|
|
|
ETTORE MAJORANA
Quest’anno ricorre il centenario della nascita di Ettore Majorana e
l’Università degli studi di Catania nei primi giorni di ottobre ha
organizzato un convegno internazionale per celebrare questo anniversario.
Majorana è un personaggio molto noto per la sua fine misteriosa ma pochi
conoscono le sue straordinarie doti di scienziato. Egli in verità ha lasciato
un numero esiguo di lavori perché si dimostrò sempre restio a mettere per
iscritto le sue brillanti intuizioni scientifiche. Secondo Fermi Majorana era un
genio eccezionale, il più grande fisico teorico di quel tempo e al riguardo
affermava che al mondo esistono molti scienziati che per tutta la vita si
impegnano con passione e competenza nel loro lavoro senza però ottenere mai
nulla di interessante, pochi altri invece che arrivano a scoperte di grande
importanza e fondamentali per lo sviluppo della scienza (e fra questi
probabilmente poneva anche sé stesso). Ma poi – concludeva – ci sono i geni
eccezionali come Galileo e Newton, e Majorana era uno di quelli. In verità
Fermi aveva dimenticato che un genio come Galileo e Newton in quel momento nel
mondo già esisteva, ed era Albert Einstein. 1. IL PERIODO DEGLI STUDI
Ettore crebbe quindi in un ambiente familiare culturalmente elevato,
formato da professionisti ben inseriti in campo universitario e della politica
(uno zio era professore di fisica all’Università di Bologna, mentre il nonno
era stato un politico esperto di economia e finanza). Egli si distinse subito
per una intelligenza superiore al normale: all’età di tre o quattro anni,
prima ancora di avere imparato a leggere e scrivere, risolveva a memoria e con
notevole rapidità moltiplicazioni di numeri di tre cifre e a sette anni
dimostrava una notevole abilità nel gioco degli scacchi per la quale ebbe anche
una menzione sul giornale locale.
Compì i primi studi in famiglia, quindi fu mandato in collegio a Roma
presso l’Istituto Massimo diretto dai Gesuiti dove completò le elementari ed
iniziò gli studi ginnasiali. Quando nel 1921 la famiglia si trasferì nella
capitale egli continuò a frequentare lo stesso Istituto, ma come esterno, fino
alla seconda superiore quindi passò al Liceo statale Torquato Tasso, dove nel
1923 conseguì la licenza con ottimi risultati soprattutto in matematica e
fisica.
Nell’autunno dello stesso anno Ettore si iscrisse alla facoltà di
Ingegneria dell’Università di Roma: frequentò con regolarità le lezioni e
superò gli esami brillantemente ottenendo votazioni molto alte. Suoi compagni
di corso erano fra gli altri il fratello Luciano ed Emilio Segrè che poi
diventerà professore di fisica all’Università di Berkeley in California e
vincerà anche il premio Nobel nel 1959 per la scoperta dell’antiprotone.
Terminato il biennio un gruppo di giovani molto promettenti, con Majorana in
testa, cominciò a frequentare
Majorana nella scuola di studi superiori continuava a superare gli esami
con sicurezza e, oltre ad impegnarsi nello studio, aiutava anche i compagni
nella soluzione dei problemi più difficili, soprattutto di matematica, cosa che
con altruismo aveva già fatto nel corso del biennio. Però, se da un lato si
dimostrava generoso e disponibile verso i compagni, era invece molto critico nei
confronti di alcuni insegnanti che insistevano su particolari insignificanti
degli argomenti che illustravano mentre trascuravano l’aspetto generale del
problema, principio fondamentale per un solido inquadramento scientifico.
