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LE
TEORIE EVOLUZIONISTICHE
Lo spettacolare sviluppo delle applicazioni pratiche della ricerca
scientifica può indurre molte persone, anche di buon livello culturale, a
ritenere che il progresso tecnico costituisca l’obiettivo principale della
scienza.
La scienza invece non è orientata esclusivamente verso la ricerca di
applicazioni delle sue scoperte ma consiste fondamentalmente in uno sviluppo di
idee, di teorie il cui primo scopo è quello di cercare di spiegare i fenomeni
che si realizzano nel mondo in cui viviamo.
L’evoluzionismo è un classico esempio di teoria puramente scientifica
che non ha avuto e non ha applicazioni pratiche dirette e che tuttavia ha
destato fin dal suo nascere risonanza enorme e ancora oggi suscita contrasti e
polemiche in tutto il mondo.
Attualmente vi sono ad esempio molti Americani che non pensano vi possa
essere stato un processo evoluzionistico che ha modificato nel tempo le forme
viventi ma credono che gli uomini e tutte le altre specie viventi siano state
generate da un Creatore Divino esattamente come le vediamo oggi. Costoro si dicono creazionisti, anzi, senza comprendere l’incoerenza della
definizione, “creazionisti scientifici” e il loro potere politico è tale che
sono riusciti a convincere i governi di alcuni stati come l’Arkansas, la California
e
Anche in Italia non mancano i detrattori di Darwin: nel gennaio del 2004 il
Ministro della Pubblica Istruzione, Letizia Moratti, su suggerimento di alcuni
consulenti di area cattolica, ha tolto dai programmi delle scuole medie
inferiori lo studio della teoria evoluzionistica adducendo a pretesto la
necessità di far precedere i fatti sperimentali alle teorie che li
interpretano. Secondo gli esperti pedagoghi del Ministro, i giovani, al di sotto
dei 14 anni, non sarebbero quindi in grado di comprendere appieno l’aspetto
speculativo della ricerca: gli stessi esperti, coerentemente, avrebbero dovuto
consigliare il Ministro di togliere in quelle scuole anche l’insegnamento di
tutte le altre teorie scientifiche (big bang, deriva dei continenti,
atomico-molecolare e via dicendo).
La censura ha scatenato una valanga di proteste del mondo scientifico
fino a costringere il Ministro a nominare una commissione di saggi al fine di dirimere la questione. Alla conclusione dei lavori, il presidente della
commissione, il premio Nobel Rita Levi Montalcini, inviò al Ministro un
documento in cui si sosteneva non solo che andava ripristinato l’insegnamento
dell’evoluzionismo nella scuola media, ma che esso avrebbe dovuto essere esteso anche a quella elementare: un
vero e proprio boomerang per i censori. A rincarare la dose, il gruppo di
esperti ha auspicato anche un potenziamento dell’insegnamento delle scienze
naturali in tutti gli ordini e gradi della scuola di Stato. 1.
Charles trascorse i primi anni di vita in apparente serenità
all’interno di una solida ed agiata famiglia borghese. Frequentò le scuole di
primo grado per la verità senza troppo successo: era stato giudicato – come
egli stesso ricorda – un ragazzo mediocre, un po’ al di sotto del livello
intellettuale medio. Egli si applicava poco e certamente senza entusiasmo perché
riteneva estremamente noiose le lezioni mentre era attratto dagli spettacoli che
offriva la natura dall’osservazione della quale apprendeva nozioni
scientifiche che gli sarebbero state di grande utilità in futuro. Si dilettava
anche di fare raccolta delle cose più disparate come conchiglie, minerali e
uova di uccelli (limitandosi a prenderne uno solo da ogni nido), ma collezionava
pure monete e francobolli.
La morte della madre, quando Charles aveva da poco compiuto otto anni, lasciò la famiglia priva di una presenza capace di
equilibrare quella paterna. Il padre era infatti una figura dalla personalità
complessa e autoritaria che tuttavia fu sempre amato e rispettato dal figlio. Anche con le sorelle
il ragazzo incontrò
alcune difficoltà in particolare con la maggiore, Caroline, la quale, dopo la
morte della madre, si dedicò con abnegazione ma anche con severità alla sua
educazione.
Il padre avrebbe desiderato per il figlio la stessa carriera di medico
che a lui e al suo genitore aveva dato agiatezza e soddisfazioni sul piano umano
e sociale; con questo convincimento, lo ritirò dalla scuola un po’ prima che
terminasse gli studi medi e lo mandò ad Edimburgo dove studiava medicina suo
fratello maggiore, perché si iscrivesse anch’egli alla stessa facoltà.
I corsi universitari non migliorarono il carattere del ragazzo che non
dimostrò interesse per le materie di studio da lui giudicate, anche in questo
caso, scialbe e impartite da insegnanti altrettanto scialbi e banali. Le uniche
lezioni che frequentava con piacere erano quelle di chimica forse perché, nei
tempi della scuola dell’obbligo, aveva condotto piccoli esperimenti su sostanze
allo stato gassoso insieme con il fratello maggiore in un laboratorio allestito
all’interno di un capanno ubicato nel giardino di casa. Gli esperimenti erano
spesso così puzzolenti che essendosi diffusa la notizia a scuola, i compagni
gli attribuirono il soprannome di “Gas”.
Invece di seguire le lezioni Charles preferiva frequentare le società
naturalistiche e mediche, che gli offrivano l'opportunità di fare amicizia con diversi giovani appassionati di
scienze naturali dai quali apprese nozioni interessanti anche se non tutte
condivisibili. Da uno di questi amici, che nutriva la massima ammirazione per le
idee di Lamarck, venne a conoscenza della teoria evoluzionistica dello
scienziato francese senza però rimanerne minimamente influenzato. Egli aveva
letto in precedenza il libro Zoonomia scritto dal nonno Erasmus in cui si sostenevano idee
analoghe senza che anche in questo caso venisse colpito particolarmente. Il suo
interesse più forte era indirizzato verso le passeggiate a cavallo e
soprattutto la caccia che rappresentava a quel tempo il suo impegno dominante.
La passione per la caccia e il disinteresse per la medicina preoccupavano
il padre che temeva di vedere il figlio finire senza arte né parte e quindi gli
propose la carriera ecclesiastica. Charles, che a quel tempo aveva 18 anni,
all’inizio fu titubante ma poi l’dea di poter diventare un giorno un prete
di campagna, lo convinse ad accettare l’offerta del padre. Lasciò quindi l'università
scozzese di Edimburgo e si trasferì a Cambridge dove iniziò a
seguire gli studi classici. Anche in quel luogo però non abbandonò le sue
tendenze trasgressive e fra battute di caccia e cene fra amici con abbondanti
libagioni, trascurò gli studi e sviluppò le sue naturali inclinazioni legandosi
ad uomini di cultura che frequentò assiduamente impegnandosi anche nella
lettura di libri di argomento scientifico: tra questi lo interessò in particolare
uno scritto dal fisico e astronomo John Herschel, espressamente dedicato alla
discussione del metodo induttivo della ricerca.
Fra le varie amicizie, si rivelò determinante quella con il botanico John
Henslow il quale, nell’estate del 1831, lo informò che il capitano Robert
Fitz-Roy desiderava dividere la sua cabina con un giovane disposto a seguirlo come naturalista in un viaggio per mare intorno al
mondo. Si trattava di un viaggio a bordo del brigantino Beagle
della Regia Marina, che doveva compiere rilevamenti cartografici delle coste del
Sud America per conto dell’Ammiragliato: l’offerta non prevedeva
retribuzione alcuna e inoltre il passeggero avrebbe dovuto provvedere al proprio
equipaggiamento, al salario del suo servitore e al pagamento di una retta per il
mantenimento a bordo di un viaggio che sarebbe dovuto durare due anni mentre si
concluse dopo quasi cinque.
Il padre si oppose energicamente a questo progetto, aggiungendo però,
per fortuna del figlio, che questi avrebbe avuto il suo consenso solo se avesse
trovato una persona assennata che lo consigliasse di partire. La persona di buon
senso fu subito trovata: lo zio Jos, ossia il fratello di sua madre, al quale
Charles era molto affezionato. Il Beagle, detto “cassa da morto” per il suo cattivo stato di
conservazione, dopo molti rinvii prese il mare il 27 dicembre 1831 dal porto di
Plymouth sulla Manica.
