|
|
|
L’EUTANASIA
Eutanasia
è una parola composta da due termini greci: êu
che significa “bene” e thánatos
che significa “morte”, pertanto potremmo definirla “buona morte”. Una
morte dolce e dignitosa era accettata, nel pensiero filosofico antico, con
spirito sereno, e veniva intesa come perfetto compimento della vita. Invece, nel
presente contesto, eutanasia equivarrà a “diritto di morire”, quindi ad un atto volontario
che riguarda unicamente la persona che liberamente e responsabilmente prende
questa decisione. La
vicenda triste e per alcuni versi drammatica di Piergiorgio Welby ha avuto sui
media una vasta risonanza che è servita a fare uscire il problema
dell’eutanasia dalla cerchia ristretta degli addetti ai lavori. Welby è morto
il 20 dicembre del 2006 per il distacco, come lui stesso in più occasioni aveva
chiesto, delle macchine che lo tenevano in vita. Dopo pochi giorni avrebbe
compiuto 61 anni e da quaranta era malato di distrofia muscolare che nel tempo
si era andata sempre più aggravando. Di padre scozzese, il quale era venuto in
Italia per giocare al calcio nella Roma in serie A, Welby nell’ultima fase
della malattia era costretto a letto inibito a qualsiasi movimento del corpo ad
eccezione degli occhi e la sua sopravvivenza era assicurata unicamente da un
respiratore automatico, al quale era collegato da dieci anni, e da una forma di
nutrizione artificiale. Peraltro
l'argomento presuppone che si parli prima della morte, un
evento che da che mondo è mondo colpisce senza distinzione tutti gli esseri
viventi, in questa sede tuttavia parlerò non tanto della morte degli altri,
quanto piuttosto della mia. 1. VITA E MORTE L’uomo
tuttavia all’enigma della morte ha sempre risposto ipotizzando un aldilà cioè
una vita futura. Alcuni credono nella reincarnazione, altri in una resurrezione
di anima e corpo che li introduca in un mondo nuovo e migliore, altri ancora in
una specie di immortalità. Tutto ciò è dimostrato dai riti che accompagnano
la sepoltura in tutte le parti del mondo e in tutte le epoche. Perfino l’uomo
di Neanderthal seppelliva i morti con cura dimostrando di credere in una vita
futura del defunto. Vi
sono naturalmente anche quelli, come me, che non credono in una vita dopo la
morte. Costoro credono che dopo morto l’uomo ritorni ciò che era stato prima
del concepimento cioè materia inanimata, terra. “Perché da essa sei stato
tratto; perché sei polvere e in polvere tornerai” questo è l’ammonimento
contenuto nel passo della Genesi 3,19, per ricordare all’uomo l’origine e il
destino del suo corpo ed io aggiungo che la decomposizione avviene o molto
lentamente attraverso un lungo processo biochimico oppure attraverso
l’immediata trasformazione fisica prodotta dalla cremazione. Ed io
personalmente sono favorevole a quest’ultima soluzione. Cosa
rimarrà di noi dopo la morte? Dipende molto da come si è vissuti. Molti
lasciano dei figli, altri delle opere d’arte, altri ancora dei ricordi più o
meno belli nelle persone che li hanno amati oppure brutti nelle persone
che hanno concepito per essi tutt'altro sentimento, per alcuni c’è la completa indifferenza della gente. Con
il passar del tempo nella maggior parte dei casi il ricordo del defunto si
attenua fino a cessare del tutto. L’argomento
della morte, come di tante altre cose che riguardano l’esistenza umana, negli
ultimi anni è cambiato. Basta andare indietro di due o tre secoli per rendersi
conto di quanto profondo sia stato questo cambiamento. Verso la metà del 1700
nel nostro Paese circa un quarto dei morti era costituito da neonati e il 50 per
cento aveva un’età compresa fra 0 e 20 anni mentre solo una percentuale
minima superava quella che oggi è l’età media della vita dell’uomo.