Frattanto, nel giugno del 1927 Orso Mario Corbino, professore di Fisica
sperimentale e direttore dell’Istituto di Fisica di Roma, che nel 1920 era
diventato senatore e l’anno seguente Ministro della Pubblica Istruzione, con
lungimiranza si prodigò affinché venisse istituita la cattedra di Fisica
Teorica in Roma da assegnare ad Enrico Fermi, giovane scienziato di cui aveva
intuito le eccezionali qualità. Una volta istituita la cattedra, la prima in
Italia di quel tipo, Corbino si adoperò anche per indirizzare verso quella
facoltà i suoi allievi migliori; e quindi durante le lezioni ad Ingegneria
invitava gli studenti che riteneva più intelligenti ad abbandonare quella
facoltà per passare a Fisica, dove avrebbero potuto intraprendere un lavoro
teorico e sperimentale molto impegnativo ma nello stesso tempo fonte di grandi soddisfazioni:
quelli erano infatti gli anni in cui venivano formulate le teorie rivoluzionarie
della fisica. I primi a passare da Ingegneria a Fisica furono Emilio Segrè ed
Edoardo Amaldi.
Lo stesso Segrè, entusiasta dell’ambiente che si era formato intorno a
Fermi, s'impegnò a convincere Majorana affinché seguisse il suo esempio e
passasse
anch’egli a Fisica, dove avrebbe potuto soddisfare le sue aspirazioni
scientifiche ed esprimere appieno le sue capacità intellettive. Il suo
passaggio a Fisica avvenne all’inizio del 1928 dopo un colloquio con Fermi
che merita di essere ricordato.
Fu sempre Segrè ad accompagnare Majorana nello studio di Fermi in via
Panisperna dove si trovava anche Franco Rasetti, ottimo fisico sperimentale,
che Fermi pretese fosse trasferito dall’Università di Firenze a quella di
Roma affinché collaborasse con lui. Nel colloquio con Majorana Fermi espose subito le
ricerche in cui era impegnato, illustrandogli una tabella nella quale erano raccolti
i dati relativi al modello atomico a cui stava lavorando. Majorana, senza farlo
apparire, dubitò dei risultati a cui Fermi era pervenuto nello spazio di una settimana
giovandosi di calcoli eseguiti con il regolo calcolatore, nell’uso del quale
peraltro egli era
un maestro.
In una notte, con la sua incredibile abilità matematica, Majorana
trasformò l’equazione di Fermi in un’altra che doveva portare agli stessi
risultati. La mattina seguente l’aspirante studente di fisica si presentò
nuovamente nello studio di Fermi dove chiese di rivedere la tabella dei dati che
aveva esaminato il giorno precedente; quindi estrasse dalla tasca un foglietto
su cui erano segnati i valori calcolati in poche ore di lavoro notturno e
constatò che coincidevano. Egli quindi si era recato nello studio di Fermi non
per verificare l’esattezza della tabella da lui calcolata, ma di quella
elaborata da Fermi.
Dopo questo episodio Majorana decise di trasferirsi a Fisica e cominciò
a frequentare l’Istituto con una certa assiduità. Per il suo carattere
distaccato, critico e scontroso gli venne affibbiato il soprannome di “Grande
Inquisitore”. In verità tutti i giovani fisici dell’Istituto di via
Panisperna avevano un soprannome mediato in gran parte dalla gerarchia
ecclesiastica, così Fermi era il “Papa”, Rasetti che spesso sostituiva
Fermi in alcune mansioni importanti, il “Cardinale Vicario”, Corbino
ovviamente era il “Padreterno”, Segrè “il Basilisco” (per il suo
carattere mordace) mentre Amaldi per le sue delicate fattezze fisiche era
chiamato “Adone” ma egli di quel titolo non era affatto entusiasta. 2.
Gli studi relativi all’atomo e alla molecola sono incentrati sulla
spettroscopia e sul legame chimico. Si tratta di lavori di grande valore
scientifico che rivelano una profonda conoscenza dei dati sperimentali
analizzati fino nei minimi dettagli e soprattutto un possesso dei mezzi
matematici veramente eccezionale accompagnati da straordinarie capacità di
calcolo. La conoscenza dello scambio di elettroni di valenza che è alla base
della teoria quantistica del legame chimico omeopolare costituirà il punto di
partenza per l’ipotesi che le forze nucleari siano forze di scambio, argomento
di cui lo scienziato si sarebbe occupato in seguito.