Durante tutto il viaggio l’attività di Darwin fu incessante. Ad ogni
scalo della nave egli compiva lunghi percorsi a cavallo per eseguire ricerche di
geologia e raccogliere esemplari di animali, vegetali, rocce e fossili che poi
studiava e catalogava durante i lunghi periodi di navigazione e quando il mal di
mare (che in verità lo tormentava di frequente) non glielo impediva. Leggeva
anche i numerosi libri che si era portato appresso e in particolare fu molto
influenzato dal primo volume dei Principi
di geologia, un libro fresco di stampa scritto da Charles Lyell (1797-1875),
un geologo che in seguito sarebbe diventato suo amico. Questo giovane
scienziato nella sua opera avanzava l’ipotesi che le forze naturali del
passato fossero le stesse forze esistenti oggi.
La lettura di questo libro fu di fondamentale importanza per Darwin perché
anticipava ciò che egli poté vedere lungo le coste del Sud America e cioè le
profonde trasformazioni cui andò incontro
Quando poi il Beagle raggiunse le isole Galapagos (poste a circa 1000
kilometri ad ovest dell’Ecuador, in mezzo al Pacifico), Darwin si trovò di
fronte un laboratorio vivente in cui poté fare osservazioni che sarebbero state
decisive per la formulazione della sua teoria. Le isole sono una quindicina di
cui cinque molto più grandi delle altre e prendono il nome dalle tartarughe (galapagos
in spagnolo) che in quel luogo presentano dimensioni enormi (alcune pesano più
di un quintale). Su ogni isola viveva un tipo diverso di tartaruga che i
pescatori cacciavano per cibarsi delle loro carni.
Egli osservò anche i fringuelli e notò che questi uccelli a loro volta cambiavano
di forma, seppure in misura minima, da isola a isola. Contò ben 13 specie di
fringuelli che differivano per grandezza, struttura e forma del becco e notò in
particolare che questo si era adattato a mutate abitudini alimentari: i soggetti
che si nutrivano di semi avevano il becco più grosso mentre quelli che si
cibavano di insetti lo avevano lungo e appuntito. Aveva fra gli altri scoperto
su di un’isola dell’arcipelago un fringuello simile al picchio che usava il
becco per snidare i parassiti nascosti sotto la corteccia degli alberi ma, non
avendo la lunga lingua viscosa della quale il picchio si serve per portarli alla
bocca, utilizzava allo scopo un piccolo stecco che inseriva nelle fessure
della pianta. 2. LE IDEE DOMINANTI PRIMA DI DARWIN
Quindi, per circa duemila anni, i biologi rimasero convinti che tutte le
specie viventi, compreso l’uomo, fossero un prodotto della creazione divina e
che esse si siano conservate immutate nel tempo sia come numero sia come
caratteristiche morfologiche.
Uno dei naturalisti più conosciuti, che credeva nella creazione originale,
era lo svedese Carlo Linneo (1707-1778) il quale fu il più grande sistematico
di ogni tempo. Egli elaborò un metodo di classificazione basato sulla
nomenclatura binomia attribuendo cioè ad ogni essere vivente un nome latino
composto dalla denominazione del genere seguito da quello della specie. Così ad
esempio al genere Canis appartengono fra gli altri il Canis familiaris, il cane; il Canis
lupus, il lupo e il Canis vulpes,
la volpe. Lo stesso sistema di nomenclatura vale anche per le piante: ad esempio
gli aceri appartengono al genere Acer,
fra questi vi è l’Acer rubrum, l’acero rosso e l’Acer
nigrum, l’acero nero. All’uomo stesso fu assegnato il nome scientifico
di Homo sapiens unica specie vivente del
genere Homo.
Linneo era un fissista e in questo senso è illuminante una sua frase: Tot sunt species quot ab initio creavit Infinitum Ens
("Ci sono tante
specie quante all’inizio ne creò Dio"), ma era anch’egli, come altri del suo
tempo, tormentato dal dubbio che le specie dello stesso genere non potessero
avere costituito all’inizio un’unica specie che si sarebbe poi diversificata per via ibrida.
Questa sua ipotesi risulta essere un trasformismo che potremmo
definire limitato ma che comunque fa di questo insigne scienziato un precursore
dell’evoluzionismo.
In quella stessa epoca (nacque nello stesso anno di Linneo) si segnalò
un altro scienziato: Georges-Louis Leclerc conte di Buffon, il quale è stato a lungo considerato un
anticipatore del concetto di trasformazione del creato. In realtà egli pensava
che tutti gli esseri viventi fossero stati creati da Dio e in quanto tali che
fossero rimasti fissi e
immutabili nel tempo: la prova di ciò starebbe nel fatto che, dai tempi più
antichi, non si aveva notizia della comparsa di una nuova specie di animali
mentre tutti i tentativi che aveva operato la natura per mescolare le specie
avevano portato sempre ad ibridi sterili come era avvenuto ad esempio per il
mulo.
Il Buffon era fissista per quanto riguardava le specie viventi ma evoluzionista per
quanto atteneva alla storia della Terra e degli altri pianeti del sistema
solare che immaginava originati da frammenti di Sole strappati da una cometa nel
suo impatto con l'astro. Calcolò quindi il tempo necessario affinché una
massa fluida e caldissima quale doveva essere
Gli storici della scienza hanno individuato altri personaggi che
potrebbero essere ritenuti evoluzionisti ante
litteram. Fra questi vi sarebbe perfino Aristotele (generalmente considerato un fissista) per la sua scala
naturae cioè per avere classificato le forme viventi dalle più semplici
alle più complesse riconoscendo all’uomo la posizione più elevata, ma
escludendo nel contempo la possibilità di ulteriori miglioramenti.
Evoluzionista venne ritenuto soprattutto Lucrezio il poeta latino che nel suo De rerum natura esprime concetti che adombrano più o meno
velatamente la teoria evoluzionistica. Nel suo libro egli afferma fra l’altro
che non tutti gli esseri viventi sono giunti ai giorni nostri: i più mostruosi
si sono estinti. In questa affermazione alcuni hanno voluto vedere una anticipazione
del principio darwiniano della sopravvivenza del più adatto.
Dovevano passare molti secoli, fino all'Età Moderna, perché si
segnalassero scienziati convinti del cambiamento delle specie, ma, mancando di
alcune conoscenze fondamentali come la struttura interna di
animali e piante e l’esatta interpretazione dei fossili, questi non furono in grado di
esprimere un
pensiero evoluzionistico completo.
Il primo scienziato che propose un’ipotesi precisa per spiegare i modi
dell’evoluzione delle forme viventi fu il biologo francese Jean Baptiste
Lamarck (1744-1829). Nel 1809, anno in cui nasceva Charles Darwin, Lamarck
pubblicò un libro in cui esprimeva le sue idee sull’evoluzione. La sua
ipotesi riguardava in modo specifico gli animali e si basava su due presupposti
fondamentali. Il primo lo chiamò “legge dell’uso e del disuso” e
prevedeva che qualsiasi organo, se sottoposto ad un uso particolarmente frequente
e continuo, si sarebbe sviluppato e ingrandito mentre gli organi non utilizzati
si sarebbero indeboliti e rimpiccioliti fino a scomparire del tutto. Il secondo
presupposto fu chiamato “legge dell’ereditarietà dei caratteri acquisiti”
e asseriva che ogni animale potesse trasmettere alla propria discendenza quei
caratteri che si erano accentuati con l’uso o stavano per scomparire a causa
del disuso.
Per avvalorare la sua tesi, Lamarck utilizzò molti esempi tratti dalla
natura. Famoso è quello della giraffa alla quale si sarebbe allungato il collo
per la necessità di raggiungere le foglie degli alberi, unico alimento
disponibile in un luogo arso dal sole in cui il terreno è privo d’erba. Altro
esempio è quello dei serpenti i quali probabilmente all’inizio avevano zampe
e corpi tozzi, ma poi la necessità di passare attraverso spazi angusti del
terreno sul quale vivevano aveva fatto loro perdere le zampe divenute pressoché
inutili e assumere un corpo più snello.
