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L’ENERGIA NUCLEARE Nel
1896 il fisico francese Antoine Henri Becquerel (1852-1908) scoprì casualmente
che un sale dell’uranio emetteva radiazioni assai penetranti capaci di
impressionare una lastra fotografica avvolta in carta nera. Lo studio
approfondito del fenomeno, a cui fu dato il nome di “radioattività” dalla
scienziata polacca Marie Sklodowska Curie (1867-1934), fece pensare che
l’atomo non fosse un oggetto semplice e indivisibile come l’avevano
immaginato Democrito e Dalton, ma qualche cosa di più complesso. In realtà, già
diciassette anni prima della scoperta della radioattività lo studio delle
scariche elettriche attraverso i gas rarefatti aveva portato alla individuazione
dei cosiddetti raggi catodici di cui il fisico britannico Joseph John Thomson
(1856-1940) riconobbe la natura corpuscolare. I raggi catodici si rivelarono
infatti flussi di particelle di piccole dimensioni con carica elettrica negativa
che furono chiamate elettroni su suggerimento del fisico irlandese George Johnstone
Stoney (1826-1911): questi, in verità, aveva proposto quel nome non per
designare delle particelle ma per indicare cariche elementari il cui flusso
lungo un filo metallico produceva la corrente elettrica. Quando
venne scoperta la radioattività si comprese che all’interno dell’atomo
oltre agli elettroni vi dovessero essere altre particelle. Il fenomeno fu
analizzato da molti fisici e chimici ma i risultati maggiori li ottennero Marie
e il marito di lei Pierre Curie (1859-1906) in Francia e il neozelandese Ernest
Rutherford (1871-1937) in Inghilterra. Quest’ultimo sottoponendo le radiazioni
che uscivano dai composti dell’uranio ad un campo elettrico ne aveva
identificata una poco penetrante a cui dette il nome di raggi
alfa, e una seconda ben più intensa che chiamò raggi
beta. Nello stesso periodo veniva scoperta una terza forma di emissione
radioattiva che fu chiamata raggi gamma,
simile ai raggi X, ma molto più penetrante di essi. L’emissione
di queste radiazioni risultava del tutto indipendente dalle condizioni esterne
dato che non era possibile alterare l’emissione radioattiva della
sostanza agendo sulla temperatura, sulla pressione o su qualsiasi altro fattore
chimico o fisico. Lo studio approfondito del fenomeno portò alla scoperta che i
raggi alfa erano particelle con doppia carica positiva e massa circa 7350 volte
maggiore di quella degli elettroni, le quali uscivano dalla materia procedendo
ad una velocità che era circa un decimo di quella della luce. I raggi beta
erano invece elettroni che si sprigionavano dalla materia viaggiando ad una
velocità che era di solo un decimo inferiore a quella della luce. Poi, come
abbiamo visto, vi erano anche i raggi gamma che, al pari della luce, non erano
nulla di materiale, ma energia pura di natura elettromagnetica, ovvero fotoni
molto energetici ma privi di massa e di carica elettrica.
La
radioattività venne scoperta quando non si sapeva ancora nulla della struttura
interna dell’atomo e quindi non si riusciva a capire come si generasse
l’energia necessaria per lanciare a grande velocità particelle che
risiedevano all’interno degli atomi, oltre a quella contenuta nei raggi gamma.
