Crudeltà a comando


Recentemente è stato messo in atto un esperimento che nelle intenzioni dei promotori aveva la finalità di dimostrare fino a che punto l’uomo sia capace di compiere atti di crudeltà a comando. Di un’operazione analoga aveva già parlato il biologo Adriano Buzzati-Traverso in un suo libro di divulgazione scientifica uscito nel 1968.

Adriano Buzzati-Traverso, nato a Milano nel 1913 e morto nella stessa città nel 1983, dopo essersi laureato in Scienze Naturali, e dopo aver trascorso un periodo di ricerche nel campo delle mutazioni ereditarie e della evoluzione sperimentale in Italia e in Germania, diventò professore di genetica presso l’Università di Pavia. Passò quindi un lungo periodo in America dove insegnò biologia in diverse Università di quel Paese. Al suo ritorno in Italia il CNEN (Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare) gli affidò l’organizzazione per le scienze biologiche all’interno di quell’Ente. Autore di numerose pubblicazioni scientifiche, egli è noto anche per la sua intensa attività di divulgatore sia di alcuni giornali e riviste di larga diffusione sia di alcuni libri, fra i quali quello in cui è riportato l’esperimento di cui abbiamo fatto cenno e che ora intendiamo approfondire.

 

L’ESPERIMENTO

Adriano Buzzati-Traverso racconta di uno psicologo dell’Università di Harvard che aveva selezionato un gruppo di uomini di età compresa fra i 18 e i 60 anni e di diversa estrazione sociale, al fine di controllare il loro comportamento di fronte a situazioni imprevedibili.

I volontari non erano stati messi al corrente della reale finalità dell’esperimento ché se lo avessero saputo, presumibilmente il loro comportamento ne sarebbe stato influenzato. Le mansioni di questo gruppo di persone erano assai varie: impiegati, operai, insegnanti, studenti, ingegneri, autisti e ferrovieri. Di questi alcuni possedevano titoli accademici importanti, altri  non avevano terminato la scuola dell’obbligo.

L’esperimento prevedeva la presenza di un direttore che era stato scelto nella persona di un insegnante di scuola media dal piglio molto severo e tale da rimanere calmo e imperturbabile anche di fronte alle situazioni più imbarazzanti. Il gruppo dei volontari veniva fatto accomodare in una stanza e quindi, uno per volta, chiamato al cospetto del direttore dell’esperimento. Il volontario prescelto era informato che lo scopo dell’esperimento era quello di studiare l’effetto della punizione sull’apprendimento. Veniva quindi fatto sedere su di una specie di sedia elettrica sulla quale in seguito si sarebbe seduta la falsa “vittima” e quindi somministrata una scossa, non molto forte, che però sarebbe aumentata di intensità qualora le risposte errate dell’allievo vittima fossero state numerose.

Il volontario veniva quindi condotto in una stanza adiacente in cui si trovava lo strumento che avrebbe dovuto somministrare sulla vittima le scosse, sempre più intense, con il procedere dell’esperimento. Sullo schermo, alle manopole che producevano le scosse elettriche, erano riportate le scritte che andavano via via aumentando da “leggere” a “violente”.

Il direttore suggeriva al volontario le domande che doveva rivolgere alla vittima, utilizzando microfoni sistemati fra le due stanze, quindi, giudicate sbagliate le risposte, il volontario doveva somministrare scosse (naturalmente finte) sempre più intense. Quando venivano somministrate le scosse più forti, la falsa vittima seduta sulla falsa sedia elettrica sistemata nella stanza adiacente, doveva dare calci sulla parete divisoria dei due ambienti e urlare per far capire che soffriva troppo.

A questo punto il volontario si rivolgeva al direttore dell’esperimento per chiedergli cosa dovesse fare: questi gli ordinava di insistere somministrando scosse sempre più forti. Raggiunti i trattamenti più violenti, dalla stanza accanto non si sentiva più nulla. A questo punto i volontari reagivano in vario modo.

Lo psicologo responsabile dell’esperimento racconta che, contrariamente a ciò che si attendeva, più della metà dei 40 volontari era arrivata a somministrare la punizione massima alla “vittima” mentre solo cinque dei volontari si rifiutarono di proseguire dopo le prime proteste del volontario sofferente. Molti di loro, in evidente agitazione, continuarono tuttavia a somministrare i trattamenti che venivano loro suggeriti dal direttore dell’esperimento.

Uno psicologo, chiamato ad assistere alla prova, riferì di aver visto persone di varia estrazione culturale, uomini d’affari maturi e posati, entrare in laboratorio tranquilli e sorridenti ed uscire visibilmente provati, dopo aver portato a termine la loro azione obbedendo ai suggerimenti del direttore fino alla fine.

La storia piuttosto terrificante dell’esperimento ha messo in luce che persone tranquille, probi cittadini, professionisti esemplari nel volgere di pochi minuti si sono trasformati in persone perfide e malefiche, obbedendo ad un tizio qualsiasi che nemmeno conoscevano e di cui accettavano gli ordini senza la minima obiezione.

Buzzati-Traverso conclude il suo racconto affermando che l’obbedienza ad una autorità costituita è indispensabile per il mantenimento di rapporti umani ragionevoli come insegnano i genitori nei confronti del figli o gli insegnanti verso gli allievi, ma può divenire uno dei meccanismi psicologici più distruttivi e pericolosi.

L’esperimento raccontato dal naturalista milanese ci lascia perplessi, perché sembra mettere in evidenza la struttura che può essere stata alla base dei crimini nazisti. Quando nei vari processi per le atrocità dei militari nazisti si è sentito dire da quei personaggi che si erano limitati ad obbedire agli ordini, forse ci si trovava di fronte al comportamento tenuto dai quaranta volontari americani.

Non è dato sapere come si sia concluso l’esperimento italiano simile a quello organizzato dallo psicologo americano, ma voglio illudermi che le cose possano essere andate in modo diverso sia perché sono passati più di quaranta anni da quando è stato realizzato il primo esperimento, sia per la sensibilità e la ricchezza culturale della nostra gente. In virtù di tutto ciò, penso che un numero decisamente maggiore di volontari-insegnanti si siano rifiutati, dopo i primi lamenti, di proseguire a lanciare scariche elettriche sulle vittime designate.

Prof. Antonio Vecchia

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