiastiche non li condannarono perché
in essi non veniva trattata esplicitamente la questione copernicana ma, più
probabilmente, perché non ne avevano capito il contenuto. Galileo ebbe fra le
mani il libro stampato con notevole ritardo ma non poté vederlo perché nel
frattempo era diventato completamente cieco. Successivamente, anche in seguito
alle pressioni degli editori, Galileo porrà mano alla stesura di una quinta e
una sesta giornata (che saranno pubblicate rispettivamente nel 1674 e nel 1718)
completate dal Viviani e dal Torricelli.
Nonostante la grave infermità Galileo continuò a lavorare fin quasi
alla vigilia della morte assistito da un padre scolopio che gli faceva da
amanuense, dal giovane discepolo Vincenzio Viviani e, negli ultimi giorni, anche
dal figlio Vincenzio e da Evangelista Torricelli i quali assistettero alla sua
morte che avvenne “mercoledì 8 gennaio
Quattro giorni dopo il decesso, il Nunzio di Firenze ne dava notizia al
cardinale Francesco Barberini, informandolo anche della proposta del Granduca di
volergli fare nella chiesa di Santa Croce un “deposito sontuoso, in paragone e
dirimpetto a quello di Michelangelo Buonarroti”. Il cardinale Barberini per
conto dello zio papa si affrettava a rispondere che non era il caso di
“fabbricare mausolei al cadavero di colui che con una dottrina tanto falsa e
tanto erronea aveva dato uno scandalo tanto universale al Cristianesimo”.
Il consiglio del cardinale venne accolto dal Granduca e il corpo di
Galileo chiuso in una normale cassa restò per il momento in una stanza dietro
la sacrestia in Santa Croce. Quel momento durò quasi cento anni e infatti solo
nel 1734 il S. Uffizio dette il permesso per l’erezione del mausoleo a
condizione però che si comunicasse all’autorità ecclesiastica l’iscrizione
che vi si voleva apporre.
A Galileo veniva contestato il fatto che non era riuscito a provare in
maniera irrefutabile il duplice movimento della Terra per quanto il fisico
toscano fosse convinto di averne trovato la prova nelle maree oceaniche, di cui
solo Newton doveva dimostrare la vera origine. Le prove fisico-matematiche sia
del movimento della Terra intorno al Sole, sia su sé stessa giungeranno molto
più tardi. La prima venne fornita dall’astronomo inglese James Bradley, nel
1734, attraverso il fenomeno dell’aberrazione della luce di una stella. La
seconda con l’osservazione di un fenomeno, già previsto da Galilei ed
enunciato di Newton, da parte dell’abate bolognese Giovanni Battista
Guglielmini nel 1791. Quest’ultimo esperimento consisteva nella misura dello
spostamento, rispetto alla verticale, di un grave lasciato cadere dall’alto
della Torre degli Asinelli in Bologna.
Ma le prove scientifiche e inconfutabili della validità del modello
copernicano non furono sufficienti a riabilitare Galileo da parte del Vaticano.
Nonostante le buone intenzioni espresse a parole, la riabilitazione venne
esclusa dal papa in persona nel 1992 quando fu creata |
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