Lo studio del fenomeno convinse Rutherford che gli atomi racchiudessero in sé
grandi quantità di energia che solo in minima parte emergeva spontaneamente
attraverso i fenomeni radioattivi. Questa ipotesi fu sufficiente allo scrittore
britannico Herbert George Wells per parlare nei suoi romanzi fantascientifici di
“bombe atomiche” già quarant’anni prima che venissero prodotte realmente. Un
ulteriore passo in avanti nello studio del fenomeno fu fatto dai Curie con la
scoperta di due nuovi elementi molto più attivi dell’uranio: prima il
polonio, così chiamato in onore della Polonia, patria di Marie, e poi il radio,
che prende il nome dalla radioattività. Frattanto Einstein, nel 1905, aveva
chiarito il mistero dell’energia creata dal nulla dimostrando, attraverso la
famosissima equazione E=m·c², che la massa è una forma concentrata di
energia. La formula mette in evidenza che è sufficiente una piccolissima
quantità di materia per ottenere un’enorme quantità di energia (E) perchè
la velocità della luce (c) elevata al quadrato, che moltiplica la massa (m), è
un numero grandissimo. 1. Frattanto
Rutherford aveva individuato, all’interno dell’atomo, un’altra particella
positiva a cui fu dato il nome di protone,
una parola che in greco significa “primo” perché si riteneva trattarsi
della particella fondamentale della materia. In verità questa particella era
stata già osservata in precedenza senza però che si capisse esattamente di
cosa si trattava. Continuando gli esperimenti con i tubi catodici, ovvero recipienti di vetro con saldati all’interno due elettrodi metallici
collegati ad un generatore di corrente continua ad alto potenziale (detti catodo, quello negativo ed anodo
quello positivo), si era notata non solo la radiazione che usciva
dall’elettrodo negativo, ossia gli elettroni, ma anche una seconda che
procedeva in senso contrario. Perforando il catodo si era infatti osservata una
radiazione che fu chiamata “raggi canale” e si capì subito che doveva
trattarsi di particelle con carica positiva la cui grandezza dipendeva dal gas
residuo presente nel tubo di vetro entro il quale era stato praticato il vuoto
molto spinto. Quando il tubo conteneva residui di idrogeno si osservava la più
piccola particella con carica positiva. Protone
ed elettrone erano corpuscoli con carica elettrica uguale - sebbene di segno
opposto - ma con masse molto diverse, essendo quella del protone 1836 volte
maggiore di quella dell’elettrone. A questo punto delle conoscenze fu
spontaneo pensare che l’atomo, essendo un corpo neutro, fosse fatto di protoni
ed elettroni in numero uguale in modo da bilanciare esattamente le cariche
elettriche. Rimaneva ancora da scoprire quale fosse la sede dei protoni perché,
mentre era relativamente facile estrarre dall’atomo gli elettroni, non si
riusciva a staccare da esso con altrettanta facilità i corpuscoli positivi. A
risolvere il problema fu lo stesso Rutherford il quale, in seguito ad un
raffinato lavoro sperimentale eseguito negli anni compresi fra il 1906 e il 1908,
individuò un nucleo pesante nel centro dell’atomo. La scoperta venne fatta
ponendo un sottilissimo foglio di oro in corrispondenza del fascio di particelle
alfa che uscivano da una sostanza radioattiva sistemata all’interno di un
blocco di piombo; in questo era stato praticato un foro dal quale uscivano tutte e tre le radiazioni
che poi venivano opportunamente separate in modo che solo le alfa andassero a colpire il
bersaglio. Poiché queste particelle passavano indisturbate
attraverso la lamina di oro Rutherford dedusse che l’atomo doveva essere un
edificio vuoto limitato da entità inconsistenti le quali non disturbavano il
procedere delle pesanti particelle alfa. Egli
tuttavia notò che alcuni proiettili alfa attraversando la lamina di oro
venivano deviati dalla loro traiettoria rettilinea e in rari casi tornavano
addirittura indietro come se rimbalzassero su qualche cosa di solido. Il fisico
neozelandese pensò allora che all’interno dell’atomo vi fosse un nucleo
compatto che occupava una parte molto piccola di esso (mediamente un
centomillesimo della grandezza complessiva dell’atomo). Per questa ricerca
Rutherford ricevette nel 1908 il premio Nobel per la chimica, di cui ovviamente
andò orgoglioso, ma che tuttavia gli lasciò un po’ di amaro in bocca perché
egli si considerava un fisico e non un chimico come l’assegnazione del premio
lasciava intendere. A questo punto era logico supporre che il piccolo nucleo
centrale fosse composto di protoni con carica positiva, il quale a sua volta era
contornato da una nube di elettroni. Appena