I bambini che oggi muoiono entro il primo anno di vita non sono più il
23% come era 200 anni fa, ma meno dell’uno per cento e le persone che muoiono
prima dei vent’anni sono solo l’1,6 per cento, nonostante il numero elevato
degli incidenti d’auto che coinvolgono soprattutto i giovani. Di contro le
persone che muoiono oltre l’età di vita media sono quasi il 50 per cento del
numero complessivo dei decessi e, per convincersi, basta leggere i necrologi sulla
pagina speciale di molti quotidiani. Per noi oggi vivere oltre gli ottanta anni
è quasi un evento normale e la morte non è più provocata, come avveniva in passato, da
catastrofi naturali, epidemie, carestie e guerre che colpivano prevalentemente i
giovani ma sopraggiunge al termine di una vita molto lunga. Naturalmente questo
succede solo nei Paesi altamente industrializzati mentre nei Paesi poveri la
vita mediamente è molto più breve, tanto che possiamo dire che qui da noi si
vivono due vite: una prima da
La durata della vita è quindi notevolmente aumentata nell’ultimo
secolo e con essa si è realizzato anche quello che potremmo chiamare il
“prolungamento della morte”. Vediamo di cosa si tratta.
Com'è ovvio, il protrarsi dell'esistenza umana è innanzitutto
giustificato da quelle malattie che, con il miglioramento delle condizioni di
vita, il rispetto scrupoloso delle norme igieniche e i progressi della medicina
in gran parte sono scomparse e le restanti sono curabili e quasi sempre
guaribili. Tuttavia questi progressi hanno anche allungato il periodo di tempo
compreso fra l’inizio e la fine di alcune malattie importanti o quello
conseguente ad incidenti molto gravi che hanno compromesso le normali attività
vitali. Questo periodo di tempo molto lungo se da un lato è ben accetto perché
concede la speranza di un completo recupero, d’altro lato prevede fasi di
trattamento difficili da sopportare.
Passiamo ora alla vecchiaia la quale, come abbiamo visto, si è
notevolmente prolungata. L’invecchiamento di per sé non è una malattia,
tuttavia mentre i giovani normalmente soffrono di una malattia per volta, gli
anziani spesso sono colpiti da più malattie contemporaneamente. Potendo evitare
o tenere sotto controllo molti acciacchi tipici dell’età avanzata oggi è
normale aspettarsi che l’uomo invecchi e di conseguenza che muoia non di
malattia ma al termine di un periodo più o meno lungo di declino e di
progressivo deperimento.
Attualmente la morte viene quindi considerata una fase naturale e normale
della vita come è l’infanzia, la giovinezza e la maturità: essa cioè non è
causata da interventi esterni ma è interna alla vita stessa. Ed è proprio di
questa morte che intendo parlare.
2. IL TESTAMENTO BIOLOGICO
Non mi sono affermato in alcuno degli sport praticati ma nel complesso
tutta questa attività fisica è servita per allontanarmi dallo studio nel quale
ho cominciato ad impegnarmi solo dopo i vent’anni: da quel momento non ho più
smesso di studiare, di leggere e di approfondire soprattutto argomenti
scientifici. Ancora oggi leggo molto e con i miei scritti penso di poter essere
di qualche utilità, soprattutto ai giovani, attraverso gli argomenti scientifici
che ho inserito nel mio sito.