Agli inizi del 1932 i lavori dell’Istituto di via Panisperna si erano
orientati decisamente verso la fisica nucleare. In verità già da alcuni anni
Fermi aveva prospettato la necessità di abbandonare lo studio dell’atomo per
far convergere la ricerca su problemi relativi alla struttura del nucleo
atomico. Majorana si mostrò subito interessato al nuovo campo di indagine
anche perché aveva già trattato quell’argomento nella sua tesi di laurea.
Proprio in quei giorni arrivavano dalla Francia notizie relative agli
esperimenti condotti dai coniugi Joliot-Curie riguardanti le radiazioni emesse
dal Berillio sotto l’azione di particelle alfa. L’interpretazione del
fenomeno si dimostrò però errata. I due fisici francesi avevano infatti
pensato che il fenomeno fosse dovuto ad un nuovo tipo di interazione fra raggi
gamma e protoni. Quando Majorana venne a conoscenza dell’esperimento e della
sua interpretazione commentò scuotendo la testa: “Non hanno capito niente: i
protoni neutri sono passati loro sotto il naso e non se ne sono accorti”. Pochi giorni dopo giunse
infatti a Roma la notizia che il fisico britannico James
Chadwick (1891-1974) aveva dimostrato l’esistenza del protone neutro (o
“neutrone” come verrà chiamata in seguito quella particella).
Venuto in possesso di questa nuova scoperta Majorana abbozza una teoria
in cui immagina che protoni e neutroni siano gli unici costituenti dei nuclei
atomici e Fermi lo invita a pubblicare i risultati di questa intuizione ma egli
si rifiuta, adducendo a giustificazione il fatto che l’opera era ancora
incompleta. Non solo: egli proibisce anche a Fermi, che nel frattempo era stato
invitato a tenere una conferenza a Parigi sulle proprietà del nucleo atomico,
di farne menzione. Majorana aggiunse che se proprio ne voleva parlare dicesse
che erano idee di un noto professore di elettrotecnica (probabilmente presente
al congresso) verso il quale egli nutriva una totale disistima. Si trattava
chiaramente di una celia da cui peraltro traspariva la nevrosi che già a quel tempo
si era impossessata di lui.
Così avvenne che Fermi in quell’occasione parlasse dello “Stato
attuale della fisica del nucleo atomico” senza accennare a quella categoria di
forze nucleari che in seguito verranno chiamate “forze di Majorana”.
Frattanto, il fisico tedesco Werner Heisenberg pubblicava una teoria che, per
quanto anch’essa incompleta e imperfetta, era simile a quella intuita da
Majorana. E quando la teoria del fisico tedesco venne accettata e celebrata egli
non condivise il rammarico dei colleghi dell’Istituto romano per non averla
lui stesso tempestivamente pubblicata, ma al contrario concepì nei riguardi
del fisico tedesco un sentimento di ammirazione che si rafforzerà
ulteriormente quando lo conoscerà personalmente in occasione della sua visita
all'Università di Lipsia in cui si recherà di lì a poco.
L’avversione a pubblicare e comunque a rendere note le sue scoperte
costituiva un atteggiamento tipico del suo carattere. A volte capitava che
conversando con qualche collega accennasse ad una sua recente intuizione oppure
a calcoli che aveva scritto con grafia minuta ed ordinata su di un pacchetto di
sigarette; con noncuranza lo estraeva di tasca e ne riportava alla lavagna i
pochi dati che erano sufficienti per chiarire il suo pensiero, quindi
accartocciava il pacchetto e lo gettava nel cestino insieme con i preziosi
calcoli e le teorie enunciate. 3. I VIAGGI ALL’ESTERO
Dopo tante insistenze Fermi riuscì finalmente a convincere Majorana a
recarsi all’estero per conoscere i lavori che si realizzavano presso quelle
Università. A tal fine gli fece assegnare dal Consiglio Nazionale delle
Ricerche una sovvenzione grazie alla quale lo scienziato si recherà prima a Lipsia e poi a
Copenhagen.