risolto il problema relativo alla struttura intima dell’atomo se ne affacciò
subito un altro. Si era infatti osservato che la massa di un atomo era tutta
concentrata nel suo nucleo come pure in esso era sistemata la carica positiva,
ma non vi era accordo fra il numero delle cariche positive e il numero dei
protoni. L’elio ad esempio aveva una massa corrispondente a quella di quattro
protoni ma due sole cariche positive e quindi l’atomo, spoglio dei due
elettroni periferici, si riduceva al semplice nucleo il quale, detto per inciso,
coincideva con la particella alfa che usciva dalle sostanze radioattive. Massa
quattro voleva dire quattro protoni ma poiché le cariche elettriche erano solo
due dovevano essere presenti nel nucleo anche due elettroni, capaci di annullare
due cariche positive senza alterare in modo apprezzabile la massa complessiva. L’idea
che nel nucleo atomico vi potessero stare elettroni e protoni non resse alla
critica più attenta. Fra le altre cose l’ipotesi andava contro una legge
fondamentale di natura detta “conservazione del momento angolare” che ora
esporremo in termini semplici. Iniziamo
allora col dire che tutti i corpi in rotazione sono caratterizzati da una
grandezza fisica detta spin, da un
termine inglese che significa “ruotare”. Anche gli elettroni e i protoni
posseggono un loro spin che viene misurato in unità scelte in modo tale che gli
stessi possano avere spin uguale a + ½ o a – ½ a seconda che la rotazione
avvenga in un senso o nel senso opposto. Il nucleo ha anch’esso un suo spin il
cui valore è rappresentato dalla somma dello spin delle particelle che lo
costituiscono. Pertanto, se nel nucleo è presente un numero pari di elettroni,
di protoni o di entrambi lo spin totale sarà uguale a zero o a un numero
intero: per esempio + 1, – 1, +2, – 2, e così via. Se invece nel nucleo
sono contenuti protoni ed elettroni in numero totale dispari, lo spin
complessivo sarà un numero semintero: per esempio più o meno un mezzo, oppure
più o meno uno e mezzo o ancora più o meno due e mezzo e così via. Non è
difficile verificare i valori riportati sopra sommando prima un numero pari e
poi un numero dispari di particelle nucleari. Da quanto detto risulta chiaro che
lo spin di un oggetto in rotazione si deve conservare, nel senso che non può
essere creato dal nulla né sparire nel nulla: esso può solo trasferirsi da un
corpo ad un altro. Per
fare un esempio concreto consideriamo il nucleo dell’azoto che ha carica
positiva +7 e massa 14. Secondo la teoria protone/elettrone il nucleo avrebbe
dovuto contenere 14 protoni con carica positiva di cui 7 con la carica annullata
da quella negativa di 7 elettroni. Di conseguenza, il numero totale delle
particelle subatomiche presenti nel nucleo dell’atomo di azoto avrebbe dovuto
essere 21 e lo spin un numero semintero. Ma non è così: lo spin del nucleo
dell’atomo di azoto è un numero intero. Le
stesse discrepanze furono riscontrate anche in altri nuclei cosicché la teoria
protone/elettrone apparve decisamente inadeguata: era pertanto necessario proporne una
sostitutiva. 2. Nel
1932 i coniugi francesi Frédéric e Irène Juliot-Curie (la moglie era la
figlia di Pierre e Marie Curie) rifecero un esperimento che era già stato
tentato due anni prima da due fisici tedeschi senza risultati apprezzabili. Essi
osservarono che quando atomi di berillio venivano colpiti da particelle alfa producevano una radiazione misteriosa elettricamente neutra che a sua
volta provocava l’emissione di protoni dalla paraffina, una sostanza ricca di
idrogeno. Venne ipotizzato che la radiazione che usciva dal berillio fosse
costituita da raggi gamma, che sono per l’appunto radiazioni neutre. Colui
che capì cosa era effettivamente successo durante l’esperimento fu Ettore
Majorana, lo sfortunato e irrequieto "ragazzo di via Panisperna" sparito nel nulla
nel fior fiore della sua brillante carriera scientifica. Egli commentò il
fallimento dei due scienziati francesi con un’affermazione che rimase famosa:
“Che cretini, si sono visti passare sotto il naso il protone neutro e non se
ne sono accorti!”. Il
fisico inglese James Chadwick (1891-1974) riuscì infatti a formulare una
corretta interpretazione all’esperimento degli scienziati tedeschi e francesi. Egli
ripeté la prova al Cavendish Laboratory dell’Università di Cambridge dove
lavorava Rutherford (che fu suo insegnante) e, usando sempre polonio e berillio
come sorgente, investì non solo atomi di idrogeno ma anche di elio e azoto. La
scelta di atomi di varia natura come bersaglio delle radiazioni consentì al
fisico inglese di osservare che la radiazione conteneva una componente neutra di