La teoria di Lamarck venne violentemente attaccata dal naturalista
francese Georges Cuvier (1769-1832), seguace di Linneo, il quale è considerato
il fondatore dell’anatomia comparata e soprattutto della paleontologia, la
scienza dei fossili. Fino a poco tempo prima i fossili venivano considerati
"scherzi della natura" e fu il Cuvier a utilizzare ossa sparse e spesso
frammentate per ricostruire, grazie alle sue conoscenze di anatomia, scheletri
interi di animali estinti. Egli aveva estratto molti reperti dagli strati
rocciosi (oltre che della paleontologia Cuvier viene considerato anche il
fondatore di quella parte della geologia che si chiama stratigrafia) notando che
i fossili presenti in strati rocciosi di diversa età erano diversi. Queste
osservazioni avrebbero dovuto convincerlo che nel tempo vi era stata una
graduale variazione delle forme viventi e degli ambienti all’interno dei quali
queste forme vissero.
Cuvier era però un antievoluzionista di religione protestante e la
fiducia cieca in ciò che era riportato dalla Bibbia lo mise fuori strada.
Quindi anziché seguire la via più logica (oggi le principali prove
dell’evoluzione si traggono proprio dalla paleontologia e dalla anatomia
comparata) prese la strada più difficile e ipotizzò che
In verità i presupposti che stavano alla base dell’ipotesi di Lamarck
apparivano entrambi infondati: la legge dell’uso e del disuso, così come era
stata formulata, sembrava implicare uno sforzo consapevole verso forme più
adatte che gli animali in genere non sono in grado di compiere, e tanto meno lo
sono le piante. Solo l’uomo è capace di sviluppare una parte del suo corpo
attraverso l’esercizio fisico: l’uso di certi organi conduce al loro
sviluppo (basta osservare i muscoli di un tennista per rendersi conto che
l’allenamento ha ingrossato visibilmente quelli dell’avambraccio
corrispondente alla mano che impugna la racchetta, mentre la mancanza di
movimento di un individuo colpito da poliomielite ha ridotto i muscoli delle
gambe). La seconda legge era ancora più inverosimile. Essa non è applicabile
nemmeno all’uomo: i figli di una generazione di tennisti non nascono infatti
con braccia più muscolose della media degli altri bambini né sono ereditarie
alcune mutilazioni o deturpazioni imposte agli individui appartenenti a diverse
civiltà e culture come la circoncisione, i tatuaggi o la deformazione dei piedi inflitta un tempo
alle donne cinesi.
Il biologo tedesco August Weismann (1834-1914) per dimostrare
l’infondatezza del secondo postulato di Lamarck, non si accontentò di esempi
tratti dalla natura ma tagliò egli stesso la coda ad alcuni topi che poi faceva
accoppiare fra loro; dopo venti generazioni i topi nascevano ancora con la coda
la quale era anche lunga quanto quella dei topi della prima generazione. In
verità il naturalista tedesco avrebbe potuto risparmiarsi una tale
dimostrazione: sarebbe stato sufficiente osservare che le donne nascono sempre
con l’imene a dispetto della sua perdita in ogni generazione. 3. L’INIZIO DEL LAVORO TEORICO
All’inizio prese dimora per alcuni mesi a casa del professor Henslow a
Cambridge, ma poi si trasferì a Londra dove si occupò subito di mettere a punto il Diario
del viaggio;
distribuì quindi i reperti della sua collezione di animali,
vegetali e fossili ad esperti classificatori perché li analizzassero e scrisse le
sue prime riflessioni sull’origine delle specie. Frattanto si decise anche di
mettere su famiglia: nel 1839, dopo qualche esitazione, sposò la cugina Emma
Wedgwood, figlia del famoso zio Jos. Negli anni successivi nacquero dieci figli
di cui sette giunsero a maggiore età ma tutti purtroppo con problemi di
salute.
Dopo il matrimonio, la coppia trascorse un paio d’anni a Londra quindi
abbandonò “la disgustosa e affumicata città” per trasferirsi in campagna,
dove aveva acquistato una spaziosa e comoda casa al centro di un parco a Down,
una località poco lontana dalla capitale e qui Darwin sarebbe rimasto per tutto
il resto della sua vita allontanandosi solo eccezionalmente per recarsi presso
gli stabilimenti idropatici a curare i suoi numerosi disturbi.
Non si è mai saputo quale fosse il male di cui soffrì Darwin dopo il
ritorno in Inghilterra, una sofferenza che gli procurava disturbi gastrici,
palpitazioni, attacchi di panico e sensazioni di svenimento (le ultime parole
che disse prima di morire furono: “Mi sento svenire”) e che non lo abbandonò
mai. Alcuni pensano si trattasse di un malanno contratto per la puntura di una
cimice durante il viaggio a bordo del Beagle. Dal momento però che alcuni dei
sintomi erano presenti anche prima della sua partenza, sono in molti oggi a
propendere per una diagnosi di tipo neurovegetativo dovuta all’ansia
conseguente ai rimproveri ricevuti dal padre durante la sua adolescenza e
soprattutto alle critiche scientifiche dei colleghi che contestavano aspramente
le sue idee.
Darwin fu a lungo preoccupato che la sua potesse essere una malattia
ereditaria e assillato dall’idea di poterla trasmettere ai figli: purtroppo
le sue paure avrebbero avuto una drammatica conferma quando nel 1851 morì la
sua prima figlia di soli 10 anni a causa di febbre gastrica biliare. La perdita
prima della madre ed ora della figlia a causa di una malattia di cui egli stesso
soffriva lo avrebbe indotto al pessimismo e ad angosciosi timori per la salute
degli altri figli sottoposti a continue ed ossessive attenzioni. D’altra parte
come avrebbe potuto, proprio colui che andava teorizzando la “lotta per
l’esistenza” che favorisce i più forti e i più sani, non preoccuparsi del
rischio che aveva corso nel mettere al mondo dei figli con una donna che era sua
cugina prima?
La vita a Down regolare e tranquilla, operosa e ricca di affetti durò
quarant’anni. Ebbe un primo attacco cardiaco nel dicembre del 1881, un secondo
più grave nel marzo del 1882 e quello finale nella notte del 18 aprile dello
stesso anno. Morì il 19 aprile del 1882 alle tre e mezza del pomeriggio. Fu
sepolto solennemente nell’abbazia di Westminster, accanto a Newton.
Non molto tempo dopo il suo ritorno a casa Darwin lesse, per diletto, il
libro del reverendo Thomas Malthus (1766-1834) Saggio
sui principî della popolazione in cui lo studioso inglese sostiene che la
società umana, moltiplicandosi, si accresce con un ritmo più rapido di quello
consentito dall’aumento delle risorse. La sovrappopolazione avrebbe prodotto,
secondo Malthus, miseria e vizi ossia fame, malattie e guerre quindi una lotta
per l’esistenza in cui molti individui sarebbero destinati a soccombere.
Darwin riconobbe nelle parole di Malthus un principio generale valido per
tutti gli organismi e non solo per l’uomo: egli intuì che la dura lotta per la
sopravvivenza fra gli organismi della stessa specie o di specie diverse avrebbe
portato alla conservazione delle variazioni più favorevoli e alla scomparsa
delle altre: il risultato pertanto sarebbe stato la differenziazione delle specie. La
lotta per l’esistenza non doveva essere vista sempre e unicamente come un
combattimento vero e proprio ma, in alcuni casi, anche in senso metaforico. Essa
poteva quindi presentarsi ad esempio come competizione per procurarsi il cibo,
come capacità a sfuggire ai predatori, come difesa del territorio o ricerca
della luce da parte delle piante ma anche come un accoppiamento più precoce o
più frequente o come una migliore cooperazione tra i partner nell’allevamento
della prole.
Darwin tuttavia non si decideva a pubblicare le sue idee perché gli
parevano talmente scandalose ed eccessive che – scriveva ad un amico –
“era come dover confessare un delitto”. Per vent’anni covò in silenzio
le sue convinzioni limitandosi a poche pagine dei suoi saggi e alcune lettere
agli amici più fidati.
