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STORIA DELLA CHIMICA 1. GLI INIZI
La chimica si costituì come disciplina scientifica in tempi
relativamente recenti ma come insieme di tecniche e di attività indirizzate
alla estrazione e alla trasformazione della materia essa ha una storia molto
antica che si confonde con le origini stesse dell’uomo. Si ritiene infatti che
questa disciplina sia iniziata quando l’uomo ha imparato ad utilizzare il
fuoco per estrarre i metalli dai loro minerali, per associarli in leghe, per
produrre vetro, per cuocere l’argilla al fine di ottenere mattoni e vasellame
e per arrostire la selvaggina con lo scopo di renderla più saporita e meglio
digeribile. Successivamente, con lo sviluppo dell’economia agricola,
comparvero e si affermarono nuove attività artigianali come la preparazione di
bevande alcoliche e infusi con proprietà curative o coloranti.
Gli artigiani del settore, al fine di valorizzare il proprio lavoro
custodivano gelosamente le loro ricette e le tecniche di lavorazione che
riservavano solo a pochi e fidati adepti passando in questo modo per maghi o
stregoni in diretto rapporto con la divinità.
La lontana origine della chimica è dimostrata anche dalla etimologia del
termine khemeia che secondo alcuni deriva dalla parola egiziana Kham
che significa “nero”, con allusione al colore scuro del fertile suolo
dell’Egitto, dal quale si pensava provenissero le conoscenze naturali più
remote: l’espressione potrebbe quindi significare “arte della terra
d’Egitto”. Un’altra teoria afferma che khemeia deriva dall’Arabo al-Kimiya
dove al ha la funzione di articolo
determinativo, mentre Kimiya dovrebbe
intendersi come arte di fare leghe
metalliche o, in alternativa, arte di
trattare i succhi vegetali. E ciò perché quel termine rimanda ad una
parola che noi traduciamo con “liquido”: i succhi sono liquidi e le leghe si
ottengono dalla fusione di due o più metalli. Ora però, qualsiasi sia il
significato che si intende attribuire a khemeia,
è certo che con l’aggiunta dell’articolo arabo al si perviene alla parola “alchimia” e ciò fa ricordare i
contributi arabi a questa pseudoscienza che pretendeva di trasformare in oro i
metalli vili, mentre se si esclude l’articolo determinativo si ottiene la
parola “chimica” ossia la scienza che con metodo sperimentale studia le
proprietà, la composizione, la preparazione e le trasformazioni profonde e
permanenti della materia.
Le prime sostanze utilizzate dall’uomo presumibilmente furono quelle
presenti nell’ambiente in cui egli viveva e cioè legno, ossa, pelli e pietre.
Fra queste la più durevole è la pietra e infatti non è un caso che proprio
gli oggetti di pietra ci rechino testimonianza dell’attività dell’uomo
primitivo. Per tale motivo si parla per l’appunto di età
della pietra.
L’umanità viveva ancora in questo lontano periodo preistorico quando
imparò ad addomesticare gli animali e a coltivare le piante. Con questa attività
si garantì una fonte sicura di nutrimento che in precedenza era costretta a
procurarsi andando a caccia o raccogliendo i prodotti spontanei della terra.
Grazie allo sviluppo dell’allevamento del bestiame e dell’agricoltura
l’uomo poté disporre di una fonte di alimenti più sicura ed abbondante che
consentì fra l’altro un aumento della popolazione e con esso la necessità di
costruire abitazioni permanenti. Ebbe così inizio la “civiltà” un termine
che deriva da “città” parola che a sua volta discende dal latino civitas.
Alcuni secoli più tardi, i nostri antenati impararono a scheggiare la
pietra con maggior precisione e a levigarla per poterla utilizzare come oggetto
di lavoro o per fabbricare armi: si passò quindi dal paleolitico
(o “età antica della pietra”), attraverso il mesolitico,
(o “età di mezzo della pietra”) al periodo storico che prende il nome di neolitico
(o “nuova età della pietra”).
