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GLI ESPLOSIVI Un
sistema esplosivo, per essere definito tale, deve avere pertanto le seguenti
caratteristiche: a) Un
elevato contenuto energetico. Esplosivo, come abbiamo detto, è una singola
sostanza o un miscuglio di sostanze ad alto contenuto energetico che, nel
momento in cui esplode, si trasforma in prodotti a basso contenuto energetico e
quindi stabili. Questi prodotti finali sono quasi esclusivamente gas il cui
volume è fra le 1000 e le 2000 volte più grande di quello del materiale
iniziale. b)
Stabilità chimica. Essa è necessaria
per garantire al prodotto esplosivo una lunga conservazione nel tempo. Ciò
implica la necessità di una attivazione (innesco esplosivo) affinché la sua
trasformazione sia provocata. c)
Grande velocità di reazione. Gli
esplosivi, considerati come fonte di energia, sono notevolmente inferiori ai
normali combustibili (carbone, petrolio, ecc.): un kilogrammo di tritolo, ad
esempio, sviluppa appena 1.100 kcal, mentre un kilogrammo di benzina sviluppa
ben 11.000 kcal. I tempi di reazione, però, sono molto diversi: gli esplosivi,
infatti, liberano la loro energia in tempi brevissimi (frazioni di secondo),
mentre i normali combustibili lo attuano in tempi molto più lunghi (minuti o
ore). 1. Il
chimico tedesco si rese immediatamente conto di aver sintetizzato una sostanza
esplosiva che avrebbe potuto sostituire la polvere nera a quel tempo impiegata
nei campi di battaglia per lanciare i proiettili attraverso le canne dei cannoni
e dei fucili. La comune polvere nera (o polvere da sparo) è in realtà il più
antico esplosivo conosciuto e il suo paese d’origine fu forse La
polvere da sparo è una miscela di nitrato di potassio (salnitro), carbone e
zolfo, generalmente nelle proporzioni di 2. CLASSIFICAZIONE
DEGLI ESPLOSIVI a) composti chimici, cioè sostanze formate da un unico tipo di molecole (es. tritolo). b) miscugli esplosivi,
cioè sostanze formate dall’unione di due o più composti ciascuno dei quali,
preso separatamente, non è esplosivo (es. polvere nera). c) miscele esplosive,
cioè sostanze formate dall’unione di due o più composti di cui uno almeno è
esplosivo (es. dinamite). Gli
esplosivi, oltre che in base alla composizione chimica, possono essere
classificati anche in funzione della loro velocità di reazione. Si distinguono
allora due gruppi principali: a) esplosivi
deflagranti i quali sono caratterizzati da una bassa propagazione d’onda
che si aggira sui 300 m/s. Fra questi ricordiamo la polvere nera, le polveri da
lancio in genere e i fuochi d’artificio. b) esplosivi detonanti
per i quali la velocità di propagazione è compresa fra i 1.000 e gli 8.000
m/s. Questi, a loro volta, si dividono in detonanti primari (o innescanti), se detonano semplicemente
all’urto (es. fulminato di mercurio e azotidrato di piombo) e detonanti
secondari, detti anche da scoppio, se per esplodere richiedono
l’intervento di un detonante primario (es. trinitroglicerina, nitrocellulosa,
pentrite, T4 e tritolo). Quest’ultima
suddivisione, nata dall’esperienza pratica, non è netta perché gli esplosivi
di un tipo possono, in condizioni particolari, comportarsi come quelli
dell’altro tipo. La velocità di una reazione esplosiva non dipende quindi
solo dalla costituzione chimica della sostanza esplosiva, ma anche da una serie
di altri fattori di cui i principali sono: 1) L’umidità
che tende a rallentare la velocità di decomposizione soprattutto sugli
esplosivi deflagranti. La polvere nera umida, ad esempio, perde le sue
caratteristiche esplosive; la stessa sorte tocca al fulminato di mercurio se
contiene più del 10% di umidità. Il tritolo, invece, esplode anche
sott’acqua. 2) La
densità di caricamento, cioè il rapporto fra il peso dell’esplosivo e il
volume della camera nella quale si verifica l’esplosione. La velocità di
reazione in genere aumenta con l’aumentare della densità di caricamento: la
polvere nera, ad esempio, molto compressa, invece che deflagrare, detona. 3) L’azione
innescante la quale, quanto più è energica, tanto più fa aumentare la
velocità della reazione esplosiva. 3. Tranne
che per alcuni rari casi, normalmente le esplosioni sono caratterizzate da
reazioni di ossidazione. Le molecole degli esplosivi contengono infatti atomi di
ossigeno che agiscono da comburente e uno o più atomi di altri elementi,
normalmente carbonio, idrogeno e zolfo, che svolgono il ruolo di combustibili.