Frattanto, nel giugno del 1858, mentre stava preparando ormai da due anni
un’opera di vaste proporzioni sull’origine delle specie gli fu recapitata
una lettera scritta da un naturalista scozzese, Alfred Russel Wallace
(1823-1913) che in quel momento si trovava in Malesia. In quella lettera lo
studioso esponeva una teoria identica alla sua e la comunicava all’unica
persona che egli riteneva interessata all’argomento. Lo scoramento di Darwin
nel leggere le sue stesse idee formulate in uno scritto da una persona che egli nemmeno conosceva
fu grande e tuttavia si dichiarò pronto a far pubblicare lo scritto come gli
veniva chiesto. I suoi amici, che ben conoscevano il lavoro svolto da Darwin e
il tempo che vi aveva dedicato, lo convinsero a superare i suoi scrupoli e a
presentare il lavoro di Wallace insieme ad un breve saggio della sua teoria nel Giornale
della società linneana, Zoologia. Lo
scritto, sorprendentemente, passò quasi inosservato. Uno dei pochi
commenti, peraltro sferzante, fu quello di un oscuro professore di Dublino
secondo il quale nelle teorie di Darwin e Wallace “tutto ciò che vi era di
nuovo era falso e tutto ciò che vi era di vero era vecchio”.
Darwin cominciò poco dopo a scrivere un libro in cui esponeva in forma
condensata la sua teoria e i dati su cui la stessa si basava; forse proprio la
struttura più agile di quest'opera contribuì ad assicurargli il favore del pubblico. La gran mole dei dati
presentati, il ragionamento pacato ma rigoroso, la risposta preventiva a molte
delle obiezioni possibili, sono fra i motivi del successo della sua opera e
spiegano forse anche il motivo per il quale si è sempre giustamente
considerato Darwin e non Wallace il padre della teoria evoluzionistica.
Vale la pena ricordare a questo punto che più avanti negli anni gli
interessi di Wallace si spostarono dalla biologia ad altre materie non
scientifiche fra cui la frenologia (dottrina che metteva in relazione le
funzioni psichiche con particolari rilievi del cranio) e lo spiritismo. 4. I PRESUPPOSTI DELLA TEORIA
Per rispondere alla domanda il più grande biologo di ogni tempo si rifà
alle osservazioni paleontologiche e a quelle relative alla distribuzione
geografica degli organismi viventi incontrati nel corso del suo viaggio intorno
al mondo. In particolare egli aveva osservato che in aree vicine, contigue o
separate da bracci di mare come erano le isole dell’arcipelago delle Galapagos
esistevano specie un poco diverse fra loro. Queste osservazioni fecero pendere
la bilancia a favore della trasformazione delle specie, che non sarebbero state create indipendentemente le une dalle altre, ma piuttosto derivate
da altre preesistenti. Il problema fondamentale rimaneva tuttavia quello
relativo ai metodi che la natura avrebbe adottato per cambiare la fisionomia dei
vari organismi.
L’azione delle condizioni ambientali e la volontà degli esseri viventi
di migliorarsi, prospettate da Lamarck, gli parevano insufficienti e poco
verosimili (soprattutto per le piante): era necessario quindi mettersi alla
ricerca di qualche altro meccanismo più convincente. Darwin lo individuò in
quello che mettevano in atto gli allevatori e i coltivatori quando avevano
l’esigenza di produrre varietà di animali domestici e di piante coltivate che
meglio corrispondessero alle loro richieste. Egli apprese quindi che la prima
cura di un allevatore
è quella di selezionare gli individui che possiedono i caratteri
desiderati e quindi farli accoppiare.
Collegando queste ricerche alle osservazioni che aveva fatto nel viaggio
sul Beagle, lo scienziato inglese si forma l’idea che forse anche in
natura agisce una forza in qualche modo analoga alla selezione artificiale
messa in opera dagli allevatori. Comincia così a delinearsi nella sua mente
uno schema abbastanza completo nel quale i vari tasselli si andavano disponendo
al posto giusto.
La teoria darwiniana dell’evoluzione
si basa su alcuni principi generali: il primo riguarda la sovrapproduzione di
prole da parte di una popolazione animale o vegetale. Tutti avranno notato, ad
esempio, che un albero produce un numero sterminato di semi: basta contare quelli
che stanno all’interno di una mela e le mele presenti sul melo per rendersi
conto di quanto elevato sia questo numero. Da ognuno di questi semi potrebbe
nascere un albero se l’ambiente lo consentisse.
Lo stesso Darwin aveva calcolato che se una pianta producesse in un anno
solo due semi, e se ciascuno di essi desse una pianta che producesse a sua
volta altri due semi e così via, in vent’anni i discendenti della prima
pianta arriverebbero ad un milione di individui. Calcolò anche che da una sola
coppia di elefanti (che come si sa sono gli animali più lenti a riprodursi) in
750 anni si dovrebbero avere diciannove milioni di elefanti viventi. Le
condizioni ideali che permettono ad una popolazione di espandersi senza limiti,
però, in natura non esistono e infatti normalmente le popolazioni animali e
vegetali restano costanti nel tempo come numero di individui. Da questa
osservazione Darwin dedusse che doveva esserci un’elevata mortalità. Una
crescita senza limiti di una popolazione si potrebbe verificare solo in seguito
alla introduzione di una nuova specie all’interno di un territorio favorevole
al suo sviluppo. Gli esempi sono rari, ma tra essi il più degno di nota è
rappresentato dai conigli dell’Australia.
Nel 1859 (l’anno della pubblicazione dell’Origine delle specie) un
ricco contadino inglese residente in Australia importò dall’Europa una
dozzina di conigli, che lasciò liberi nel suo vasto parco per poterli cacciare.
Essi si moltiplicarono senza controllo e in pochi lustri invasero tutto il
continente distruggendo pascoli e raccolti. La lotta contro questi animali
iniziò troppo tardi e prosegue tuttora, nonostante per sterminarli si fosse
fatto ricorso nel 1950 alla mixomatosi, una malattia virale molto contagiosa,
dal
decorso rapido e letale. I risultati furono in un
primo tempo spettacolari e la popolazione di conigli diminuì drasticamente ma
in seguito, per sopraggiunte variazioni, sia negli ospiti che negli agenti
patogeni larga parte dei conigli sopravvisse alla malattia.
Il grande biologo inglese osservò inoltre che in una popolazione animale
o vegetale non tutti gli individui sono identici: alcuni di essi hanno dei
caratteri che consentono loro di adattarsi all’ambiente meglio di altri. La
conseguenza di ciò è che alcuni organismi avranno più successo di altri nella
sopravvivenza, e saranno anche portati a generare un maggior numero di discendenti
rispetto a quelli più deboli. Gli esemplari destinati a dare origine alla
generazione successiva vengono quindi selezionati naturalmente tra quelli che
presentano il miglior grado di adattamento all’ambiente: l’ambiente opera
quindi una selezione sugli individui di una popolazione.
Infine, considerando la somiglianza ereditaria tra genitori e figli,
appare chiaro che le generazioni successive siano destinate a mantenere, e anche
a migliorare gradualmente, il livello di adattamento raggiunto dai genitori. Alla
base della teoria evoluzionistica di Darwin vi sono quindi la variabilità e la
selezione. La grande intuizione di Darwin in realtà non fu l’aver espresso il
concetto di evoluzione, quanto piuttosto l’aver dato a questa idea rigore e
dignità di scienza. 5. LE CRITICHE
L'avversione della Chiesa per la teoria darwiniana fu immediata e per
alcuni versi ancora più forte di quella espressa in precedenza nei confronti
del copernicanesimo. Nel 1543 l'astronomo polacco aveva dato il colpo di grazia al dogma
geocentrico spostando
E' rimasta famosa la violenta discussione fra il vescovo anglicano Samuel
Wilbeforce e lo scienziato Thomas Huxley il difensore più strenuo di Darwin, il
suo “cane da guardia”, come veniva chiamato. Nel giugno del
Wilbeforce fece un discorso vuoto e ampolloso, scientificamente
inconsistente, ma pieno di facili battute l’ultima delle quali provocò
direttamente Huxley. Rivolgendosi al naturalista amico di Darwin gli pose la
famosa domanda: “Di grazia, è per parte di madre o per parte di padre che lei
vanta la sua discendenza da una scimmia?”. La battuta fu accolta dal numeroso
pubblico con un fragoroso applauso.