massa circa uguale a quella del protone. L’interpretazione dell’esperimento
si dimostrò corretta e alle particelle neutre che uscivano dal berillio fu dato
il nome di neutroni. I Juliot avevano perso un’occasione importante che creò
in loro un forte sconforto perché erano andati molto vicini a cogliere nel
segno, ma d’altra parte bisogna anche osservare che in generale si vede solo
quello che ci si aspetta di vedere; Chadwick era mentalmente preparato
all’idea del neutrone, la stessa che da tempo assillava il suo maestro, ed ora collega, Rutherford. Con
questa scoperta l’atomo assunse finalmente l’aspetto definitivo, ovvero di
un nucleo pieno di protoni e neutroni attorniato da uno sciame di elettroni
ruotanti intorno ad esso. Il numero dei protoni e quindi degli elettroni di un elemento prende il
nome di numero atomico mentre
l’insieme dei protoni e dei neutroni viene detto numero
di massa. L’identificazione dei neutroni spiegò anche la presenza degli
isotopi ossia l’esistenza di atomi identici dal punto di vista chimico ma
diversi per massa. Per
capire di cosa si tratta facciamo alcuni esempi. L’atomo di idrogeno, il più
semplice che esista, è costituito da un protone sistemato nel nucleo attorno al
quale ruota un unico elettrone: il numero atomico è 1 e il numero di massa è
pure 1. L’idrogeno ha però due isotopi il cui nucleo, oltre al protone,
contiene rispettivamente uno o due neutroni: il loro numero atomico rimane 1, ma
il numero di massa è due nel primo caso e tre nel secondo. Questi due isotopi
si chiamano infatti deuterio (termine che deriva dal greco deuteros che significa secondo) e trizio (dal greco tritos
che significa terzo). Ecco
un altro esempio. Il più complesso elemento che esiste in natura è l’uranio:
l’atomo è formato da un nucleo che contiene 92 protoni e 146 neutroni,
attorno al quale girano 92 elettroni. Perciò il numero atomico dell’uranio è
92 mentre il numero di massa è 238. Di questo elemento esiste un isotopo con
tre neutroni in meno il cui numero di massa è dunque 235. Questo isotopo,
presente in natura in percentuale minima rispetto all’uranio 3. LO STUDIO DELLE
TRASFORMAZIONI NUCLEARI Proseguendo
le ricerche in quel campo si scoprì che le particelle alfa con carica positiva
non riuscivano a colpire i nuclei degli atomi più pesanti proprio perché
venivano respinte dai numerosi protoni nucleari anch’essi carichi
positivamente mentre, bombardandoli con i neutroni, i ragazzi di via Panisperna
riuscirono ad ottenere una quarantina di nuovi elementi radioattivi. Grazie
ad una intuizione geniale che poteva scaturire solo da una mente eccezionale
quale era quella di Fermi, si comprese che i neutroni si dimostravano ancora più
efficaci come proiettili nucleari se venivano rallentati facendoli passare
attraverso l’acqua o la paraffina in quanto gli atomi di idrogeno presenti in
quelle sostanze assorbivano un po’ della loro energia rallentandone la corsa.
Non è difficile capire il motivo per il quale il neutrone lento si inserisce più
facilmente nel nucleo se lo si paragona alla pallina del golf che finisce più
facilmente in buca se arriva in prossimità del bersaglio lentamente invece che
velocemente. Nel
1934 Fermi aveva bombardato l’uranio con neutroni lenti ottenendo un miscuglio
di atomi fra i quali pensava di avere individuato l’elemento numero 93.
Mussolini che a quel tempo teneva in grande considerazione il fisico romano
tanto da averlo nominato Accademico d’Italia, sperava che potesse essere
chiamato “littorio” il primo elemento transuranico che dovesse venir
scoperto dai ragazzi di via Panisperna, ma il fisico e uomo politico Orso Mario
Corbino, direttore dell’Istituto di fisica in cui lavorava il gruppo di Fermi,
dimostrando spiccato senso dell’umorismo, fece notare a coloro che facevano
pressione per battezzare un nuovo elemento con un nome che desse prestigio e
gloria al Regime fascista, che la vita media della sostanza radioattiva era
molto breve: sarebbe stato di cattivo auspicio qualora la si associasse ad un regime che
avrebbe dovuto invece durare a lungo! In
realtà i risultati degli esperimenti non erano per nulla chiari ed essendo
stati anche male interpretati facevano ritenere di aver prodotto elementi che
nella tabella periodica di Mendeleev trovavano sistemazione al di là
dell’uranio. In realtà, come si vedrà in seguito, i fisici italiani con i
loro esperimenti avevano raggiunto un risultato ben più importante della
produzione di elementi transuranici. Tuttavia
a Fermi, per il suo lavoro sperimentale con i neutroni lenti, fu assegnato il
premio Nobel che nel 1938 andò a ritirare a Stoccolma con tutta la famiglia.