Sono presenti inoltre alcuni atomi di azoto che hanno la funzione di tenere
separata la parte combustibile da quella comburente. Inoltre, affinché
l’esplosione sia efficace, è necessario che non ci sia un eccessivo
squilibrio quantitativo fra parte combustibile e parte comburente. Si possono
pertanto distinguere reazioni ad ossidazione completa e reazioni ad ossidazione
incompleta. La
reazione tipica che sta alla base dei fenomeni di esplosione è la combustione,
la quale non è propriamente un fenomeno esplosivo, ma può, in determinate
circostante, sfociare in esso. La combustione è una forma di decomposizione che
quasi tutti gli esplosivi presentano quando vengono accesi con una fiamma:
differisce da quella dei comuni combustibili in quanto non ha bisogno
dell’ossigeno dell’ambiente per sostenersi. È perciò di grande importanza
valutare se la molecola di un esplosivo contenga sufficiente ossigeno per tutte
le reazioni che avvengono in esso o se questo ossigeno è in difetto. Da
questo punto di vista la reazione esplosiva può essere di due tipi: a) decomposizione in elementi più semplici, cioè
demolizione di un edificio molecolare poco stabile in frammenti più stabili.
Essa è caratteristica di quei rari esplosivi che non contengono ossigeno nella
molecola. Tipico esempio è l’azotidrato di piombo:
Pb(N3)2
®
Pb +
3 N2 4
C3 H5 (NO3)3
®
12 CO2 + 10 H2O + 6 N2 + O2 Appare
inoltre degna di nota la presenza dell’azoto in quasi tutti gli esplosivi in
cui gioca un ruolo fondamentale perché, come nell’esempio portato sopra, si
trasforma in azoto molecolare senza consumare ossigeno. Esso inoltre, quando è
legato all’ossigeno, presenta un’energia di scissione decisamente minore di quella
che lega il carbonio all’ossigeno. I
casi di ossidazione incompleta si hanno quando la sostanza esplosiva non dispone
di ossigeno sufficiente per ossidare al massimo grado tutti gli elementi
combustibili. L’esempio più tipico è quello del tritolo, il quale presenta
la seguente reazione di decomposizione: 2
C7 H5 (NO2)3
®
12 CO + 5 H2 + 3 N
2 + 4. I PRINCIPALI
ESPLOSIVI CH3
Confezionato in
cartucce di varie dimensioni (saponette) e in cariche cilindriche è
l’esplosivo da demolizione regolamentare dell’Esercito Italiano. Fonde a R Viene
impiegata nei detonatori e nelle micce detonanti. Si impiega anche in molte
miscele che vengono utilizzate come esplosivi da demolizione. NO2 E’
un nitroderivato alifatico che si ottiene per reazione dell’acido nitrico con
l’esametilentatramina (urotropina), preparata dalla reazione tra NH3
e formaldeide. Serve come esplosivo da mina o da scoppio.
H3
C N
O2 OH
CH2ONO2 5. GLI ESPLOSIVI
INNESCANTI Fino
alla prima metà del XIX secolo, il modo per accendere la polvere nera (unico
esplosivo noto a quel tempo) era quello di usare direttamente una fiamma, una
barra di metallo incandescente o una scintilla prodotta da un acciarino. Il
primo brevetto per l’impiego di polvere detonante è del 1807 e riguardava una
miscela di fulminato di mercurio e clorato di potassio, usata per accendere la
polvere nera nelle piccole armi. Il
fulminato di mercurio la cui formula è Hg(CNO)2 fu sintetizzato dal
chimico inglese Edward Howard nel 1800. Il prodotto si ottiene sciogliendo prima
il mercurio in acido nitrico e versando poi a poco a poco la soluzione in alcol
etilico: l’esplosivo si separa in forma di piccoli cristalli che vengono
quindi filtrati. Assai sensibile all’urto e al calore, adempie molto bene al
suo compito di innescante anche con esplosivi che, con altri innescanti,
difficilmente esplodono. In
seguito ad un urto esplode secondo la seguente reazione: Nel
1890 il chimico tedesco Theodor Curtius per primo preparò gli azoturi di
piombo, argento e mercurio. I pericoli connessi con la preparazione e la
manipolazione dell’azoturo di piombo impedirono tuttavia per lungo tempo il
suo impiego quale esplosivo innescante. Gli inglesi e i tedeschi, comunque,
durante la guerra 1914-1918, lo usarono ugualmente in sostituzione del fulminato
di mercurio che si degradava durante i lunghi immagazzinamenti in climi caldi. Un’altra
alternativa al fulminato di mercurio fu il diazodinitrofenolo preparato per la
prima volta già nel 1858, ma lanciato commercialmente quale agente detonante
iniziale soltanto dal 1928. Oggi,
nelle capsule a percussione montate sulle munizioni delle piccole armi, le
composizioni contenenti fulminato di mercurio, clorato di potassio e solfuro di
antimonio sono state sostituite e al loro posto viene impiegata una miscela
denominata VH2 la quale contiene fra gli altri prodotti lo stifnato di piombo [C6H(NO2)3O3Pb],
il nitrato di bario [Ba(NO3)2], il siliciuro di calcio
[lega Ca-Si], il solfuro di antimonio [(NH4)2 S] e il
biossido di piombo (PbO2). |
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