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IL
PERICOLO DEL NUCLEARE
Già la semplice parola “nucleare“ fa paura perché evoca tragedie
immani come le bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki alla fine
dell’ultima guerra mondiale o l’incidente di Chernobyl. Pochissimi
collegano invece quel termine al suo significato originale ovvero a quella
particella piccolissima e densa che sta al centro dell’atomo e che fu
individuata, con un esperimento memorabile per chiarezza e semplicità, dal
fisico inglese Ernest Rutherford nel 1911.
Le bombe su Hiroshima e Nagasaki, con le migliaia di morti che provocarono
e per le dolorose conseguenze genetiche che cagionarono, hanno rappresentato una
delle manifestazioni più terribili della malvagità umana e tutti si augurano
che una simile tragedia non abbia più a ripetersi. D'altra parte anche l’uso
pacifico del nucleare come fonte energetica alternativa è ritenuta un
reale pericolo per la salute e per l’ambiente, come in modo inequivocabile ha
dimostrato l’incidente di Chernobyl.
1. BILANCIO DI UN DISASTRO
Innanzitutto bisogna chiarire che a quel disastro, che non potrebbe
nemmeno definirsi "incidente", contribuirono numerose cause, la prima
delle quali riguarda la costruzione della centrale, che era
priva di alcune indispensabili strutture di sicurezza a cominciare dalla
mancanza di una protezione di cemento armato sovrastante il reattore. La seconda
era relativa ad un difetto del reattore stesso che diventava instabile
quando la potenza era troppo bassa. Se tutto ciò è vero, è vero anche che la causa determinante del disastro deve
essere ricercata nel fattore umano, poiché i tecnici in quello sciagurato 25 aprile
1986 commisero una serie di errori e negligenze molto gravi contravvenendo a
precise norme operative come quella di disattivare i sistemi che avrebbero
dovuto bloccare il reattore in caso di pericolo. Gli esperimenti dei tecnici, che
nelle loro intenzioni avrebbero dovuto aggiungere sicurezza al reattore, finirono
per provocare l’esplosione dello stesso. Si trattò di un’esplosione simile
a quella di una grossa caldaia, ma il danno maggiore fu provocato dalla
combustione della grafite, un materiale che aveva la funzione di rallentare i
neutroni diretti contro i nuclei degli atomi di uranio.
Una volta scoperchiato e incendiato il reattore una parte del complesso
radioattivo in esso presente, finì nell’atmosfera trascinata dal fumo
denso e caldissimo che si era formato in seguito all’incendio. Molto di quel
materiale ricadde in vicinanza della centrale ma una certa quantità raggiunse
l’alta atmosfera da dove i venti lo spinsero in zone anche molto lontane dal
luogo della sciagura, finché esso raggiunse l’Europa e anche l’Italia. A più di vent’anni dalla tragedia sono stati diffusi i risultati di un rapporto di 600 pagine redatto dal Chernobyl Forum, un gruppo di ricerca che per quel lavoro si avvalse della collaborazione dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), della FAO (Food and Agriculture Organization) organismo dell’ONU incaricato di provvedere ai problemi connessi all’alimentazione e allo sviluppo dell’agricoltura, dell’IAEA (International Atomic Energy Agency) e della Banca mondiale, oltre che dei governi dei principali Paesi colpiti: Bielorussia, Russia e Ucraina. Il rapporto traccia un bilancio dei danni effettivi dell’incidente e fornisce una risposta chiara ad alcuni interrogativi quali il numero reale dei morti, il tipo di malattie indotte dalle radiazioni e infine le conseguenze socio-economiche e ambientali di quel disastro. Prima di procedere è bene chiarire che le centrali nucleari sono sicure almeno quanto quelle che producono corrente elettrica utilizzando i combustibili fossili e non possono scoppiare come si trattasse di bombe atomiche.
Il risultato più sorprendente del rapporto riguarda il numero dei morti,
un numero, come vedremo subito, nemmeno confrontabile con quello riportato da
alcuni organi di stampa i quali senza avere a disposizione alcun dato certo
parlarono di centinaia di migliaia di vittime, una cifra assurda e di gran lunga
superiore a quella che avrebbero provocato le due bombe atomiche sul Giappone.
Si trattava evidentemente di informazioni manipolate in modo grossolano tanto da
impedire qualsiasi ragionamento sereno e corretto. I documenti ufficiali parlano
invece di due morti nell’immediatezza del disastro e di 240 persone, fra
addetti alla centrale e pompieri accorsi sul posto per spegnere l’incendio, che
vennero pesantemente irradiate. Di queste ultime 30 morirono nei giorni
successivi all’intervento sul luogo dell’incidente e altre 20 negli anni
successivi.