Nel mese di gennaio del 1933 Majorana partì quindi per Lipsia che in
quegli anni era uno dei maggiori centri di studio della nuova fisica.
Nell’Università di quella città si raccoglievano intorno a Werner
Heisenberg (il fisico passato alla storia per il cosiddetto “principio di
indeterminazione”) un gruppo di giovani di eccezionale valore, come erano
quelli che lavoravano con Fermi nell’Istituto di fisica di via Panisperna a
Roma.
Appena giunto a Lipsia Majorana scrive ai genitori una lettera in cui
riferisce di una città esteticamente grigia ma ricca di iniziative di carattere
culturale e mondano. Tra l'altro racconta di avere assistito a proiezioni di pellicole
più interessanti di quelle che si possono vedere in Italia selezionate dalla
censura fascista e di avere partecipato alla vita effervescente dei locali
pubblici dove si suona dell'ottima musica e dove soprattutto il sabato sera si
raduna molta gente allegra tanto che sembra di essere a
carnevale.
Nelle lettere che scrive a casa parla anche dell’Istituto dove è stato
accolto molto cordialmente e dove ha avuto una lunga conversazione con
Heisenberg che definisce una persona straordinariamente cortese e simpatica.
Nei primi giorni di febbraio si svolse a Lipsia la cosiddetta
“settimana magnetica” un convegno che richiamò i maggiori fisici di tutta
In realtà Majorana è affascinato dalla personalità dello scienziato
tedesco di cui parla in
termini lusinghieri in tutte le lettere e confessa di avere di frequente con lui
quelle che chiama “lunghe chiacchierate”. Verso la metà di febbraio
comunica alla famiglia di avere scritto un articolo sulla struttura dei nuclei
che Heisenberg ha molto apprezzato nonostante contenesse alcune correzioni alla
sua teoria.
Racconta infine di lunghe discussioni che, si intuisce, sono state per
lui benefiche più sul piano umano che su quello della ricerca scientifica e
ragguaglia infine di partite a scacchi in cui probabilmente prevaleva sul fisico
tedesco mentre nelle partite di ping-pong che si svolgevano in biblioteca con la
rete fissata su un tavolo di lettura, Heisenberg si mostrava imbattibile.
A Lipsia Majorana visse forse il periodo più felice della sua vita,
dimostrandosi estroverso e comunicativo come non era mai stato, soprattutto grazie
all’amicizia di Heisenberg con il quale il feeling
appare perfetto.
Il 3 marzo si conclude la prima fase del soggiorno in terra tedesca e Majorana
decide di spostarsi a Zurigo per conoscere Wolfgang Pauli, uno dei più
celebri scienziati viventi; ma anche in quella località come a Lipsia
le scuole sono chiuse per le vacanze primaverili e quindi è costretto a
cambiare programma. Si recherà a Copenhagen dove opera Niels Bohr, il maggiore
ispiratore della fisica moderna.
Majorana fornisce di Copenhagen un giudizio opposto a quello di Lipsia:
la città è grande e di buona architettura ma la gente è scialba. Anche il
giudizio su Bohr è piuttosto negativo: il fisico danese viene descritto come
un vecchio rimbambito che parla mescolando tutte le lingue e mangiandosi le
parole. In verità quest’ultimo giudizio è frutto di insinuazioni malevoli e
pertanto soggetto a mutare non appena l'italiano avrà modo di conoscere
personalmente lo scienziato danese. Lo incontrò durante una passeggiata in bicicletta e
ne ricevette l'invito a prendere un the da lui. La casa di Bohr era una villa che gli era stata
messa a disposizione da un produttore di birra e alla quale si accedeva passando
attraverso montagne di botti.