Quando avevo 20 o 30 anni, credevo di essere immortale e l’idea della
morte mia o dei miei cari non mi sfiorava nemmeno; da alcuni anni invece penso alla morte anche perché non vorrei finire
nel modo in cui hanno concluso la loro esistenza i miei genitori. Mio padre è
morto relativamente giovane, aveva 75 anni, ed aveva vissuto gli ultimi anni
passando da un ospedale all’altro colpito da una serie di traumi fisici (aveva
avuto un infarto e si era rotto un femore in seguito ad una caduta) che hanno
finito per logorarlo oltre che nel fisico anche nella psiche. Alla fine
l’Alzheimer ebbe il sopravvento sulle sue qualità intellettive che erano
notevoli e dopo un alternarsi di incoscienza, di smarrimento e di demenza, finì
in una situazione irrecuperabile. Ricoverato in un ospedale convenzionato
gestito da religiosi, dove occupava un letto in una stanzetta tutta sua, era
diventato un ingombro di cui era necessario liberarsi anche per fare posto a
nuovi malati che avevano maggiore possibilità di guarigione. Gli vennero così
sospese le terapie e l’alimentazione endovena che lo manteneva in vita e nello
spazio di un paio di giorni morì. Fu una forma di eutanasia cosiddetta
“passiva” (ma per alcuni, il recedere dalle cure non deve essere considerata
eutanasia) che i famigliari accettarono con rassegnazione nella consapevolezza
che ormai la persona non si sarebbe più ripresa e d’altra parte in quelle
condizione non poteva nemmeno essere riportata a casa. Raccontava mio nonno (il
padre di mio padre) che soffrire per guarire si poteva ritenere un sacrificio
ancora accettabile, ma soffrire per morire era completamente assurdo e ingiusto.
Nei periodi passati in casa, mia madre accudiva il marito con grande
slancio e generosità ma la fatica fisica che comportava lo spostamento di un
uomo non più autosufficiente per una donnina piuttosto minuta finirono per
indebolire il fisico e fare ammalare lei stessa che terminò i suoi giorni
all’età di novanta anni intellettivamente lucida ma impossibilitata a
qualsiasi attività perché quasi cieca, muta e costretta a passare dal letto
alla poltrona accudita dalla figlia e da una badante. Una sera le sue condizioni
si aggravarono, venne ricoverata in ospedale e la mattina seguente morì.
A causa di queste esperienze negative non vorrei finire nelle condizioni
in cui hanno concluso la loro esistenza i miei genitori ed è per tale motivo
che sono favorevole all’eutanasia. Mi ha fortemente colpito la vicenda di
Indro Montanelli giornalista molto considerato anche da chi non condivideva le
sue idee, ma apprezzato soprattutto come persona coerente e di sani principi.
Dall’ospedale in cui era ricoverato, quattro giorni prima di morire, egli inviò
una lettera di commiato ai suoi lettori in cui esprimeva anche le sue ultime
volontà. In quella lettera il grande giornalista manifestava il desiderio di venire cremato e
che le sue ceneri fossero raccolte in un’urna da riporre sopra la tomba di sua madre.
Chiedeva inoltre a tutti gli amici di esimersi dalle cerimonie religiose e dalle
commemorazioni civili. Le sue volontà furono rispettate.
In precedenza, ad un lettore della rubrica che teneva sul Corriere della Sera
che lo criticava per un presunto suo giudizio negativo nei confronti della Chiesa,
egli rispose di non aver mai contestato alla Chiesa il suo diritto di rimanere
coerente alle direttive contenute nei Testi Sacri ma piuttosto biasimava la
pretesa di imporre gli stessi comandamenti anche alle persone che non sono
credenti di quella religione. In Italia, oltre ai cattolici, vivono gli
agnostici
come è il sottoscritto, gli atei e molte altre persone che seguono diverse
religioni. Tutti questi cittadini hanno diritto di pensare ed agire in modo
difforme dagli insegnamenti della Chiesa cattolica e di vedere rispettato il
loro credo come peraltro è previsto anche dalla Carta costituzione. Ad esempio, i testimoni di Geova non vogliono che
venga loro trasfuso il sangue e i medici rispettano questa richiesta anche se ciò
dovesse comportare un rischio grave per la vita di questi loro pazienti.
In più occasioni mi è stato chiesto per quale motivo non credo.
Rispondo che non credo perché non posso. Credevo quando ero piccolo e non solo
a quanto era scritto nei Libri Sacri ma a qualsiasi fiaba o storiella mi venisse
raccontata: credevo anche alla Befana, ma in quel caso forse lo facevo per
interesse. Non ero in possesso degli strumenti culturali sufficienti per
contestare ciò che mi veniva narrato come fatto realmente accaduto. In verità
qualche dubbio su ciò che apprendevo lo avevo anche a quel tempo. Ricordo la
storia del piccolo scrivano fiorentino di cui avevo letto nel libro “Cuore”.