Fra la popolazione civile i bambini furono quelli che subirono i danni più
gravi per avere respirato l’aria contaminata e consumato latte. Nell’aria e
nel latte era presente lo iodio radioattivo che, se ingerito, si accumula nella
tiroide, una ghiandola endocrina molto attiva nei giovani. Per fortuna il
periodo di dimezzamento di questo elemento radioattivo è di soli otto giorni
per cui, in un breve lasso di tempo, la sua presenza nel corpo delle persone era
quasi scomparsa. Si registrarono tuttavia circa 4.000 casi di tumore alla
tiroide che provocarono la morte di 15 bambini mentre gli altri si salvarono, anche se i
ragazzi sono sottoposti tuttora a controlli periodici perché la presenza dello
iodio nella tiroide può provocare l’insorgere del cancro anche a distanza di
decine di anni.
Non è giusto pertanto fermarsi ai morti accertati perché vi sono anche
le persone irradiate da piccole dosi che potrebbero nella loro vita contrarre il
tumore o la leucemia. Le agenzie specializzate dell’ONU hanno calcolato che il
numero totale delle persone che vivevano nelle regioni contaminate in seguito
all’incidente dovrebbe aggirarsi sui sei milioni di unità ma la maggior parte
di esse è stata esposta ad un livello di radiazioni molto basso se posto a
confronto con quello dei territori naturalmente radioattivi, come è ad esempio in Italia l’isola d’Ischia o la zona del Tarvisiano. Fra tutte queste persone
potrebbero verificarsi 9000 casi mortali di tumori nel corso della loro vita che
viene stimata in 80 anni. Ora poiché le statistiche ci dicono che attualmente
oltre il 25% della popolazione muore di cancro la percentuale dei tumori causati
dal disastro di Chernobyl è impercettibile, in quanto rappresenta solo lo 0,6
per cento dei casi accertati.
Concludendo, il bilancio finale del disastro di Chernobyl dovrebbe essere
di 32 vittime quasi immediate, altre 19 negli anni successivi, 15 bambini
vittime di tumori alla tiroide su 4000 casi complessivi, oltre a 9000 possibili
decessi nell’arco di 80 anni. Se, in ultima analisi, si confrontasse il numero dei morti accertati dell’incidente
di Chernobyl con quello del disastro del Vajont in cui
perirono in pochi minuti quasi 2000 persone vittime, è bene sottolinearlo, di
una forma di energia “pulita” ed ecologica a differenza di quella nucleare
che da molti viene giudicata “sporca” e inquinante, si vedrebbe che
quest'ultimo è quasi irrisorio.
Si è anche parlato di danni genetici ma il rapporto del Chernobyl
Forum ha potuto accertare che nella zona colpita non vi è stato alcun aumento
di alterazioni cromosomiche o malformazioni congenite. 2. L’URANIO IMPOVERITO
L’uranio 235 è quello che viene usato come combustibile nucleare e per
tale motivo il prodotto naturale viene arricchito di questo isotopo con un
processo di separazione molto complesso, che lo porta ad oltre il 2% del
totale. Ciò che rimane alla fine di questa operazione è chiamato uranio
impoverito o depleto (dall’inglese deplete che significa “impoverire, privare di”) e contiene circa
lo 0,2% dell’isotopo 235.
L’uranio impoverito presenta un’attività di circa 0,41 microcurie
per grammo, ma solo se in polvere, mentre, se è massiccio, poiché emette
esclusivamente dalla superficie, ha attività per grammo molto minore. Le
radiazioni emesse da questo metallo percorrono in aria solo pochi centimetri
prima di esaurirsi mentre sarebbero efficaci sulla persona solamente se vi fosse
contatto diretto con l’oggetto radioattivo.
L’uranio impoverito è un metallo con un peso specifico e una
resistenza molto elevate e, proprio in funzione di queste caratteristiche unite
al basso costo, trova diverse applicazioni. Esso viene ad esempio impiegato come
materiale di zavorra in campo nautico e aeronautico e in molti altri oggetti, la
cui peculiarità devono essere il peso e la resistenza come ad esempio le mazze da
golf; questo elemento trova inoltre applicazione come schermatura dalle radiazioni, anche in
campo medico. Il suo impiego principale è comunque in ambito militare dove
viene utilizzato nella produzione di munizioni anticarro e nella corazzatura dei
veicoli stessi.
L’uranio impoverito venne ampiamente utilizzato durante la guerra in
Bosnia e in Kosovo, luoghi in cui si recarono le nostre truppe alla fine del
conflitto in missione di pace. Ora accadde che alcuni militari i quali avevano
preso parte a quella spedizione, al ritorno in patria si ammalassero di tumore
contratto, a loro dire, per essere stati a contatto con munizioni di uranio
impoverito. Quando vi fu il primo decesso conseguente alla malattia la polemica
si inasprì e i media dettero molto
risalto al caso parlando di “Sindrome dei Balcani”.