Majorana rientra a Roma il 12 aprile ma vi rimane solo poche
settimane quindi riparte per Lipsia che rivede con grande piacere. Con grande
piacere rivede soprattutto Heisenberg con il quale riprende le lunghe
chiacchierate che tanto lo appassionano. 4. L’ISOLAMENTO
Passava molte ore immerso nello studio delle discipline più svariate
mentre trascurava quasi certamente la fisica teorica. Si occupava di economia
politica, di strategia navale (un argomento che lo appassionava fin da quando
era bambino), letteratura e filosofia (amava particolarmente Pirandello e
Schopenhauer) e infine di medicina. Quasi non dormiva: passava notti intere
nella lettura e nella scrittura. Tuttavia di tutte quelle carte rimangono due
soli scritti e stranamente relativi entrambi alla fisica. Il primo è la Teoria
simmetrica dell’elettrone e del
positrone da lui pubblicata nel 1937 e l’altro il saggio sul Valore delle leggi statistiche nella fisica e nelle scienze sociali,
pubblicato quattro anni dopo la sua scomparsa dal suo amico Giovannino Gentile.
Amaldi ricorda che non usciva di casa nemmeno per andare dal barbiere
tanto che i capelli gli erano cresciuti in modo anormale (“anormale”
naturalmente per quel tempo); qualcuno degli amici che era andato a trovarlo,
nonostante le sue proteste, gli mandò a casa il barbiere. Le ragioni di un
comportamento tanto strano restano misteriose ma forse erano legate al suo stato
di salute che lo rendeva depresso e chiuso in sé stesso come un personaggio di
Pirandello carico di problemi ai quali non riusciva a dare soluzione. Ma si
trattava veramente di esaurimento nervoso? Quando i colleghi sfiduciati non se
lo aspettavano più Majorana rientra in quella che Amaldi chiamava “vita
normale”.
La svolta si verificò quando venne indetto il concorso a cattedre di
fisica teorica dopo la morte improvvisa di Corbino nel
Dopo circa dieci anni dalla istituzione del primo concorso a cattedre di
fisica teorica, quello che fra gli altri aveva assegnato la cattedra a Fermi,
Segrè promosse un’iniziativa per un nuovo concorso. I concorrenti erano molti
ma i più accreditati per l’assegnazione delle tre cattedre messe a concorso
erano Giulio Racah (ebreo, che successivamente si sarebbe trasferito da Firenze
in Israele fondandovi la facoltà di fisica teorica) Gian Carlo Wick (di madre
torinese e nota antifascista) e Giovannino Gentile. Inaspettatamente si candida
anche Ettore Majorana il quale scompiglia l’attribuzione delle cattedre che
era stata già decisa (come purtroppo è d’uso anche attualmente) e non
prevedeva la sua presenza. La prima cattedra sarebbe dovuta andare a Gian Carlo
Wick, la seconda a Giulio Racah e la terza a Giovannino Gentile.
L’improvvisa partecipazione al concorso di Majorana sconvolge i piani
perché egli sarebbe risultato primo e per Giovannino Gentile non ci sarebbe
stato più posto. A questo punto il
filosofo Giovanni Gentile tirò fuori le migliori doti del padre di famiglia ma
soprattutto l’abilità del bravo politico. Innanzitutto invitò il Ministro
dell’Istruzione a far sospendere il concorso e quindi studiò il modo di
eliminare Ettore Majorana dal novero dei papabili. Successivamente, in base ad una vecchia legge
del Ministro Casati fece nominare Majorana alla cattedra di Fisica Teorica di
Napoli per “chiara fama di singolare perizia” senza che egli si dovesse sottoporre al
giudizio della commissione.
La partecipazione al concorso fu decisa da Majorana quasi per scherzo,
per prendersi burla dei colleghi ma la ripicca gli costerà cara perché
innescherà un meccanismo in cui rimarrà intrappolato. 5.
La mattina di venerdì 25 marzo del 1938 Ettore Majorana spedisce una
lettera al professore Antonio Carrelli (1900-1980) direttore dell’Istituto di Fisica di
Napoli e insegnante dello scrivente nel 1960, nella quale comunica chiaramente l’intenzione di togliersi la vita.
Sul tavolo del suo alloggio, presso l’albergo “Bologna” in via Depretis in
Napoli lascia un’altra lettera indirizzata alla sua famiglia nella quale
chiede ai suoi famigliari di non prendere il lutto e, ad ogni modo, di non
portarlo per più di tre giorni.