Ebbene in quel libro si raccontava la storia assurda di questo bambino che si
svegliava la notte ed andava ad integrare il lavoro del padre copiando nel
librone a lume di candela alcune pagine con una grafia che assomigliava
perfettamente a quella del genitore; questi, benché non anziano e
verosimilmente non digiuno di una certa erudizione, non si accorgeva di nulla,
mostrando, a mio avviso, di essere del tutto rimbambito. In seguito alle mie
rimostranze qualcuno ha risposto spiegandomi che la storiella non doveva essere presa alla
lettera ma interpretata come un esempio da seguire da parte dei
bambini che devono essere riconoscenti per i sacrifici dei genitori. Su questo
siamo d’accordo, ma intanto la storia non era vera.
Montanelli era favorevole all’eutanasia e riteneva che lo Stato avrebbe
dovuto promulgare una legge che non punisse il medico o una qualsiasi altra
persona che avesse aiutato a morire un malato terminale se ciò fosse stato
chiesto espressamente dalla persona condannata a sofferenze inaudite e
umiliazioni intollerabili. Il vecchio giornalista negli ultimi anni di vita si
era battuto quasi da solo a favore dell’eutanasia che considerava uno dei
diritti fondamentali dell’individuo come sono il diritto allo studio, al
lavoro, alla procreazione responsabile, ad esprimere i propri convincimenti
politici e soprattutto alla libertà.
Io condivido molto le idee del giornalista toscano e in particolare
rivendico il diritto di andarmene appena viene il buio, decidendolo però in
anticipo, quando la luce è ancora accesa, attraverso quello strumento che si
chiama “testamento biologico”, perché una tale scelta nel crepuscolo
diventa difficile se non impossibile da prendere. So bene che il testamento
biologico in Italia non ha alcun valore giuridico ma mi conforta la proposta
contenuta nella Convenzione di Oviedo, ratificata da molti Paesi europei e anche
dall’Italia nel
La morte non mi fa paura, temo di più il dolore e la sofferenza, ma non
è nemmeno questo il problema maggiore: io non vorrei che una persona d’animo
buono si sacrificasse per accudire un vecchio incapace di un pensiero logico e
coerente, con regressioni infantili, bavoso e incontinente. 3.
Una decina d’anni fa si è costituita a Torino una associazione
chiamata Exit il cui scopo principale era quello di promuovere un dibattito
sull’eutanasia al fine di un suo riconoscimento legale. L’anno seguente alla sua nascita, l’associazione è stata riconosciuta dalla Federazione
mondiale delle Right-to-Die Societies
(le società sul diritto di morire) cioè da quell’organizzazione la quale
raduna in sé una quarantina di associazioni di tutto il mondo che si battono
per una legge che garantisca il diritto alla morte dignitosa. Nel
Nel testamento biologico vengono espressi chiaramente tre obiettivi
essenziali: il diritto alla cura del dolore, il diritto di rifiutare
l’accanimento terapeutico e il diritto all’eutanasia volontaria.
Naturalmente vi è anche la possibilità di richiedere solo uno o l’altro di
questi diritti, nonché quello di revocare o modificare in qualsiasi
momento, anche oralmente, la dichiarazione di volontà. Naturalmente l’invito
è rivolto esclusivamente ai malati gravi, agli invalidi gravi e alle persone in
età molto avanzata. Ne sono escluse pertanto le persone, soprattutto giovani,
in cui spesso il desiderio di morire si basa su motivazioni irrazionali oppure
è causato da depressione o da altri fattori a cui è possibile porre rimedio.
Nel 1999 venne costituita ufficialmente Exit-Italia la quale in quella
circostanza adottò la denominazione e lo statuto tuttora in vigore. Negli anni
successivi l’associazione si consolidò ulteriormente, diffuse le proprie
idee in tutto il territorio nazionale e vi aderirono molti intellettuali fra cui Indro Montanelli, che morirà nel 2001. Frattanto
venne anche formulata la prima proposta di legge a favore del testamento
biologico che proprio in questi giorni dovrebbe essere discussa in Parlamento.