In un tempo ancora successivo l’uomo imparò a servirsi di oggetti
naturali relativamente rari. Già circa 8000 anni prima di Cristo egli scoprì
alcuni metalli (parola che forse deriva da un termine greco che significa
“cercare”) che si trovavano allo stato libero. Questi erano l’oro e il
rame, elementi facili da individuare, fra le grigie rocce, per il loro colore
luccicante. Essi, se riscaldati, potevano essere battuti fino a essere ridotti
in lamine con bordi taglienti, senza che si spezzassero, cosa che invece
avveniva facilmente con la pietra se trattata allo stesso modo.
Questi metalli, come si è detto, erano però rari e quindi per
approfittare delle loro caratteristiche l’uomo era costretto a lunghe e noiose
ricerche e lavorazioni. Probabilmente per caso, i nostri antenati si accorsero
che il rame si poteva ottenere anche riscaldando alcune pietre azzurre o
verdastre (l’azzurrite e la malachite di colore verde, sono due minerali del
rame) con un fuoco di legna e quindi questo metallo non fu più così raro e poté
essere utilizzato per fabbricare utensili di vario genere. Il periodo storico
prende pertanto il nome di età del rame.
Sempre casualmente, circa 3000 anni prima di Cristo, l’uomo ottenne il bronzo
scaldando insieme minerali di rame e di stagno. Nel
Frattanto i nostri antenati vennero a conoscenza di un metallo ancora più
duro e resistente del bronzo: il ferro. All’inizio questo elemento era molto
scarso perché veniva fornito dalle meteoriti (corpi di provenienza cosmica) che
non sono molto frequenti né facilmente distinguibili dalle pietre comuni
presenti sul terreno; praticamente non si era ancora scoperto che quello stesso
metallo poteva anche essere ricavato dalle rocce.
I minerali del ferro per poter essere trasformati in ferro
puro richiedevano una quantità di calore superiore a quello che si poteva
ottenere bruciando la legna, ma sostituendo questa con il carbone di legna si
riuscì ad estrarre il ferro dai suoi minerali. Questo era però un metallo di
qualità scadente che tuttavia migliorava se gli veniva addizionata una piccola
quantità di carbonio: la lega ferro-carbonio prende il nome di acciaio. Con il
ferro vennero costruite armi e corazze di qualità superiore a quelle di bronzo
ed infatti gli eserciti forniti di queste attrezzature prevalsero sugli altri.
Siamo così giunti nella cosiddetta età
del ferro.
Molte delle tecnologie metallurgiche dell’antichità rimanevano
tuttavia legate a pratiche magiche. Nell’antica Siria si era ad esempio
scoperto che le spade di acciaio diventavano particolarmente flessibili se, dopo
essere state arroventate, venivano fatte passare attraverso il corpo di uno
schiavo. La spiegazione magica del fenomeno era che con questa procedura veniva
trasferita l’energia vitale dello schiavo nella spada. In seguito si scoprì
che lo stesso effetto si otteneva immergendo la spada rovente in una vasca piena
d’acqua contenente pelli e corpi di animali morti perché, ciò che causava il
miglioramento delle qualità del metallo era l’azoto organico, e non già la
vita dello schiavo. Questa procedura cruenta dimostra fra l’altro come la
mancanza di conoscenze teoriche abbia prodotto nell’antichità il sacrificio
inutile di molti uomini innocenti. 2. LE PRIME IPOTESI
Colui che per primo propose una teoria in grado di giustificare le
trasformazioni della materia, fu Talete, un filosofo che visse a cavallo fra il
600 e il 500 avanti Cristo. In realtà, è probabile che prima di lui vi fossero
stati altri uomini, in Grecia o in altre parti del mondo, che meditarono sul
significato delle trasformazioni della materia ma di essi non abbiamo conoscenze
certe.