Era quanto ci voleva per stimolare lo spirito battagliero di Huxley il
quale prese la parola per fare un discorso preciso e documentato a favore
dell’evoluzionismo, quindi concluse con una frase di altrettanto effetto
rispetto a quella pronunciata dal vescovo: “Non mi vergognerei di avere una
scimmia fra i miei antenati, mi vergognerei piuttosto di essere imparentato con
una persona che usa il singolare talento di cui è dotata per volgere in
ridicolo una seria questione scientifica”. Gli applausi furono ancora più
entusiastici di quelli tributati in precedenza al vescovo.
L’opera della selezione sugli organismi si esplica con l’incessante e
sempre più perfetto adattamento di essi all’ambiente e quindi con il
progresso costante delle strutture. Ma cosa si intende per progresso? Il
concetto di progresso implica in genere l’aumento della complessità, ma può
anche richiedere, come nel caso delle forme parassite, una riduzione di essa.
Il progresso, in verità, non è inevitabile e la prova è rappresentata
dalla persistenza di forme inferiori, come vermi e batteri, che non
dimostrano affatto l’inconsistenza dell’evoluzionismo. Chi contesta questa
affermazione non si rende conto che anche gli insetti, allo stesso modo degli
uomini, potrebbero pensare che gli esseri più perfetti siano le formiche e le
api. Per chiarire il concetto possiamo ricorrere ad un esempio tratto
dall’esperienza quotidiana: nessuno si stupisce del fatto che esistono ancor
oggi le candele, quando è più pratico usare la corrente elettrica per
illuminare gli ambienti. Ma le candele non sono sparite e, in alcune circostanze
particolari, si dimostrano più utili della stessa forma di illuminazione
moderna.
In Italia le prime notizie sulla nuova teoria giunsero l’anno seguente
alla pubblicazione del libro ma senza scuotere l’inerzia intellettuale in cui
languivano anche i centri culturali meno sonnolenti. Nel 1864 comparve in
libreria la traduzione del libro di Darwin consentendo finalmente alla teoria
di fare il suo ingresso ufficiale nel mondo accademico e culturale dove suscitò
adesioni entusiastiche ma anche riprovazioni feroci.
I conservatori e i benpensanti, come spesso accade quando si profilano
cambiamenti radicali nelle loro convinzioni più profonde, si mossero al
contrattacco mirando soprattutto a scardinare il disgustoso e incomodo
corollario dell’evoluzionismo, ossia la discendenza dell’uomo da antenati
scimmieschi.
Violentissime furono le opposizioni alle nuove idee, pronunciate anche
dal pulpito, da parte di alcuni prelati soprattutto per quello che riguardava
l’incompatibilità di un’anima immortale in un uomo che discendeva da un
animale. Tuttavia se appariva comprensibile il risentimento della Chiesa, meno
giustificabile era invece la presa di posizione di intellettuali soprattutto di
area cattolica, ma non solo. Ad esempio il pedagogista Raffaello Lambruschini
scrisse su di un quotidiano un articolo in cui criticava aspramente la nuova teoria e
concludeva affermando di non sapere veramente comprendere “di quale utilità
potesse riuscire per il popolo fargli sapere che i suoi progenitori sono le
scimmie”. Si tratta di un esempio molto eloquente della diffidenza con cui gli
ambienti clericali guardavano all'emancipazione culturale delle masse. La frase ricorda quello che ebbe a
dire una nobildonna inglese la quale, essendo venuta a conoscenza del fatto che
nel libro di Darwin si accennava ad una eventuale discendenza dell’uomo dalle
scimmie, esclamò: “Speriamo che non sia vero; e se poi lo fosse, speriamo che
almeno non diventi di pubblico dominio”.
Alla fine entrò nella polemica, con tutta la sua autorità, anche il
venerando vecchio Niccolò Tommaseo che in un libretto scritto espressamente
per mettere in ridicolo la “lieta novella” denunciava il fatto che ora,
grazie alla geniale spregiudicatezza dello scienziato inglese, gli Italiani
venivano posti alla pari “non solo con i Russi e gli Ottentotti, ma anche con
le scimmie”.
Frattanto però la teoria darwiniana incontrava sempre maggiori consensi
nel mondo accademico, e non solo in quello, tanto che
Non possiamo tacere tuttavia il fatto che negli anni precedenti alla
cosiddetta “teoria sintetica” in cui l’evoluzionismo di Darwin fu
rianimato dalla genetica, la teoria ebbe un momento di crisi di cui seppero
approfittare gli antievoluzionisti con a capo Benedetto Croce il quale
disinvoltamente affermava che “l’immagine di fantastiche origini animalesche
dell’umanità non solo non vivifica l’intelletto, ma mortifica
l’animo”. 6. EVOLUZIONE E GENETICA
Anche alla fine dell'Ottocento tutto sembrava indicare che la teoria di Darwin
fosse corretta eppure mancava qualcosa perché l’insieme risultasse completo.
Affinché la teoria potesse spiegare le trasformazioni delle specie era
necessario infatti che la prole ereditasse i caratteri dai genitori, ma non era
chiaro in che modo ciò potesse avvenire. Darwin pensava che, quando gli animali
si accoppiavano, si mescolassero dei liquidi speciali contenuti nel sangue e di
conseguenza si mescolassero anche i loro caratteri. Se fosse stata vera questa
ipotesi i figli di un uomo molto basso e di una donna molto alta sarebbero
dovuti essere di statura media. È facile verificare che ciò non è vero perché
i figli possono essere alti come la madre o bassi come il padre. A tale
proposito è opportuno citare un esempio
molto noto e, tra l'altro, contemporaneo al dibattito in atto, concernente la
statura del principe ereditario, il futuro Vittorio Emanuele III, a cui fu data
in sposa Elena di
Montenegro, una donna molto alta, nella prospettiva di avere eredi alti: in
effetti il loro figlio, che sarà a sua volta re d’Italia con il nome di
Umberto II, era di statura alta.
Mentre Darwin dibatteva questo problema con altri biologi dissenzienti, un fraticello che viveva in un monastero alle porte di Brno in
Boemia aveva risolto il problema: si trattava di Gregor Mendel
(1822-1884), che avrebbe voluto diventare scienziato ma non ottenne mai una
votazione sufficiente per essere ammesso all’Università, e pertanto dovette
ripiegare sulla carriera ecclesiastica. A differenza di Darwin però egli non
solo concluse con successo gli studi di teologia, ma prese anche i voti. Essendo
figlio di contadini, Mendel passava volentieri il suo tempo nell’orticello
annesso al monastero dove non si limitava a coltivare gli ortaggi necessari al
mantenimento dei confratelli ma metteva anche a frutto la sua vocazione di
sperimentatore e di scienziato.
Egli sapeva che era facile influenzare la riproduzione delle piante
spostando il polline da un fiore all’altro, tecnica peraltro già nota agli
antichi Egizi e Babilonesi, i quali provvedevano alla fecondazione artificiale
delle palme da dattero spennellando il polline prodotto dai fiori di una pianta
sui fiori di un’altra al fine di rendere più dolci i suoi frutti.
Mendel si era prefisso l’obiettivo di capire come venivano trasmessi i
caratteri ereditari da un organismo ad un altro e, allo scopo, coltivava le piante
di pisello, facili a fecondarsi artificialmente. Innanzitutto egli osservò che
le piante figlie non avevano un carattere intermedio di quelle genitrici: se, ad
esempio, quelle originali erano caratterizzate l'una da stelo lungo e l’altra
da stelo corto,
tutte le piante di prima generazione nascevano con stelo lungo. Il carattere
stelo corto sembrava scomparso, ma esso ricompariva nelle piante di seconda
generazione ossia in quelle ottenute dall’incrocio delle piante figlie. Egli
osservò altre caratteristiche delle piante di pisello come ad esempio il
colore dei fiori o il colore e la forma dei semi e notò che nell’incrocio
comparivano risultati dello stesso tipo di quelli osservati per la lunghezza
dello stelo.
Con i suoi esperimenti, Mendel dimostrò che non esisteva alcun liquido
misterioso che con la riproduzione si mescolasse con quello dell’altro individuo
distribuendo equamente i caratteri dei genitori ai figli; al contrario sembrava
che i caratteri delle piante venissero ereditati sotto forma di unità distinte.