Qui incidentalmente parlò di due nuovi elementi transuranici che sarebbero
stati individuati in seguito ai suoi esperimenti a cui aveva dato i nomi
provvisori di esperio e ausonio. Quindi, preoccupato per la sorte che avrebbe potuto toccare
a sua moglie di religione ebraica in conseguenza delle leggi razziali che da
poco erano state promulgate anche in Italia, salì sulla nave con la consorte ed
i figli
e si trasferì direttamente dalla Svezia in America, dove l’aspettava una
cattedra di fisica presso la Columbia
University
di New York. Le
stesse ricerche che impegnavano Fermi e i suoi collaboratori si svolgevano anche
a Berlino dove i fisici Otto Hahn (1879-1968) e Lise Meitner (1878-1968)
tentavano di capire se il bombardamento dell’atomo di uranio con i neutroni
potesse portare alla formazione di qualche elemento più pesante dell’ultimo
esistente in natura. Mentre ferveva il lavoro sperimentale l’Austria veniva
occupata dalla Germania di Hitler e Il
fisico tedesco aveva calcolato che il bombardamento neutronico dell’uranio
avrebbe prodotto la fuoriuscita di due particelle alfa con formazione di radio
che è un elemento radioattivo di numero atomico 88. Il radio tuttavia per
quante ricerche fossero state effettuate non fu mai trovato fra i prodotti della
reazione. Furono invece individuati gli isotopi radioattivi del bario di cui non
si riusciva a dare giustificazione. Questo elemento pesa circa la metà dell’uranio e
quindi avrebbe potuto formarsi o per la fuoriuscita di molte particelle alfa dal
nucleo dell’uranio o per la rottura di quel nucleo in due parti. Nell’uno
come nell’altro caso si trattava di ipotesi talmente improbabili che i due
scienziati non osarono renderle pubbliche. Hahn
decise invece di trasmettere i dati dei suoi esperimenti alla Meitner a
Stoccolma dove la scienziata in quel momento si trovava in compagnia del nipote
Otto Robert Frisch (1904-1979) che era andato a trovarla per passare con lei le
vacanze di Natale. Frisch era un fisico di religione ebraica costretto
anch’egli a rifugiarsi all’estero per sfuggire alle leggi antisemitiche di
Hitler. Zia e nipote analizzarono matematicamente i risultati sperimentali
ottenuti nel laboratorio di Berlino e confermarono l’ipotesi che il nucleo
dell’uranio colpito dai neutroni si doveva essere spezzato a metà. Quando
Frisch ritornò a Copenhagen, dove risiedeva, informò Bohr, con il quale stava
collaborando, del contenuto della lettera inviata dalla zia alla rivista
inglese. Dopo pochi giorni Bohr si recò in America per partecipare ad un
congresso di fisica e lì incontrò vari scienziati fra cui Fermi con il quale
parlò della nuova scoperta, la stessa che si sarebbe potuta fare a Roma qualora
fossero stati bene interpretati i lavori eseguiti dal gruppo di fisici che
lavoravano nell’Istituto di via Panisperna. 4. Egli
temeva che Hitler potesse venire a conoscenza della possibilità di produrre in
patria una bomba di grande potenza utilizzando la fissione nucleare
dell’uranio e quindi, nel 1941, quando gli Stati Uniti non erano ancora
entrati in guerra, insieme con i connazionali Eugene Paul Wigner ed Edward
Teller si recò da Einstein per cercare di convincerlo a scrivere una lettera al
presidente Franklin Delano Roosevelt al fine di informarlo della opportunità di
produrre una bomba molto potente prima che lo facesse l’odiato nemico, ma
soprattutto per esporgli la necessità di investire molto denaro per finanziare la ricerca
in quella direzione. Roosevelt si lasciò persuadere dalle parole del più
autorevole scienziato esistente a quel tempo e di lì a poco prese l’avvio
quello che verrà chiamato “Progetto Manhattan”. Frattanto
Fermi, approfittando di una parte del denaro stanziato a favore del progetto per
la realizzazione della bomba atomica aveva deciso, insieme con un gruppo di
colleghi, di tentare di produrre energia dalle reazioni nucleari messe sotto
controllo; con questo esperimento in realtà egli si accingeva a lanciare una
sfida alle conclusioni a cui era giunto Bohr, convinto che solo l’uranio
di massa 235 potesse subire la fissione per azione dei neutroni lenti. Fermi era invece
persuaso che sarebbe stato possibile innescare
una reazione a catena anche senza disporre dell’uranio arricchito