Le attività di questo famoso filosofo greco (uno dei sette savi
del mondo antico) furono quindi guidate da curiosità intellettuale piuttosto
che da necessità pratiche. Talete riteneva che tutto ciò che vi era di
materiale derivasse da un’unica realtà, che egli aveva individuato
nell’acqua. L’idea che alla base di tutto vi fosse l’acqua discendeva
dalle stesse proprietà di questo elemento che quando evapora si trasforma in
gas e quando gela diventa un solido, e quindi nell’intuizione del pensatore
greco presumibilmente esso sarebbe stato in grado di trasformarsi anche in tutte
le altre forme con cui si presenta la materia. Qualche interprete più tardo
della dottrina di Talete aggiungeva che l’acqua è origine della vita: infatti
i semi degli animali e delle piante sono umidi. A ciò si può aggiungere il
fatto che il seme della pianta si sviluppa nella terra umida e ci fa assistere
ad una progressiva trasformazione dell’acqua nella materia solida che
costituisce il fusto dell’albero. In seguito altri filosofi proposero altre
sostanze come principio originario dell’Universo: alcuni ad esempio
suggerirono l’aria, altri il fuoco.
Alla fine venne trovata una soluzione di compromesso nella sintesi di
tutti gli elementi indicati e fu così che, con l’aggiunta della terra, nacque
la dottrina dei quattro elementi (fuoco, aria, acqua e terra). In realtà
esistevano validi motivi per ritenere che gli elementi stessi fossero
interscambiabili: l’acqua ad esempio, come aveva già fatto notare Talete, si
trasformava in aria attraverso l’evaporazione e l’aria ridiventava acqua
sotto forma di pioggia. Inoltre, riscaldando il legno, questo si trasformava in
fuoco, in fumo (una specie di aria scura) e in cenere, cioè in terra, e così
via. Pareva quindi possibile produrre una trasformazione qualsiasi: si trattava
soltanto di trovare la tecnica adatta.
La teoria dei quattro elementi sostenuta da Empedocle, filosofo greco
nato in Sicilia circa nel
Aria, acqua, terra e fuoco sono concetti primitivi superati dalle nuove
scoperte ma se li sostituiamo rispettivamente con gas, liquido, solido ed
energia finiamo con l’esprimere concetti moderni perché i gas se vengono
raffreddati si convertono in liquidi e se si abbassa ulteriormente la
temperatura i liquidi diventano solidi. Inoltre, il concetto di fuoco come
elemento fondamentale può essere interpretato come “energia”: causa ed
effetto essa stessa delle trasformazioni della materia.
Frattanto veniva discusso un altro problema altrettanto importante: ossia
quello relativo alla divisibilità della materia. Due erano le ipotesi che
prevalevano in quel periodo: secondo la prima di esse era possibile dividere la
materia all’infinito e all’origine dei corpi materiali stava qualche cosa di
immateriale, come ad esempio una non meglio specificata “proprietà
elementare”; l’altra affermava che era possibile suddividere un corpo
materiale solo fino ad un limite finito, cioè fino ad ottenere una particella
minuta e non più divisibile ulteriormente. È facile notare come alla base di
queste due posizioni vi siano aspetti fortemente spiritualistici nella prima di
esse e materialistici nell’altra: si tratta di giudizi tuttora presenti nel
pensiero scientifico moderno.
Sembra che il filosofo ionico Leucippo ( 3. L’ALCHIMIA
Dell’alchimia e degli alchimisti in genere si dà una un’immagine
negativa anche perché questa attività, per molti aspetti oscura, appare
congiunta con la magia e spesso con la religione mentre in realtà essa accumulò,
attraverso una lunghissima serie di errori e di tentativi nel buio, un
patrimonio inestimabile di osservazioni e scoperte; tale fatto costituì
l’indispensabile premessa alla creazione della chimica sistematica moderna che
in un certo senso sta all’alchimia come l’astronomia sta all’astrologia.