Come abbiamo visto, la radioattività dell’uranio impoverito è
bassissima e comunque non superiore a quella naturale che ognuno di noi assorbe
dall’ambiente in cui vive, ragione per cui la pericolosità maggiore dell’uranio potrebbe
derivare dalla massa notevole del suo atomo. Si sa che questo metallo si
degrada nel tempo e quindi potrebbe contaminare il suolo e l’acqua con rischi
per la popolazione civile che vive nelle aree in cui sono caduti i proiettili
durante la guerra nei Balcani: alcuni atomi di uranio potrebbero quindi essersi
insinuati nel corpo delle persone o attraverso il cibo e l’acqua o per semplice
inalazione o, caso ancora più evidente, attraverso schegge di proiettili
rimaste nel corpo dei militari o dei civili.
È noto che gli atomi dei metalli pesanti come piombo e mercurio si
legano agli enzimi disattivandoli e recando di conseguenza gravi danni al
metabolismo del soggetto. La tossicità chimica dell’uranio, che tuttavia non
è delle più alte fra quelle dei metalli pesanti, è comunque considerata
prevalente sulla radiotossicità.
Non è da escludere che i casi di tumore denunciati dai soldati di
ritorno dai Balcani possano essere stati contratti per altra via che non sia il
contatto con l’uranio impoverito. Al riguardo sono stati fatti degli studi di
mortalità su veterani e sulla popolazione civile al fine di confrontarli con
quelli dei militari che avevano soggiornato di recente nelle zone di guerra.
Gli americani hanno messo a confronto centinaia di migliaia di veterani
della Guerra del Golfo con altrettante migliaia di militari reduci da altre
guerre senza riscontrare nei due casi differenze sostanziali di mortalità per
malattie. Gli inglesi hanno messo a confronto migliaia di veterani reduci dalla
Guerra del Golfo con un pari numero di persone della popolazione civile senza
riscontrare, anche in questo caso, alcuna differenza di mortalità.
Gli stessi dati tranquillizzanti sono stati forniti da un vecchio medico
che, avendo lavorato in Bosnia per oltre quarant’anni nell’unico ospedale in
cui si curava la leucemia, ricordava che prima della guerra si
registravano fra i 18 e i 24 casi all’anno. Dopo la guerra, i casi di leucemia
furono 16-18 all’anno. Il dato riferito dal vecchio medico sembra
contraddittorio ma bisogna notare che nel tempo è cambiata la popolazione
residente ed è cambiata anche l’area geografica che fa riferimento a
quell’ospedale, tuttavia la testimonianza del medico bosniaco sembra
confermare che durante e dopo la guerra non vi è stato un aumento del numero
dei malati di leucemia.
Gli studi e le ricerche scientifiche mettono in evidenza che per
l’uranio, come per altri inquinanti, occorre evitare allarmismi inutili. Circa
gli effetti ambientali personalmente non penso che l’uranio sia il peggio: per
me il male peggiore rimangono di gran lunga il fumo e l’abuso di bevande alcoliche. 3. CONCLUSIONI
Bisogna inoltre tener conto dei rischi che si corrono nella estrazione
dei combustibili fossili rispetto all’estrazione dei minerali di uranio.
Lavorare in una miniera di uranio, fonte di energia nucleare, è dieci volte
meno pericoloso che lavorare in una miniera di carbone, poiché quest'ultimo è in
assoluto la fonte di energia che provoca più morti: 6-7 mila all’anno senza
contare le vittime della silicosi che colpisce tutti i minatori.
Anche il gas naturale rappresenta un pericolo. Nel 1984 si verificò in
Messico l’esplosione di diversi serbatoi di gas liquido che uccisero sul colpo
550 persone e ne ferirono 7000, sicché il suo trasporto potrebbe provocare
il peggior incidente immaginabile. Qualora una nave metanifera che trasporta gas
liquefatto a bassissima temperatura, in vicinanza della costa, per un incidente,
dovesse spezzarsi e riversare in mare anche solo parte del suo carico, si
provocherebbe una enorme nuvola fredda e densa di gas che spinta dai venti sulla
terraferma potrebbe esplodere liberando una potenza paragonabile a quella di una
bomba atomica.
Anche il petrolio ha causato ingenti danni che non sono solo quelli,
peraltro gravissimi per l’ambiente, provocati dalle petroliere che hanno
riversato in mare il loro contenuto sporcando le coste e uccidendo gli uccelli
marini che, con il corpo imbrattato di catrame, non riuscivano più ad alzarsi in
volo. Ai disastri ambientali vanno accostate anche le migliaia di morti avvenuta
per l’esplosione di
oleodotti e depositi con conseguenti incendi che hanno interessato le abitazioni
poste in vicinanza dei grossi serbatoi di carburante. Perfino l’idroelettrico,
come abbiamo visto nel caso del Vajont, può creare catastrofi imputabili a dissesti idrogeologici.