dell’isotopo più leggero purché si fosse usata una quantità di uranio
naturale abbastanza grande. Sotto
le gradinate dello stadio che si trovava nel campus dell’Università di
Chicago furono quindi ammassate sei tonnellate di uranio, oltre a grandi quantità
di ossido dello stesso metallo e grafite purissima. Quando Fermi decise che il
materiale raccolto era sufficiente, vennero sovrapposti strati alterni di uranio
e grafite attraversati da fori in cui furono inseriti alcuni pali di legno
avvolti in sottili fogli di cadmio che avrebbero avuto lo scopo di assorbire i
neutroni eccedenti al fine di controllare la reazione. La grafite aveva invece
lo scopo di rallentare i neutroni. La
mattina del 2 dicembre 1942 la pila era stata completata e Fermi in persona
dette l’ordine di estrarre lentamente le barre di cadmio al fine di avviare la
reazione nucleare all’interno della prima di quelle macchine che in seguito
verranno chiamate “reattori nucleari”. Ad assistere all’evento vi era una
quarantina di persone, in prevalenza scienziati. L’annuncio
del successo della prima reazione nucleare controllata venne fatto dal fisico
Arthur Holly Compton (1892-1962) all’ufficio di Roosevelt con la seguente
frase in codice: “Il navigatore italiano è arrivato nel nuovo mondo”. Noi
aggiungiamo che nel 1492 un altro navigatore italiano, Cristoforo Colombo,
scopriva quel continente nel quale Fermi, nel 1942 (si noti l’inversione delle
due cifre centrali), apriva una nuova era nella storia dell’umanità. Negli
stessi anni veniva identificato il primo elemento transuranico a cui fu dato il
nome di nettunio. Si era osservato che se l’uranio-238 veniva esposto ai
neutroni lenti questi erano assorbiti dal nucleo che si trasformava in quello
dell’uranio-239, un elemento radioattivo che nel volgere di pochi minuti
subiva decadimento beta e si trasformava nell’elemento transuranico nettunio- Dopo
notevoli sforzi alla fine vennero costruite due bombe atomiche (sarebbe più
corretto chiamarle “bombe nucleari”): una prima a fissione dell’uranio
arricchito chiamata Little Boy (il ragazzino) che fu sganciata il 6 agosto del
1945 su Hiroshima ed una seconda al plutonio, due volte più potente, chiamata
Fat Man (il grassone) sganciata tre giorni dopo su Nagasaki. I due ordigni
rasero al suolo le due città giapponesi provocando complessivamente 120.000
morti oltre a 110.000 feriti, gran parte dei quali morirono entro poche settimane
a causa delle radiazioni assorbite e delle ustioni che avevano martoriato il
loro corpo. 5. Facciamo
un esempio di fusione nucleare prendendo in considerazione un nucleo del
deuterio (un protone più un neutrone) che si fonde con un altro nucleo di
deuterio per formare il nucleo di elio-4 (2 protoni più 2 neutroni). Il
prodotto della reazione pesa un po’ di meno della somma dei pesi degli
elementi di partenza e la differenza di massa anche in questo caso si è
trasformata in energia, la quale, a parità di peso del materiale utilizzato, è
più di dieci volte superiore a quella che si ottiene dalla fissione nucleare. Una
reazione del genere avviene nel Sole e nelle altre stelle, ma sarebbe
estremamente interessante riuscire ad ottenere energia dalla fusione nucleare
anche sulla Terra. In realtà per vincere la repulsione reciproca e quindi
provocare lo scontro fra nuclei atomici carichi di elettricità dello stesso
segno che garantisce la fusione è necessario l’impiego di enormi quantità
di energia di attivazione. Le notevoli temperature presenti al centro delle
stelle alle quali si devono aggiungere pressioni molto intense che liberano gli
atomi dagli elettroni periferici, garantiscono un numero enorme di urti fra
nuclei di idrogeno. Un
metodo per ottenere temperature dell’ordine di milioni di gradi anche su
questa Terra è quello di far detonare un ordigno atomico di fissione. Nella
breve frazione di secondo durante la quale avviene l’esplosione la temperatura
è tanto alta e la pressione così intensa da innescare le reazioni fra i nuclei
di idrogeno e queste, a loro volta, liberano altra energia in modo che tutto il
materiale possa reagire. Con questo sistema i fisici sono riusciti infatti a
costruire un nuovo tipo di bomba (di cui in verità non si sentiva la mancanza)