L’alchimia sembra aver avuto origine in Egitto dove la conoscenza della
chimica era strettamente connessa con l’imbalsamazione dei morti e i riti
religiosi. Proprio per il fatto che quest’arte misteriosa appariva intimamente
legata alla religione, la gente comune aveva un certo timore e rispetto per le
persone che la praticavano, considerandole seguaci di arti segrete e depositarie
di conoscenze misteriose. Il convincimento che questi personaggi possedessero
poteri superiori finì per accrescere il loro prestigio e forse anche la fiducia
in sé stessi.
L’alone di mistero che avvolgeva il lavoro degli alchimisti ebbe due
aspetti negativi. In primo luogo esso ritardò il progresso in quanto ciascun
ricercatore, non potendo venire a conoscenza del lavoro dei colleghi, non poteva
trarre utili insegnamenti dagli errori altrui o approfittare degli esperimenti
ben condotti da ricercatori onesti e coscienziosi. In secondo luogo dava a tutti
i ciarlatani e agli imbroglioni la possibilità di spacciarsi per studiosi seri
purché parlassero in modo abbastanza incomprensibile. (A ben pensarci ancora
oggi circolano persone che dicono di essere in grado di far accrescere il poco
denaro risparmiato con grandi sacrifici dalla povera gente o di guarire dalle
malattie più gravi !)
Lungo i secoli IV e V l’alchimia pare fosse fiorentissima e il suo
centro principale era ad Alessandria d’Egitto dove era stato edificato un
tempio dedicato alle Muse (il “Museo”) con annessa la più grande biblioteca
dei tempi antichi, in cui erano conservati più di 700.000 libri. Con il
consolidarsi del cristianesimo la “scienza pagana” cominciò però ad essere
considerata con sospetto. Il Museo e la biblioteca di Alessandria subirono gravi
danni in seguito a tumulti cristiani che ebbero luogo dopo il Quattrocento e
alla fine un incendio mandò a fuoco quasi tutti gli scritti che vi erano
custoditi.
Nel Settimo secolo dall’Egitto l’arte alchimistica passò agli Arabi
i quali molto la perfezionarono e soprattutto la trasferirono in Occidente. Essi
pertanto scoprirono e utilizzarono molti procedimenti ancora oggi in uso come ad
esempio la distillazione, la calcinazione e la filtrazione, e produssero anche
alcuni composti come il carbonato di sodio, la potassa e il sale di ammonio.
Inoltre molte parole usate ed arrivate fino a noi come alambicco, alcol,
amalgama, alcalino ed altre ancora derivano dall’arabo.
Passate in Occidente le dottrine alchimistiche si diffusero con grande
rapidità e furono coltivate, oltre che dai soliti ciarlatani, anche da uomini
di reale valore fra i quali va ricordato il frate inglese Ruggero Bacone
(1214-1292) famoso al giorno d’oggi soprattutto per avere chiaramente espresso
la convinzione che, per aspirare al progresso, fosse necessario fondarsi
sull’esperienza e applicare alla scienza metodi matematici. Aveva ragione, ma
i tempi non erano ancora completamente maturi per questo salto di qualità.
I libri che insegnavano quest’arte erano un intreccio di empirismo e
misticismo espresso con un linguaggio enigmatico, pieno di allegorie, metafore,
allusioni e analogie che lo rendevano per lo più incomprensibile. Ma le
pubbliche dimostrazioni degli alchimisti venivano spesso condotte con tanta
consumata maestria da ingannare anche gli osservatori più vigili. I meno abili
o i più ingenui di questi personaggi, tuttavia, pagarono spesso con la vita il
fallimento dei loro esperimenti e le delusioni delle speranze dei loro
protettori: le impiccagioni e i roghi furono frequenti particolarmente in
Germania, regione assai sensibile al sospetto di stregoneria. Spesso le
impiccagioni degli alchimisti bari venivano eseguite su forche dipinte, per
l’occasione e al fine di macabro dileggio, con vernice dorata.