L’essenza dei risultati ottenuti da Mendel era quindi la scoperta di una
eredità discontinua e non continua come ipotizzava Darwin e ciò rappresenta
il suo contributo maggiore allo sviluppo di quella scienza che verrà chiamata
genetica.
Mentre Mendel faceva esperimenti nell’orticello del monastero di Brno
Darwin era impegnato in qualcosa di analogo nel parco della sua villa di
campagna a Down, ma senza ottenere alcun risultato concreto. La cosa
sorprendente è che le scoperte di Mendel non vennero comprese dai biologi del
tempo e lo stesso Darwin non ne venne informato. C’è da chiedersi se, qualora
ne fosse venuto a conoscenza, Darwin avrebbe compreso l’importanza delle
scoperte di Mendel e se quelle leggi sarebbero servite a risolvere i problemi
che lo assillarono per tutta la vita.
Nel
Non passò molto tempo perché ci si convincesse che le leggi di Mendel si
applicavano a tutti gli esseri viventi, compreso l’uomo, e non solo alle piante.
Stabilito che dai genitori ai figli si trasmettono delle particelle che Mendel
chiamava “elementi”, restava da comprendere di che tipo di particelle si
trattasse e dove le stesse si trovassero. All’inizio dello scorso secolo si
sapeva che la riproduzione avveniva grazie alla fusione di due cellule speciali,
i gameti, l’una prodotta dal padre e l’altra dalla madre: quindi le
particelle che trasmettevano i caratteri ereditari presumibilmente dovevano
trovarsi all’interno di quelle cellule. Poco tempo prima erano stati
individuati all’interno del nucleo delle cellule dei filamenti incolori che fu
possibile osservare al microscopio grazie all’aggiunta di un colorante: per
questo motivo ad essi fu dato il nome, in verità improprio, di cromosomi
(dal greco “corpi colorati”).
Numerose osservazioni permisero di scoprire che le cellule di ogni specie
animale o vegetale hanno un numero di cromosomi fisso e caratteristico. Ad
esempio, negli esseri umani, una normale cellula del corpo possiede 46 cromosomi,
nei gameti invece ve ne sono solo 23. Quando i due gameti, quello maschile
(spermatozoo) e quello femminile (uovo), si fondono dando origine alla prima
cellula (lo zigote) che diventerà in seguito un essere umano completo, in essa
si trovano 46 cromosomi. Ora, poiché i caratteri vengono ereditati in parte dal
padre e in parte dalla madre, in seguito a questa osservazione, i biologi
dedussero che gli elementi di Mendel dovessero essere i cromosomi.
Ma un essere umano ha ben più di 46 caratteri e quindi non era possibile
che ci fosse un solo carattere per ogni cromosoma. In realtà ogni cromosoma
contiene migliaia di particelle ereditarie le quali vennero battezzate
“geni” dal greco genesis che significa “generazione”, “origine”. Da questa
parola deriva anche il nome della scienza che studia il modo in cui gli esseri
viventi ereditano i loro caratteri: la genetica.
Il passo successivo fu quello di determinare di quali e di quanti atomi
fossero costituite queste particelle. A ciò collaborarono i chimici con una
scoperta fondamentale: i cromosomi contenevano una molecola complessa il cui nome
scientifico è acido deossiribonucleico, abbreviato in DNA. Si tratta di una
molecola enorme (macromolecola) fatta di atomi di carbonio, idrogeno, ossigeno,
azoto e fosforo. Questa lunga molecola ha la caratteristica di potersi dividere
longitudinalmente in due parti specularmente uguali che, assumendo nuovo
materiale dalla cellula, ciascuna è in grado di produrre la metà mancante in modo da
formare due nuove molecole complete e identiche (o quasi, come vedremo).
Prima che una cellula si divida per dar vita a due nuove cellule, il
numero di cromosomi e con esso il DNA viene raddoppiato in modo che, dopo la
divisione ciascuna delle due cellule figlie abbia lo stesso numero di cromosomi
posseduto in origine dalla cellula madre. Ora però, quando nell’età adulta
si formano i gameti, il numero di cromosomi non viene raddoppiato e di
conseguenza ciascuno spermatozoo e ciascuna cellula uovo possiedono solo metà
dei cromosomi presenti nelle normali cellule dell’organismo. Pertanto, quando
i due gameti, quello maschile e quello femminile si fondono, la cellula che ne
deriva ha un numero completo di cromosomi metà dei quali è stato fornito dalla
madre e metà dal padre. Questo numero completo di cromosomi verrà quindi
trasmesso attraverso successive divisioni a tutte le cellule che costituiscono
il corpo dell’organismo che si sviluppa dall’uovo fecondato.
Proseguendo la sperimentazione sulle piante, Hugo de Vries, uno dei tre
botanici che fece la riscoperta delle leggi di Mendel, notò un’eccezione
particolarmente interessante proprio relativamente a quelle leggi. Egli osservò
che, insieme con i caratteri che si trasmettevano dai genitori ai figli in modo
ordinato e prevedibile, ogni tanto compariva un carattere che non era presente
in nessuno dei due genitori né in alcun altro individuo degli ascendenti di
quella determinata pianta. Egli allora ipotizzò che il nuovo carattere fosse il
risultato di una modificazione avvenuta in un gene e chiamò questa
modificazione mutazione.
Si completavano così i dati di cui Darwin avrebbe avuto bisogno per
spiegare in modo completo e coerente la teoria dell’evoluzione, ossia il
meccanismo che consentiva la continuità della trasmissione ereditaria e nello
stesso tempo quello che conduceva a variazioni brusche sulle quali potesse
operare la selezione naturale.
I genetisti accolsero il fenomeno delle mutazioni con grande entusiasmo
nella convinzione che esso fosse in grado di spiegare in modo chiaro e completo
l’evoluzione: un balzo genetico, un salto attraverso il quale un nuovo
carattere avrebbe assicurato al suo possessore una superiorità talmente
evidente che la forma mutante si sarebbe immediatamente imposta sulle altre. La
discontinuità presentava inoltre il grande vantaggio di abbreviare il tempo necessario
per il realizzarsi dell’evoluzione, mentre gli sperimentatori erano anche in grado di
indurre continue mutazioni su piante e animali bombardandoli con radiazioni di
ogni genere (raggi X, raggi ultravioletti, ecc.). In verità non tutte le
mutazioni sono favorevoli, molte sono neutre, altre negative e il carattere da
esse determinato risulta quasi sempre svantaggioso per l’individuo sul quale
si manifesta. Alcune mutazioni non consentono addirittura la sopravvivenza
dell’individuo che le porta e vengono dette “letali”.
Dall’altra parte vi erano i naturalisti i quali sostenevano che
l’evoluzione si realizzava, come aveva sostenuto Darwin, attraverso tante
minime variazioni accumulatesi durante un numero pressoché infinito di
generazioni. Essi non si giovavano degli esperimenti di laboratorio limitandosi
a basare i presupposti sull’osservazione che i cani generano cani, i gatti generano
gatti e gli uomini generano uomini ma i figli di questi individui assomigliano
ai genitori, però non sono ad essi identici. Questi biologi quindi ritenevano
che i caratteri aventi valore selettivo erano dovuti alla naturale variabilità
di una popolazione che si ripresenta costantemente di generazione in
generazione.
Il conflitto fra naturalisti e genetisti fu risolto quando rigorosi
metodi scientifici furono applicati allo studio di intere popolazioni e non più
a singoli individui. Da quel momento si affermò la moderna teoria dei processi
evolutivi a cui si è fatto cenno in precedenza, detta “teoria sintetica”,
perché rappresenta la sintesi tra i due punti di vista: quello dei naturalisti e
quello dei genetisti. 7. LE IPOTESI DI LAMARCK E DI DARWIN A
CONFRONTO
I fenomeni evolutivi richiedono in genere tempi molto lunghi, ma vi sono
delle eccezioni. In Inghilterra, ad esempio, è stato possibile osservare un
fenomeno di evoluzione rapida molto interessante. Si tratta dei cambiamenti a
cui andò incontro negli ultimi cento anni una farfalla notturna della specie Biston
betularia che fu a lungo tenuta sotto osservazione nei boschi alla periferia
di Manchester. Normalmente essa ha le ali di colore chiaro ma per effetto di una
mutazione spontanea e ricorrente, ogni tanto compaiono degli esemplari con le ali
scure, per la presenza in esse di un pigmento nero, la melanina.