È importante che questa legge venga approvata al più presto sia per
evitare di essere ancora una volta il fanalino di coda degli altri Paesi
europei, alcuni dei quali, come Olanda e Belgio, sono già in possesso di leggi
e di direttive che affrontano il problema, ma soprattutto perché - coloro che
ne hanno i mezzi - non siano costretti ad andare
all’estero per trovare una morte dignitosa.
All’Olanda, in cui la legge sull’eutanasia fu approvata nel 2001 ed
entrò in vigore l’anno seguente, seguì il Belgio che fu il secondo Paese
europeo a legalizzare l’eutanasia seppure con qualche limitazione. In nessun
altro Paese europeo l’eutanasia è legale, tuttavia in alcuni di essi sono
previste pene attenuate per il suicidio assistito o per l’omicidio del
consenziente.
Il Italia l’eutanasia è vietata e viene equiparata
all’omicidio del malato anche se consenziente, come è stato nel caso di
Piergiorgio Welby. È invece tollerata, come abbiamo detto, l’eutanasia
“passiva”, nel senso della rinuncia alle cure inutili.
Il momento sembra favorevole ad aprire sull’argomento un confronto
serio ed ampio, ma, come spesso è avvenuto in passato, una discussione nata e
condotta sull’onda dell’emotività tende a spegnersi molto presto e
difficilmente porta ad una valutazione serena e obiettiva dei problemi. 4.
Di recente il cardinale Carlo Maria Martini, vecchio e malato (ha 80 anni
e soffre del morbo di Parkinson) citando due passi del Catechismo della Chiesa
cattolica, forse a causa proprio del suo stato di salute, ha preso una posizione
possibilista su questo argomento affermando che è di grandissima importanza
distinguere fra eutanasia e astensione dall’accanimento terapeutico.
L’intervento del Cardinale Martini è stato immediatamente stroncato dal
presidente della Cei cardinale Camillo Ruini, il quale si è affrettato a
ribadire che è eutanasia anche l’omissione di una terapia efficace e dovuta
la cui privazione causi la morte. Il cardinale Ruini in quell’occasione ha
anche giustificato quella che lui ha chiamato la “sofferta decisione” di non
concedere il funerale religioso a Welby con il fatto che il defunto, fino alla
fine, ha perseverato lucidamente e consapevolmente nella volontà di porre
termine alla propria vita.
È noto che in Olanda certi sacerdoti cattolici accettano, in ospedale e
a domicilio, di prendere parte a delle eutanasie volontarie e alcuni medici –
come io stesso ho sospettato nel caso di mio padre al quale sono state sospese
le terapie senza che fosse chiesto il consenso dei familiari e tanto meno del malato –
praticano l’eutanasia anche in Italia in ospedali ufficialmente gestiti da religiosi.
Nel lontano 1957 papa Pio XII ad un gruppo di medici, che gli
avevano chiesto se fosse permessa dalla religione e dalla morale cattolica la
soppressione del dolore per mezzo di narcotici, anche se ciò dovesse abbreviare
la vita del paziente malato terminale, rispondeva che, qualora non fossero
esistiti altri mezzi per alleviare le sofferenze del malato e se ciò non avesse
impedito l’adempimento di altri doveri religiosi e morali, l’intervento
sarebbe stato da ritenersi lecito. Secondo alcuni esponenti del mondo cattolico, la
risposta che dette papa Pacelli rappresentava una via d’uscita al divieto di
eutanasia ma in anni successivi il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della
Congregazione per la dottrina della fede, che in seguito diverrà papa con il
nome di Benedetto XVI, smentì in modo categorico l’apertura al dialogo di Pio
XII condannando senza possibilità di replica l’eutanasia. L'autorevole
teologo affermò pertanto che
niente e nessuno può autorizzare l’uccisione di un essere umano innocente,
feto o embrione che sia, bambino, adulto, vecchio o malato incurabile e nessuno
può chiedere questo gesto per sé stesso o per altro affidato alla sua
responsabilità. Nelle parole del cardinale vi era anche un forte richiamo al
valore del dolore come mezzo salvifico di Dio.