Riguardo ai risultati concreti ottenuti dagli alchimisti, cioè alle
scoperte che hanno dato un contributo al progresso della chimica, è istruttivo
ricordare la definizione che dell’alchimia dette il filosofo e uomo politico
inglese Francesco Bacone (1561-1626), il quale paragonava questa pseudoscienza
che condusse alla chimica, ossia alla vera scienza, alla favola dell’uomo che
rivelò ai figli di aver nascosto l’oro in un luogo non precisato della vigna.
I figli si impegnarono a scavare fra le piante senza tuttavia trovare nulla:
lavorarono però così bene il terreno da ottenere un’abbondante vendemmia. 4. LA FINE
DELL’ ALCHIMIA
Gli alchimisti scoprirono anche molti composti come gli allumi, il
borace, l’etere, il minio e svariati composti del piombo, del ferro e
dell’argento. Introdussero inoltre nell’uso pratico molte apparecchiature da
laboratorio come i crogioli, gli alambicchi e le storte per la distillazione, e
operazioni come il riscaldamento a bagnomaria (così detto perché sperimentato da un alchimista che si
faceva chiamare Maria l’Ebrea, dal nome della leggendaria sorella di Mosè e
di suo fratello maggiore Aronne) e anche rudimentali bilance.
La scoperta degli acidi inorganici peraltro costituì il più importante
progresso compiuto dalla chimica dopo le tecniche di estrazione del ferro dal
minerale. Per il progresso dell’umanità, l’importanza degli acidi minerali
era di gran lunga superiore di quella dell’oro il quale, anche qualora fosse
stato ottenuto attraverso la trasmutazione dei metalli vili, avrebbe perso di
valore a mano a mano che fosse aumentata la sua produzione. Non così con gli
acidi minerali la cui produzione non impressionò molto la gente comune che
vedeva nell’oro il proprio arricchimento, ma rappresentò una scoperta
fondamentale per il progresso tecnologico. Fino a pochi anni fa infatti la
produzione di acido solforico rappresentava l’indice dell’attività
dell’industria chimica di un Paese e, insieme a poche altre materie
fondamentali, come ad esempio l’acciaio, essa rappresenta tuttora
l’indicatore dell’industrializzazione in generale.
Dopo la scoperta fondamentale degli acidi inorganici l’alchimia cominciò
a degenerare anche in Europa, come in precedenza era già avvenuto in Grecia e
presso gli Arabi. La ricerca dell’oro divenne appannaggio quasi esclusivamente
degli imbroglioni anche se vi furono alcuni grandi scienziati che continuarono
ad interessarsi delle pratiche alchemiche. Lo stesso Isaac Newton era dedito
all’alchimia e si affannava a cercare in tutta l’Europa ricette che gli
permettessero di produrre l’oro per trasmutazione.
Il 1543 rappresentò un momento fondamentale per la scienza perché in
quell’anno uscirono due libri che ebbero un ruolo determinante per il
progresso scientifico. Il primo era stato scritto dall’ecclesiastico e
astronomo polacco Niccolò Copernico (1473-1543) il quale, nel suo De
revolutionibus orbium coelestium (“Sulla rivoluzione delle orbite
celesti”), sosteneva che al centro del mondo conosciuto vi era il Sole e non
più
Il secondo libro fu scritto dall’anatomista Andrea Vesalio, nome
italianizzato del fiammingo André van Vésale (1514-1564), che lavorò per la
maggior parte del tempo a Padova. Nel suo monumentale trattato De
humani corporis fabrica Libri septem (“Sulla struttura del corpo umano in
sette libri”) egli contestò il modo di insegnare l’anatomia, che consisteva
nella ripetizione di ciò che aveva affermato Claudio Galeno (il famoso medico
romano vissuto nel II secolo d.C.), senza verificare se le conoscenze
corrispondevano effettivamente alla realtà. Per sostenere le sue idee egli
eseguì personalmente delle dissezioni di cadaveri umani correggendo molti
errori di Galeno. Le tavole anatomiche presenti nel suo libro, eseguite in gran
parte da un allievo di Tiziano, sono così belle e precise da venire utilizzate
ancora oggi dagli studenti di medicina. Vesalio è considerato il padre
dell’anatomia moderna e la sua opera può essere ritenuta rivoluzionaria
quanto lo fu quella di Copernico.