Questa farfalla passa la maggior parte delle ore del giorno immobile sui
tronchi d’albero o sulle rocce coperte di licheni dove la varietà bianca si
mimetizza perfettamente, mentre quella scura viene facilmente individuata e
mangiata dagli uccelli predatori: la selezione naturale favorisce quindi la
falena con le ali bianche.
Con l’industrializzazione della seconda metà dell’Ottocento che richiedeva un forte consumo di carbone, tutto l’ambiente si è annerito a causa
della fuliggine che usciva dalle ciminiere delle fabbriche sempre più numerose
presenti nella zona. Ora succedeva che le farfalle bianche spiccavano sui
tronchi neri delle betulle e costituivano una facile preda, mentre quelle nere
risultavano favorite dalle nuove condizioni ambientali.
Il cambiamento avveniva proprio negli anni in cui Darwin meditava sulla
opportunità di rendere pubbliche le sue idee. Nel corso di un centinaio di anni
il pool genetico, cioè la somma di tutti i geni di quella popolazione di
farfalle, mutò leggermente e il 98% delle falene presenti in quella zona era
ora rappresentato da quelle di colore scuro. A questo fenomeno è stato dato il
nome di melanismo industriale.
Qual è l’origine del cambiamento? Lamarck avrebbe detto che le
farfalle scure comparvero come risposta al cambiamento ambientale diventando da
chiare gradualmente sempre più scure a mano a mano che la fuliggine e la
polvere di carbone sporcavano l’ambiente. La teoria evoluzionistica di Darwin,
come si è visto, fornisce un’altra versione.
Nel 1952 il Parlamento inglese varò una legge per la depurazione
dell’aria, che in pochi anni produsse i suoi effetti: la quantità di fuliggine
diminuì, sugli alberi ricomparvero i licheni e con essi cominciò ad aumentare
la percentuale delle falene con le ali chiare, che evidentemente tornarono ad
essere favorite nella lotta per l’esistenza.
Lo stesso discorso vale per le giraffe: secondo Darwin questo animale aveva
il collo lungo non per un continuo stiramento, ma perché alcune giraffe erano
nate con un collo più lungo rispetto alle altre e quindi erano favorite nella
possibilità di raggiungere il cibo sugli alberi quando esso mancava a terra.
Queste ultime, se mangiavano più delle altre potevano anche raggiungere
facilmente l’età adulta e riprodursi: alcuni dei loro figli avrebbero avuto
il collo un po’ più lungo degli altri, così come alcuni figli di persone alte
a volte diventano un po’ più alti dei fratelli e degli stessi genitori. Nel
caso delle giraffe quelle con il collo più lungo si sono dimostrate più adatte
delle altre in quell’ambiente: in un altro ambiente avere quelle dimensioni
obiettivamente esagerate sarebbe stato uno svantaggio.
Altro esempio noto a tutti è la resistenza agli insetticidi da parte di
pidocchi, zanzare ed altri insetti fastidiosi. Durante la seconda guerra
mondiale il DDT si rivelò molto efficiente nella lotta contro i pidocchi. A
Napoli, ad esempio, nel gennaio del 1944 la popolazione fu trattata in massa con
il DDT perché fossero eliminati dagli abiti sudici di quella povera gente i pidocchi
portatori del tifo petecchiale. In effetti l’epidemia trasmessa dal parassita
dell’uomo in quell’occasione fu bloccata sul nascere.
Nel dopoguerra l’uso del DDT fu impiegato in modo massiccio per
eliminare molte specie di insetti in diverse parti del mondo. Grado, ad
esempio, una località balneare in provincia di Gorizia, molto apprezzata
soprattutto dalle mamme con bambini in tenera età, era infestata dalle zanzare
che venivano eliminate annaffiando letteralmente la città con il DDT. In
effetti, l’azione dell’insetticida fu efficace e le zanzare sparirono. Tutte?
No, non tutte perché dopo alcuni anni le zanzare tornarono e l’azione del DDT
su di esse non aveva più alcun effetto. Non si sa se le zanzare resistenti
al DDT siano state il frutto di una mutazione o semplicemente la conseguenza del
rimescolamento dei caratteri già presenti in esse, fatto sta che l’uso del
DDT fu sospeso perché a quel punto esso diventava inefficace sulle zanzare, ma
pericoloso per l’uomo stesso. Lamarck avrebbe giustificato il fenomeno
immaginando un graduale adattamento delle zanzare al DDT fino a diventare
resistenti all’insetticida.
A questo punto si potrebbe pensare che una zanzara resistente al DDT sia
una specie di “superzanzara” ma ciò è una convinzione errata in quanto si
tratta semplicemente di un soggetto adatto ad un ambiente trattato con il DDT;
d'altronde in un ambiente ripulito dall’insetticida quella stessa zanzara
rappresenterebbe un insetto meno vigoroso e meno adatto di uno normale.
Nella teoria di Darwin - come abbiamo visto - si allude spesso della sopravvivenza del più
"adatto", ma bisogna chiedersi cosa significhi essere più adatto. Più adatto
rispetto a cosa? Essere belli e forti vuol dire essere più adatti? Essere
ciechi come il proteo, l'anfibio che vive nelle caverne buie del Carso, vuol dire essere più
adatto? Una gazzella molto veloce, e quindi in grado più delle altre di sfuggire
ai nemici, deve essere considerata più adatta all’ambiente rispetto a quelle
più lente nella corsa?
Per Darwin, sono adatti ad un certo ambiente quegli individui che,
indipendentemente dalle loro caratteristiche fisiche o dal loro aspetto, riescono a
lasciare una discendenza. Non si tratta si badi bene di produrre tanti figli, ma
di lasciare una discendenza. Il pinguino, ad esempio, produce un uovo per volta
che cova tenendolo sui piedi palmati ed evitando che cada a terra dove il
contatto anche per pochi secondi con il ghiaccio freddissimo, comprometterebbe
irrimediabilmente lo sviluppo dell’embrione. Se ora comparisse un pinguino
mutante in grado di deporre più uova, questo non sarebbe affatto favorito nella
lotta per l’esistenza perché finirebbe per non riuscire a covarne in
sicurezza nemmeno uno.
Gli esempi si potrebbero moltiplicare. La mantide religiosa mangia il
maschio durante l’accoppiamento ad iniziare dalla testa ma ciò non impedisce
che l’atto sessuale sia portato a termine. Se comparisse un maschio mutante
programmato in modo da tenersi lontano dal suo “carnefice” sarebbe più
adatto alla sopravvivenza individuale, ma non a produrre discendenti, quindi,
secondo Darwin, sarebbe meno adatto rispetto a quello che sacrifica la propria
vita pur di generare figli. 8. SELEZIONE STABILIZZANTE E SELEZIONE
DIREZIONALE
Possiamo spiegare questa affermazione in termini moderni facendo
riferimento al DNA presente in tutte le cellule di tutti gli organismi. Il DNA,
come sappiamo, è organizzato in migliaia di geni i quali a loro volta sono
composti di miliardi di atomi disposti in modo rigoroso l’uno accanto
all’altro. Ora, quando il simile genera il simile tutti i geni dovrebbero
essere riprodotti e trasmessi alla generazione successiva con precisione
assoluta, ma è impossibile che durante la duplicazione del DNA tutto avvenga
senza che si commettano degli errori: se ci fosse perfezione assoluta nel
trasferimento dei geni dai genitori ai figli non esisterebbero le mutazioni.
Tuttavia, poiché queste esistono, in ogni popolazione si dovrebbero
verificare continui cambiamenti casuali di geni e quindi continui cambiamenti
della fisionomia degli individui di quella popolazione. Esistono invece prove
concrete che molte specie non sono affatto mutate per migliaia e a volte per
milioni di anni. Abbiamo ad esempio la prova “fotografica” che gli struzzi
raffigurati in documenti dell’antico Egitto sono identici a quelli oggi
presenti nella stessa zona; lo stesso vale per le scimmie platirrine le quali vivono
in un ambiente che per milioni di anni è rimasto sempre identico a sé stesso.