A proposito del dolore come mezzo per espiare i propri peccati si sono
accumulati nel tempo molti pregiudizi di natura morale derivanti da contorte
interpretazioni della dottrina cristiana. In realtà è molto improbabile che le
sofferenze causate da un dente cariato abbiano mai elevato moralmente nessuno:
il dolore fisico rende anzi l’uomo cattivo, intollerante, incapace di
ragionare e solo per queste conseguenze andrebbe combattuto con tutti i mezzi.
Il dolore ha indubbiamente una funzione di campanello d’allarme, di “spia”
che si accende per indicare che qualche cosa nell’organismo non va ma quando
raggiunge vertici paurosi come in alcuni tipi di tumori perde la sua funzione di
utilità concreta.
È talmente pesante la pressione della Chiesa sulla coscienza dei
credenti che, nel caso di Piergiorgio Welby, come abbiamo accennato, essa è arrivata
al punto di negargli il funerale religioso chiesto dalla vecchia madre e dalla
sorella, credenti ed entrambe praticanti, quando invece lo stesso viene concesso alle
persone morte suicide e perfino a mafiosi e assassini. Non ha fatto scandalo la
concessione degli onori funebri e della sepoltura nella cripta di
Sant’Apollinare ad uno dei capi della banda della Magliana mentre era ritenuto
giusto non fare entrare in chiesa Welby che non aveva fatto del male a nessuno.
La moglie di Welby, all’indomani del rifiuto del cardinale Ruini di far
celebrare il rito funebre religioso al marito gli ricordò che papa Giovanni
Paolo II, quando stava per morire, rifiutò l’applicazione di un respiratore
artificiale preferendo ritornare alla “casa del Padre”. Essa
fece notare che la scelta del papa non era molto diversa da quella del suo
Piergiorgio ma per la gerarchia cattolica evidentemente non era così: rifiutare
in partenza un trattamento non è lo stesso che interromperlo. Per tutti i
comitati etici del mondo invece, il non intraprendere e il sospendere il
trattamento sono due azioni moralmente equivalenti anche se è molto più facile
per un medico decidere di non intraprendere che sospendere una terapia.
Concordo con il commento di Vittorio Feltri, direttore del quotidiano
“Libero”, in risposta ad un articolo, legato alla vicenda di Welby, scritto da un
avvocato evidentemente malato di protagonismo. Questi, nell’articolo che trovò
ospitalità nel giornale di Feltri, faceva gratuito sfoggio di erudizione e
nello stesso tempo esprimeva banalità del tipo “l’eutanasia è un omicidio
ed io non mi presterei mai a praticarla nemmeno se me lo ordinassero dieci
Parlamenti messi insieme”. Ma nessuno glielo chiederà mai!
All’avvocato Feltri ribatteva dicendo che è “facile filosofeggiare
sulla pelle sofferente degli altri. Facile amare la vita quando si sta bene”.
E concludeva affermando che se un giorno si venisse a trovare nelle condizioni
in cui si era ridotto il povero Welby anch’egli avrebbe desiderato la morte.
Naturalmente la sua morte mentre gli altri erano liberi di tenersi la loro vita
e di farsene quello che volevano.
Per concludere, vorrei tranquillizzare gli amici e le persone che mi
conoscono sulle mie condizioni fisiche e psichiche al fine di eliminare ambiguità
e malintesi. Affermo con forza e in modo inequivocabile che amo la vita, che
godo di ottima salute, che non soffro di depressione e che la testa funziona
bene, certamente meglio di come funzionava quando avevo vent’anni. Tutto ciò
che ho affermato sul modo in cui vorrei concludere i miei giorni non riguarda il
presente ma eventualmente un futuro lontano, il più lontano possibile. |
|
|