Quindi, ritirato il passaporto e lo stipendio maturato nei primi tre mesi
di insegnamento, si imbarca sul “Postale” (un piroscafo della compagnia
Tirrenia che faceva anche servizio postale fra Napoli e Palermo) che salpa alle
ore 22 e
Egli quindi quella notte non mette in atto i suoi propositi tanto che il
giorno dopo scende a Palermo e prende alloggio presso il Grand Hotel Sole da
dove, su carta intestata, scrive a Carrelli una seconda lettera nella quale lo
informa che ritornerà a Napoli il giorno dopo perché – egli specifica –
“il mare mi ha rifiutato”; nella stessa lettera manifesta l’intenzione di
rinunciare all’insegnamento. Poco prima aveva inviato sempre a Carrelli un
telegramma con il quale chiedeva di non tenere conto della lettera scritta
quando ancora era a Napoli.
La sera stessa di quel sabato il “Postale” riparte da Palermo per
Napoli dove l’arrivo è previsto per le ore 5 e
Nella cabina a tre letti corrispondente al biglietto acquistato da
Majorana viaggiano tre passeggeri. Uno, Carlo Price, è l'inglese che non sarà
possibile rintracciare, l’altro è il professore Vittorio Strazzeri docente
di Geometria all’Università di Palermo e il terzo sarebbe dovuto essere
Majorana, ma di questo non siamo certi. Strazzeri riferisce di aver scambiato
qualche parola con l’inglese Price che parlava un perfetto italiano con
inflessioni meridionali e di non avere mai parlato con l’altro passeggero.
È possibile che la persona con cui parlò il professore palermitano non
fosse l’inglese Price ma un siciliano (Strazzeri, dalle poche parole scambiate,
lo giudicò un commerciante) e che l’inglese fosse invece l’altro, quello
cioè che non proferì parola. Ora sorge il dubbio che sulla nave non sia salito
Majorana ma un’altra persona, che forse gli assomigliava, alla quale il fisico di
Catania aveva regalato il biglietto. La verità è che il professore Strazzeri
non era per nulla sicuro, nonostante gli fosse stata fatta vedere una foto, che
la persona che viaggiò con lui da Palermo a Napoli fosse veramente Majorana.
L’unica cosa di cui aveva certezza era che tutte e due le persone presenti nella
sua stessa cabina erano sbarcate a Napoli.
Un’altra testimonianza è quella di un’infermiera che conosceva bene
Majorana per aver parlato con il professore in più occasioni essendosi
impegnata nella ricerca di una pensione nella quale egli desiderava trasferirsi.
L’infermiera disse di essere certa di aver visto Majorana a Napoli in
galleria Umberto I nei primi giorni di aprile.
I genitori e il fratello, su suggerimento di Strazzeri cercarono anche
nei conventi dove spesso si rifugiano personaggi che presentano problemi esistenziali. In effetti il Superiore della chiesa detta del Gesù Nuovo raccontò
che negli ultimi giorni di marzo si era presentato un giovane le cui fattezze a
tutta prima potevano anche essere appartenute a Ettore Majorana il quale chiese di essere
ospitato per fare esperimento di vita religiosa. Il Superiore raccontò che il
giovane appariva molto agitato, ragione per cui gli assicurò che sarebbe stato
accolto ma non subito: lo invitò quindi a ritornare dopo qualche giorno, ma il
giovane non si fece più vedere.
I dubbi sulla tesi del suicidio si rafforzarono quando si seppe che
Majorana era partito da Napoli deciso a porre fine alla sua vita portando però
con sé il passaporto e una somma consistente di denaro: il corrispondente degli
attuali dieci o quindici mila euro. Poiché Majorana non si curava molto del
denaro (e ciò risulta anche dal fatto che non ritirava mai lo stipendio che il
fratello si incaricava di trasferirgli in banca) come mai egli avrebbe prelevato
quella grossa
somma proprio il giorno in cui aveva deciso di suicidarsi? 6.
Quella di Majorana sarebbe quindi stata una “sparizione quantistica”.