inserendo in una bomba a fissione una certa quantità di idrogeno che, in seguito
all’esplosione, veniva portato a temperature e pressioni tali da dare l’avvio
ad un processo di fusione. Fu così realizzata la prima bomba nucleare a
fusione, meglio nota come bomba all’idrogeno o bomba H: essa è chiamata anche
bomba termonucleare in quanto viene attivata dal calore elevatissimo generato
dalla bomba a fissione. Sebbene
si siano ottenuti processi incontrollati di reazioni termonucleari sotto forma
di bombe H, non si è ancora riusciti a costruire un dispositivo in cui la
liberazione controllata di energia di fusione possa essere mantenuta per un
tempo maggiore di una piccola frazione di secondo. Sono ormai più di cinquanta
anni che i fisici di tutto il mondo si prodigano per attuare la fusione
controllata e il giorno in cui si riuscirà finalmente a produrre energia
attraverso la fusione nucleare l’umanità potrà disporre di una quantità
praticamente illimitata di energia; per crearla infatti serviranno piccole
quantità di deuterio, l’isotopo di massa due dell’idrogeno, meno abbondate di
quello di massa uno, ma comunque disponibile in quantità notevole nell’acqua
degli oceani. La
difficoltà principale nell’ottenere la fusione deriva dalla forte repulsione
elettrostatica fra protoni che si sviluppa quando questi si avvicinano. Per
questo motivo, nelle reazioni di fusione nucleare sono utilizzati gli isotopi più
pesanti dell’idrogeno (deuterio e trizio) i cui nuclei si fondono più
facilmente, perché l’attrazione derivante dalla presenza in essi di neutroni
aiuta a vincere la repulsione fra protoni nella fase di avvicinamento. 6. FISSIONE E
FUSIONE NUCLEARE: ASPETTI TECNICI La
conoscenza degli esatti valori di protone e neutrone e dei diversi nuclei degli
atomi ha permesso di verificare che la reale massa di un nucleo atomico è
sempre un po’ più piccola della somma delle masse a riposo dei suoi
costituenti, cioè di protoni e neutroni (detti anche, con termine comprensivo,
“nucleoni”). La differenza dei pesi si chiama “difetto di massa”. Escluso
il nucleo dell’atomo di idrogeno-1 che è formato da un unico protone, tutti
gli altri contengono un numero più o meno elevato di protoni e neutroni. Dato
che la forza elettrica repulsiva fra particelle cariche positivamente
dovrebbe allontanare i protoni sistemati nel nucleo degli atomi più pesanti
dell’idrogeno, ci si chiedeva quale fosse il motivo per il quale questi nuclei
non si disgregavano. La risposta a questa domanda fu trovata nel 1935 dal fisico
giapponese Hideki Yukawa (1907-1981) il quale, per il suo lavoro, si ispirò ad
uno analogo condotto da Fermi. Due anni prima della teoria di Yukawa il fisico
italiano aveva infatti individuato matematicamente la forza che governava
l’emissione di elettroni e neutrini da parte dei neutroni. Questa forza
all’inizio fu chiamata "interazione di Fermi" e poi assunse il nome di interazione
debole (il termine interazione in tempi recenti ha sostituito quello di
forza, in quanto, nella fisica moderna, tutte le forze vengono spiegate con
scambi di particelle, cioè per l’appunto con interazioni). In
realtà l’interazione debole non tiene insieme nulla: essa semplicemente
permette la conversione di certe particelle in altre particelle. La teoria
spiega la provenienza dell’elettrone emesso nel decadimento beta come quella
di una particella che non preesiste nel nucleo ma viene creata, insieme con il
neutrino, nel momento stesso in cui il neutrone si trasforma in protone. Questo
elettrone può essere paragonato al fotone, il quale a sua volta non è presente
nella materia, ma viene prodotto quando un elettrone all’interno dell’atomo
è costretto a spostarsi da un livello energetico ad un altro. Yukawa
per spiegare la stabilità dei nuclei atomici ipotizzò che tra i nucleoni si
esercitasse una forza sempre attrattiva di straordinaria intensità, capace di
soverchiare non solo la repulsione elettrostatica fra protoni ma in grado anche
di confinare protoni e neutroni nel volume estremamente esiguo del nucleo.
Questa forza nucleare è chiamata interazione
forte ed è caratterizzata da un piccolissimo raggio d’azione che consente
una forza attrattiva unicamente fra un dato nucleone e i suoi immediati vicini.