Il simultaneo rovesciamento dell’astronomia e della biologia
greca segnò l’inizio della rivoluzione scientifica che coinvolse anche il
mondo dell’alchimia la quale, da questo momento, si avviò a trasformarsi in
quella che sarà la nuova e feconda scienza: la chimica. Tuttavia per tre o
quattro secoli ancora le due dottrine, alchimia e chimica, continuarono ad
incrociarsi ma mentre l’alchimia cadrà sempre più nel dominio della magia,
la chimica diventerà oggetto di appassionato studio da parte dei dotti.
Tipici rappresentanti del trapasso furono due medici: l’uno tedesco di
nome Georg Bauer più noto come Agricola (che in latino, al pari di Bauer in
tedesco, significa contadino) e l’altro svizzero di nome Theopharastus
Bombastus von Hohenheim più conosciuto come Paracelso, un soprannome che si era
scelto personalmente e che significa “migliore di Celso” (ovvero di uno
scrittore romano di testi di medicina vissuto nel I secolo dopo Cristo).
Agricola si interessò di mineralogia cercando di individuare i possibili
rapporti fra questa scienza e la medicina e in realtà il suo libro, De
re metallica libri XII (“Sulla metallurgia in dodici libri”), è un
ottimo trattato di mineralogia e di lavori metallurgici che ancora oggi non
sfigurerebbe fra i classici della scienza.
Paracelso, curiosa sintesi di genio e follia, affermava che gli obiettivi
fondamentali dell’alchimia non dovevano essere la scoperta di tecniche della
trasmutazione dei metalli ma la preparazione di medicine in grado di curare le
malattie. Egli sosteneva che “ogni corpo consta di tre cose: zolfo, mercurio e
sale.” Ciò che brucia è zolfo, ciò che va in fumo è mercurio e ciò che si
riduce in cenere è sale. Questi tre principi sono presenti nella materia in
determinati rapporti e vengono continuamente consumati e sostituiti attraverso
una serie di procedure complesse controllate da una forza vitale che egli
chiamava archeus. I seguaci di
Paracelso tentarono poi di mettere questi tre principi in relazione con i
quattro elementi aristotelici (terra acqua, aria e fuoco). Infine, per curare le
malattie, egli pensava che quelli che nei tempi andati erano stati i vegetali,
ora dovevano essere sostituiti dai minerali.
5. LA NASCITA
DELLA
CHIMICA
Nonostante i progressi che gli alchimisti avevano ottenuto con la
scoperta di prodotti chimici e tecniche di lavorazione originali a ciò che
definiamo la “chimica” mancava tuttavia, perché essa fosse considerata vera
scienza, il passaggio dalla semplice descrizione qualitativa all’accurata
misurazione quantitativa del fenomeno.
In verità, già ai tempi di Galileo si era avvertita una tendenza della
chimica a costituirsi a disciplina autonoma, affrancata dalla medievale servitù
dell’alchimia e differenziata dalla medicina e dalle cosiddette scienze
naturali (anatomia, botanica, zoologia, ecc.). Più lento e meno netto, come
vedremo, fu il distacco dalla fisica. Del resto ancora oggi in molti ritengono
che la chimica costituisca una branca della fisica e in effetti l’insegnamento
di questa disciplina richiede che vengano impartite preliminarmente alcune
basilari nozioni di fisica.