L’autore dell’idea parte dalla constatazione che sulla scomparsa di Majorana
sono state fatte molte illazioni: suicidio, fuga all’estero, rapimento,
rifugio in convento. Qual è quella giusta? Quando lo stavano cercando Majorana
era ancora vivo o era già morto? Il fisico ucraino pensa che si siano
realizzate entrambe le cose simultaneamente. La sua ipotesi come abbiamo detto
trae origine dalla meccanica quantistica in cui le particelle del mondo
subatomico hanno una doppia personalità: ora si comportano come onde ora
sembrano particelle. In questo ambito regna il principio di indeterminazione di
Heisenberg, una legge fisica secondo la quale non è possibile seguire il
destino di una singola particella ma è possibile farlo solo in termini
statistici su un numero consistente di esse. Ad esempio si può stabilire
dopo quanto tempo un certo numero di atomi radioattivi trasformandosi in atomi
non radioattivi si sarà ridotto alla metà, ma non è possibile stabilire
quando decadrà il singolo atomo. Solo l’osservazione diretta potrà dare la
risposta.
Il principio di indeterminazione come è noto conduce al famoso paradosso
del “gatto di Schrödinger”. Si tratta di un esperimento ideale che immagina
un gatto rinchiuso in una scatola insieme con una fiala di veleno e un atomo
radioattivo il quale nel momento in cui decadrà libererà il veleno della fiala
che ucciderà il gatto. Dall’esterno non è possibile sapere se, passato un
certo tempo, l’atomo si sarà trasformato o meno. Quindi il gatto in un
qualsiasi momento può essere vivo o morto, ovvero contemporaneamente entrambe
le cose: solo aprendo la scatola si saprà la verità.
La stessa cosa sarebbe successa nel caso di Majorana, il quale avrebbe
inteso contemporaneamente essere e non essere come nell’esempio del gatto di
Schrödinger. Secondo il fisico ucraino Majorana, grande estimatore di
Pirandello, avrebbe messo in scena una “commedia quantistica” attribuendosi
contemporaneamente il ruolo di protagonista (quindi del gatto) e di spettatore, cioè
dello sperimentatore che apre la scatola per vedere lo stato fisico
dell’occupante. Idea indubbiamente cervellotica.
Noi preferiamo adottare la soluzione più semplice ossia quella del suicidio come d’altra parte lo stesso Majorana aveva annunciato.
Il filosofo inglese
Guglielmo di Occam vissuto a cavallo fra il tredicesimo e il quattordicesimo
secolo asserisce che “tutte le ipotesi complesse non suffragate
dall’esperienza vanno eliminate (si tratta di una regola che prende il nome di
“rasoio di Occam”)”. Quindi, nel caso di Majorana, è inutile andare a
cercare scenari improbabili quando lui stesso dichiara chiaramente le sue
intenzioni. Lo stesso Fermi commentando l’episodio della sparizione di quello
che era stato il suo migliore allievo ebbe a dire che “con la sua
intelligenza, una volta che avesse deciso di scomparire o di far scomparire il
suo cadavere, Majorana ci sarebbe certo riuscito”. Quindi Majorana si è
suicidato seguendo un destino che ha riguardato molti personaggi illustri. Fra
gli scienziati è sufficiente ricordare ad esempio la fine di Ludwig Boltzmann,
fisico austriaco suicida a Duino (in provincia di Trieste) nei primi anni del secolo scorso e quella di
Renato Caccioppoli docente di matematica nell’Università di Napoli, suicida
proprio negli anni in cui chi scrive stava completando gli studi presso
quell’ateneo. E come abbiamo detto nemmeno il fatto che non si siano mai
trovati personaggi famosi spariti inspiegabilmente nel nulla rappresenta un caso
tanto raro. Personalmente ricordo la vicenda riguardante Federico Caffè,
docente universitario di economia e autore di numerosi saggi, che nel 1987
scomparve misteriosamente a Roma e nonostante le lunghe e meticolose ricerche
non fu mai trovato né vivo né morto. |
|
|