Essa inoltre agisce non solo fra protone e protone ma anche fra protone e
neutrone e fra neutrone e neutrone. Il fatto che questa interazione agisca anche
fra neutroni giustificherebbe la presenza di un numero elevato di queste
particelle per garantire la stabilità dei nuclei ricchi di protoni. Facciamo
alcuni esempi. Il
nucleo dell’isotopo Applicando
l’equazione di Einstein possiamo calcolare l’energia equivalente al difetto
di massa del nucleo dell’atomo di carbonio: essa risulta di 90,8 MeV
(megaelettronvolt, cioè milione di elettronvolt dove con elettronvolt si
definisce l’energia acquistata o ceduta da un elettrone in corrispondenza di
un salto di potenziale di un volt). Dividendo questo valore per il numero di
massa del carbonio (ossia per 12) si ottiene 7,57 MeV, una quantità che è
detta “energia di legame per nucleone” e corrisponde all’energia
necessaria per separare i singoli costituenti del nucleo atomico del carbonio. Il
valore dell’energia di legame per nucleone è una caratteristica molto
importante di ciascuna specie atomica poiché da essa dipende la stabilità del
nucleo: quanto più elevata è tale energia tanto più stabile è il nucleo e non
è difficile comprenderne il motivo. Riprendiamo allora in considerazione il nucleo
del carbonio la cui energia di legame complessiva è 90,8 MeV: ciò significa
che per scindere il nucleo nei suoi 12 nucleoni componenti occorre fornire
dall’esterno una energia pari a 90,8 MeV. Questa si trasformerà in
massa per cui i 12 nucleoni separati verranno a possedere una massa
complessivamente maggiore di quella del nucleo del carbonio-12, mentre la loro
energia di legame ovviamente sarà nulla. Viceversa
se sei protoni e sei neutroni separati (quindi con energia di legame nulla) si
fondessero per costituire il nucleo del carbonio ora sarebbero le forze nucleari a
compiere un lavoro pari a 90,8 MeV; questa energia viene estratta dalla massa
dei nucleoni (che diminuisce) e irradiata all’esterno. In
sintesi possiamo quindi affermare che l’energia di legame di un nucleo
rappresenta il lavoro necessario a scindere il nucleo stesso nei suoi nucleoni
componenti. Analogamente l’energia di legame per nucleone rappresenta
l’energia che occorre fornire al nucleone contenuto in un determinato nucleo
affinché sia portato fuori da esso. È chiaro quindi che quanto maggiore è l’energia
di legame per nucleone tanto più è difficile separare un nucleone dal
nucleo e di conseguenza tanto più stabile è il nucleo stesso. Da
quanto detto appare chiaro che se una trasformazione avviene in direzione di un
aumento di stabilità, essa sarà accompagnata da una perdita di massa e quindi
da una emissione di energia, mentre una trasformazione in senso inverso sarà
accompagnata da un aumento di massa e quindi da un assorbimento di energia. L’esperienza
mostra che per la maggior parte delle specie atomiche l’energia di legame per
nucleone varia da circa 7,4 MeV a 8,8 MeV. I nuclei più stabili sono quelli
sistemati in una posizione intermedia, all’interno del sistema periodico, con il
picco nel ferro-56. L’osservazione giustificherebbe il motivo della notevole
abbondanza di questo elemento nell’Universo. I nuclei più leggeri e quelli più
pesanti del ferro hanno un’energia di legame per nucleone inferiore e quindi
una inferiore stabilità. L’interpretazione
di questo fatto è relativamente agevole: nei nuclei più leggeri (formati da
pochi protoni e pochi neutroni) ciascun nucleone non è completamente circondato
da altri, ragione per cui le forze di attrazione nucleare sono relativamente modeste. Di
contro, nei nuclei più pesanti la presenza di un gran numero di protoni fa sì
che la repulsione elettrostatica, antagonista delle forze nucleari, assuma una
incidenza notevole con conseguente diminuzione della stabilità dei nuclei
stessi: questa va ulteriormente diminuendo se nel nucleo si riesce ad infilare un
altro neutrone. Poiché sia gli elementi più pesanti del ferro, sia quelli più leggeri
tendono a raggiungere la stabilità o frammentandosi spontaneamente o
fondendosi, con formazione di nuclei più leggeri nel primo caso e più pesanti
nel secondo, ci si chiede come mai oggi non si trovino in natura solo nuclei di
massa intermedia, cioè nuclei cui compete la massima energia di legame. In altre
parole: perché non avviene che nuclei pesanti si scindano spontaneamente in
nuclei intermedi attraverso il fenomeno della fissione e che altrettanto
spontaneamente i nuclei leggeri si fondano l’uno con l’altro dando origine a
nuclei di massa intermedia e quindi, ancora una volta, più stabili? Il
motivo per il quale i nuclei leggeri e quelli pesanti non si trasformano in
nuclei di massa intermedia e a minore contenuto energetico è lo stesso per il
quale il foglio di carta non brucia spontaneamente pur essendo disposto a farlo:
anche in questo come nell’altro caso serve la cosiddetta energia di
attivazione che inneschi la reazione. |
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