Gli esperimenti di Galileo sulla caduta dei gravi che dimostravano come i
corpi cadano con velocità indipendente dal loro peso, al contrario di quanto
sosteneva Aristotele (per il quale la velocità di caduta dei gravi era
direttamente proporzionale al loro peso) provarono che il grande filosofo di
Stagira era soggetto a sbagliare come un comune mortale. Gli esperimenti
galileiani mettevano infatti in luce che il primo atto della ricerca della verità
stava nell’osservazione dei fatti che si vogliono studiare, e che
l’osservazione medesima si concretizza nella esecuzione di misure quantitative
delle grandezze interessate al fenomeno.
Frattanto in tutto il mondo occidentale si era verificata una serie di
avvenimenti veramente eccezionale che avrebbe cambiato il modo di pensare e di
agire dell’umanità. La scoperta dell’America, la rivoluzione copernicana,
l’invenzione della stampa (che consentiva di produrre libri a buon mercato e
in gran quantità), l’inizio della rivoluzione industriale e
Il risultato di questa svolta decisiva nell’atteggiamento intellettuale
dello studioso è il raggiungimento della convinzione che le scienze possono
essere qualificate come tali solo quando, e solo se, utilizzano come metodo per
arrivare alla conoscenza quello sperimentale. E fra le scienze avrà modo di
affermarsi, acquisendo sempre maggiore autonomia, vigore e potenza, anche la
chimica.
Alcuni fanno nascere la chimica moderna con l’irlandese Robert Boyle
(1627-1691), che nel 1661 scrisse un’opera dal titolo The
Sceptical Chymist (il “chimista” scettico) con la quale invitava i
ricercatori a non accettare ciecamente le antiche conclusioni che erano state
raggiunte con ragionamenti basati su premesse arbitrarie e quindi li invitava a
fidarsi solo delle proprie osservazioni e dei propri esperimenti; nello stesso
tempo attaccava gli alchimisti per il loro modo di scrivere volutamente involuto
e poco comprensibile.
Contestualmente alle riserve mosse agli alchimisti per il loro modo
di esprimersi, egli inviava una lettera al governo del suo Paese per ottenere la
revoca delle leggi contro la produzione alchimistica dell’oro che erano state
emanate dal Parlamento di quel Paese nel 1400. Nella missiva il grande
scienziato irlandese spiegava che non si doveva ostacolare l’avanzare delle
conoscenze umane e la ricerca di nuovi e più sicuri elementi, anche se diversi
da quelli aristotelici.
Boyle in verità per primo nel mondo scientifico formulò una definizione
precisa di elemento chimico che esprimeva nei seguenti termini: “Io intendo
per elementi certi corpi primitivi e semplici, che costituiscono gli ingredienti
di cui sono fatti tutti gli altri corpi chiamati composti, e nei quali questi
ultimi possono essere risolti”. Tale definizione è valida ancora oggi: si
tratta solo di sostituire la parola “corpi” con “sostanze”. I corpi
infatti sono oggetti materiali dotati di massa, forma e dimensioni mentre
sostanza è la materia che costituisce detti corpi (ad esempio un bastone di
legno è un corpo, il legno di cui è costituito il bastone è una sostanza).
In termini più espliciti ed attuali il chimico irlandese affermava che
composti sono le sostanze che si possono scomporre in sostanze più semplici,
mentre elementi sono sostanze che non si possono ulteriormente scomporre. Il
gesso, ad esempio, è un minerale di formula chimica CaSO4 che si può
scomporre in calcio (Ca), zolfo (S) ed ossigeno (O), tutti elementi questi
ultimi che in realtà Boyle non conosceva, come ovviamente non conosceva nemmeno
la formula chimica del composto. Oggi sappiamo che il gesso è un composto
mentre calcio, zolfo e ossigeno sono elementi.