Certo, quello di Chernobyl non è stato l’unico incidente accaduto nelle centrali nucleari ma negli altri casi, fatta eccezione per uno
solo di essi, si è sempre trattato di incidenti di piccola entità simili ai
tanti che si verificano in centrali di altro tipo. Il 28 marzo del 1979 si
verificò
quello di Three Mile Island, località nei pressi di Herrisburg in Pennsylvania
(USA) il più grave mai avvenuto prima di Chernobyl e il più grave in assoluto
per i Paesi dell'occidente. Ebbene, in quella occasione non vi fu nemmeno un morto,
non scoppiò la bolla di idrogeno che si formò nel reattore, a differenza di
quanto avvenne a Chernobyl, né ci fu alcun incendio e la radioattività
rilasciata nell’ambiente fu minima. Gli ufficiali sanitari della Pennsylvania
e del vicino Stato di New York riferirono che una certa quantità di iodio
radioattivo era stata rinvenuta nel latte, ma si trattava di una quantità minima
solo leggermente superiore al limite di percezione strumentale. Tuttavia i costi
della decontaminazione vennero stimati in miliardi di dollari ma i danni
maggiori furono indiretti, in quanto dal giorno di quell’incidente ad oggi
negli Stati Uniti non sono più state costruite centrali nucleari. In realtà
quell’incidente ebbe anche aspetti positivi perché contribuì a rendere
ancora più sicure le centrali esistenti che passarono da un utilizzo di
meno del 60% ad oltre l’80%: come se fossero stati costruiti 30 nuovi
reattori.
Attualmente nel mondo i reattori in attività sono 400 e producono il 17%
dell’energia elettrica richiesta. In Europa le centrali nucleari sono 150 e
soddisfano il 36 per cento del bisogno elettrico e
Anche la disinformazione gioca un ruolo importante nel mettere in cattiva
luce l’energia nucleare. Recentemente, in seguito al terremoto che ha colpito
il Giappone danneggiando una centrale nucleare di quel Paese, si disperse
nell’ambiente una certa quantità di acqua pesante.
Il problema immediato più grave rimane quello dei rifiuti nucleari ma
anche in questo caso la soluzione è stata trovata e se si è verificata qualche
incomprensione ciò ha riguardato una cattiva informazione. In tutti i Paesi in
cui si fa uso di nucleare sono stati individuati siti adatti per la
conservazione delle scorie radioattive. Queste vengono prima “vetrificate”,
cioè fuse insieme con vetro e zucchero, quindi chiuse in robusti recipienti di
acciaio e sistemate in profondità della crosta terrestre in zone asciutte come
sono, ad esempio, le cave di sale nelle quali, se ci fossero infiltrazioni
d’acqua, il sale si scioglierebbe.
Se in Italia si ricavasse attraverso il nucleare l’elettricità
che compriamo all’estero, prodotta dalla stessa fonte, la quantità di scorie
generate in un anno potrebbero essere contenute in una ventina di cilindri di
acciaio da sistemarsi in un sito sicuro che era stato individuato dagli esperti
nella zona di Scanzano Jonico a Non tutte le scorie nucleari d'altronde sono da buttare: il cesio 137, ad esempio, è utilizzato per la radioterapia dei tumori. Altri elementi prodotti dalle reazioni di fissione servono per sterilizzare gli alimenti o per dare energia ai satelliti. Ma esistono anche alcuni prototipi di centrale nucleare nei quali l’uranio 238, che negli impianti in funzione viene considerato una scoria, è invece utilizzato per produrre energia. Si tratta dei cosiddetti reattori autofertilizzanti nei quali l’uranio 238, colpito da neutroni veloci, si trasforma in plutonio 239: un elemento che non esiste in natura e che viene usato come combustibile. I reattori autofertilizzanti così chiamati in quanto producono più combustibile di quanto ne consumino non si sono ancora affermati perché, ai costi attuali dell’uranio, sono più convenienti i reattori tradizionali; peraltro si deve pur citare l'esistenza del Superphoenix un progetto francese alla realizzazione del quale ha partecipato anche l’Italia.
Ci sono anche problemi di sicurezza in quanto il plutonio può essere
impiegato, più facilmente dell’uranio, per costruire armi atomiche. L’uranio
infatti per costruire bombe atomiche deve essere arricchito dell’isotopo 235
all’85% e non al solo 2 o 3 per cento. L’Iran è in grado di fare queste
operazioni ed è proprio per questo motivo che la comunità internazionale non
si fida delle dichiarazioni tranquillizzanti di quel governo. |
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