Il semplice fatto che Boyle fosse favorevole al metodo sperimentale nella
definizione degli elementi non significa che egli sapesse quali erano i vari
elementi. In verità Boyle non aveva individuato nemmeno un elemento ed anzi
pensava che i metalli non fossero elementi e per tale motivo riteneva che questi
corpi potessero trasformarsi gli uni negli altri come auspicavano gli
alchimisti. Per quanto lo riguardava egli non escludeva che il metodo
sperimentale dimostrasse che i quattro elementi dei Greci (fuoco, aria, acqua e
terra) fossero effettivamente degli elementi semplici. 6. LE MISURE
Stahl sosteneva inoltre che, nei metalli, la formazione della ruggine era
un fenomeno simile alla combustione del legno e quindi anche i metalli
contenevano flogisto mentre le rispettive ruggini ne erano prive. Oggi la
trasformazione del metallo in ruggine per riscaldamento si chiama calcinazione e
corrisponde ad una ossidazione.
I processi di combustione (a cui si può assimilare la respirazione) e
quelli di calcinazione sono simili nella forma ma non nella sostanza. Infatti
essi portano a risultati ponderali opposti perché il prodotto della combustione
(la cenere) è più leggero del combustibile (il legno) mentre la calce
(l’ossido) è più pesante del metallo.
Ora, nel caso della calcinazione, anziché dare al fenomeno la
spiegazione più logica (ossia quella che con il riscaldamento all’aria vi era
qualcosa che entrava nel metallo) i sostenitori della teoria di Stahl
affermavano che in questo caso il flogisto aveva peso negativo così che quando
usciva dal metallo, e si formava la calce, questa pesava di più del metallo di
partenza.
La soluzione del paradosso fu trovata dal grande chimico Antoine Laurent
Lavoisier il quale nacque a Parigi nel 1743 da una ricca famiglia della
borghesia francese. Dopo aver compiuto studi classici nel Collegio delle Quattro
Nazioni di Parigi, si laureò in legge senza però mai trascurare lo studio
delle scienze naturali. Alla morte della madre ereditò una notevole somma di
denaro che investì nella Ferme Générale, un’organizzazione di finanzieri
che aveva in appalto la riscossione delle imposte indirette. Lavoisier purtroppo
visse in un’epoca di profondi sconvolgimenti sociali ed economici, dai quali
gli scienziati non furono di certo immuni.
Nel 1793, soppressa l’Académie Royale des Sciences di cui faceva
parte, Lavoisier fu arrestato dal governo rivoluzionario, insieme con tutti i
membri della Ferme Générale e ghigliottinato l’anno successivo. A chi
tentava di ottenergli la grazia fu risposto, con un’ottusità valida ancora
oggi in tante parti del mondo e purtroppo anche nel nostro Paese, che “
Gli esperimenti di calcinazione pertanto furono condotti da Lavoisier con
il riscaldamento del mercurio in presenza di aria ed essi davano, come prodotto,
la calce di mercurio, ossia l’ossido. Le misure ponderali molto precise
dimostravano che il metallo aumentava di peso e l’aumento corrispondeva
esattamente alla diminuzione in peso dell’aria che aveva partecipato alla
reazione. Viceversa, riscaldando la calce di mercurio ad una temperatura un
po’ superiore a quella utilizzata nella operazione contraria, si ripristinava
il metallo e si liberava una quantità di aria esattamente uguale a quella che
si era consumata nella calcinazione. In questo modo Lavoisier pervenne alla
formulazione della legge della conservazione della massa la quale con parole
semplici afferma che “in natura nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto
si trasforma”.
Inoltre, dopo aver passato in rassegna tutti i fenomeni che comportano
assorbimento e fissazione di aria (combustione, calcinazione e respirazione)
Lavoisier poté dimostrare che nell’aria è presente un elemento particolare
cui fu dato il nome di ossigeno (parola che in greco significa “generatore di acidi”
perché si pensava, sbagliando, che fosse presente in tutti gli acidi) mentre ciò
che rimaneva dopo che dall’aria era stato sottratto l’ossigeno venne
chiamato azoto (parola che in greco
significa “senza vita” perché gli animali posti in un ambiente saturo di
quel gas morivano e le candele accese si spegnevano). |
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