In un luogo simile, tutte le nicchie ecologiche (le quali più che un luogo
potrebbero essere definite una "professione" ossia l'insieme dei
rapporti che l'organismo stabilisce con l'ambiente per vivere e nutrirsi) sono
occupate e quindi non vi è posto per nuove specie. Deve esistere pertanto una forza che si contrappone alla mutazione che
genera variabilità e questa è proprio la selezione naturale e quindi,
paradossalmente, lo stesso processo che determina il cambiamento mantiene anche
la costanza di una specie.
Quando la selezione mantiene lo statu
quo esistente, si parla di "selezione stabilizzante" mentre quando determina
evoluzione essa è detta "selezione direzionale". Facciamo alcuni esempi.
Se in un prato in cui le larve di una particolare specie di farfalla, che
sono del colore dell’erba, comparisse una forma mutata di un colore diverso
(diciamo rosso) facilmente identificabile dagli uccelli predatori, queste larve
non raggiungerebbero mai la maturità e quindi la possibilità di riprodursi e
trasmettere quella particolare mutazione ai propri figli e le farfalle sarebbero
sempre le stesse ossia quelle derivanti dalle larve verdi. Nuove larve di colore
rosso comparirebbero solo per mutazione naturale.
La natura possiede anche un altro sistema per eliminare gli organismi mutati
ed è
quello di impedire loro di riprodursi. Vi sono molti casi in cui in una popolazione
di animali della stessa specie è consentito solo ai maschi più forti di
accoppiarsi: gli altri, quelli che nella lotta per la conquista delle femmine
perdono, vengono allontanati. Per lo sconfitto si tratta di una specie di morte
apparente. Nella morte reale di un individuo i suoi geni spariscono dalla
popolazione; nel caso dell'esempio citato invece potremmo definire
"morte genetica" la segregazione dello sconfitto.
L’idea che la selezione, oltre che cambiamento, potesse generare anche
stabilità sembrava smentire la teoria darwiniana. Questa osservazione a metà
Ottocento, soprattutto nell’Inghilterra vittoriana, rappresentava un fatto
positivo perché il cambiamento, per motivi che in verità ci sfuggono,
sembrava minare alla radice le fede religiosa.
Prove dell’esistenza di una selezione stabilizzante vale anche per il
genere umano. Uno studio effettuato su migliaia di bambini durante i primi dieci
giorni di vita mostrava che quasi la metà di quelli nati sottopeso moriva entro
pochi giorni. Questa osservazione non è per nulla sorprendente perché i
bambini nati prematuramente, cioè troppo presto rispetto ai nove mesi normali
di gestazione, sono piccoli e immaturi. Sorprendente fu invece constatare che anche un certo numero di bambini troppo pesanti rispetto al
normale morivano precocemente: lo studio dimostrava infatti che sono meno adatti alla
sopravvivenza sia i bambini nati troppo piccoli sia quelli troppo grossi e
pertanto che esiste un punto di equilibrio per il peso umano alla nascita.
Per selezione direzionale si intende lo spostamento del punto di
equilibrio relativamente ad un certo carattere all’interno di una popolazione
verso uno nuovo punto di equilibrio. Per fare un esempio riprendiamo il caso
della variazione di colore della Biston betularia della periferia di Manchester,
causata dall’avvento della Rivoluzione Industriale di metà Ottocento.
Intorno al 1850 il 98% di questa farfalla notturna era rappresentato da
individui con le ali chiare mentre alla fine del secolo il rapporto si era
invertito. La selezione direzionale è rappresentata dal tempo in cui è stato
in atto il cambiamento da un punto di equilibrio fino al raggiungimento del
nuovo punto di equilibrio. Essa è detta anche selezione progressiva.
Le due definizioni si prestano entrambe ad essere equivocate. La prima
farebbe pensare che la direzione del cambiamento sia sempre la stessa, in
particolare dal basso verso l’alto e dal semplice verso il complesso, mentre
vi sono prove che in alcuni gruppi di animali, come ad esempio nel caso del
cavallo, per un certo periodo di tempo le forme andarono dal piccolo verso il
grande e poi la tendenza si invertì. Si presta ad equivoci anche il termine di
selezione progressiva: per le falene, ad esempio, è un progresso diventare più
scure; e per il proteo, che vive nelle caverne carsiche, diventare cieco deve
essere ritenuto un progresso? In verità i fatti dimostrano che non esiste
alcuna direzione necessaria dell’evoluzione. 9. IL DOPO DARWIN
La teoria evoluzionistica di Lamarck non trovò mai molti sostenitori
nell’ambiente scientifico, nemmeno al tempo in cui venne formulata e forse
alla fine sarebbe stata completamente dimenticata se non fosse stato per Darwin,
che inconsapevolmente la ravvivò proponendola come alternativa alla sua.
La teoria lamarckiana, ancorché priva di riscontri sperimentali, anche
attualmente è preferita dai non addetti ai lavori (si provi ad esempio a
chiedere a persone, anche in possesso di un buon livello culturale, di spiegare
per quale motivo la gallina non vola e vi verrà data, nove volte su dieci, una
risposta di tipo lamarckiano). La teoria di Lamarck infatti, a differenza di
quella di Darwin che prevede una dura lotta per l’esistenza e la morte di un
gran numero di individui, soprattutto di quelli più deboli e in giovane età,
è più umana in quanto non comporta alcun prezzo da pagare e inoltre sembra
garantire il progresso attraverso adattamenti determinati dalla ricerca
continua di un miglioramento individuale.
In più occasioni in passato il movimento lamarckista rinacque nel
tentativo di adattare la scienza alle proprie teorie filosofiche: ci provò e ci
prova tuttora
In realtà, appena uscito il libro di Darwin, i materialisti accolsero con
favore la nuova teoria che, secondo loro, conduceva all’ateismo, benché
Darwin non si fosse mai espresso positivamente su questo punto, anzi egli
concluse il suo libro accennando direttamente all’opera del Creatore: “Vi
è qualcosa di grandioso in questa concezione della vita, con le sue diverse
forze, originariamente impresse dal Creatore in poche forme o in una sola
forma.”. È il caso tuttavia di osservare che nell’originale inglese manca
il termine “Creatore”, Darwin infatti scrive: “…having been breathed
into…” quindi, senza specificare chi infuse energia nelle prime forme viventi,
il grande naturalista accenna ad un non meglio definito “soffio vitale” o
“forza interiore”. Più tardi Darwin si dichiarerà agnostico adottando un
termine suggerito dall’amico Huxley.
Fatto sta che Karl Marx, il quale nel 1880 viveva a Londra, fece
pervenire a Darwin le bozze del secondo volume del Capitale
chiedendogli nel contempo l’autorizzazione a dedicarglielo. Darwin rispose
negativamente adducendo a pretesto l’età avanzata e la fatica che provava nel
leggere le bozze dei suoi lavori, fatica che gli avrebbe impedito di
approfondire la lettura del suo libro. Successivamente in Russia sulla teoria
evoluzionistica di Darwin si cambiò idea.
Nel 1936 il biologo sovietico Trofim Lysenko (1898-1977) sostenne nel
corso di un convegno presso l’Accademia Lenin di Scienze Agrarie, che era
impossibile separare con qualsiasi mezzo le influenze ambientali da quelle
ereditarie; la tesi era palesemente in contrasto con il famoso genetista Nicolaj Ivanovic Vavilov
(1887-1943) presidente della stessa Accademia. Negli anni seguenti Lysenko
impose la sua teoria che era fondamentalmente di tipo lamarckiano anche se nei
suoi scritti e discorsi evitò di richiamarsi al grande biologo francese
preferendo professarsi discepolo del naturalista russo Ivan Michurin (1855-1935)
per rimanere in linea con il partito comunista sovietico che rivendicava il
primato dell’URSS in ogni campo dello scibile. Michurin in realtà era un ex
capostazione divenuto giardiniere, il quale con i suoi esperimenti sugli alberi
da frutta tentava nientemeno che “trasformare” la natura. Un bell’esempio
di arroganza!
Qualora si fosse estrapolata questa teoria dal suo più specifico significato scientifico
e la si fosse applicata alla società umana, significava che gli sforzi di una comunità
avrebbero potuto cambiare, attraverso l’insegnamento rigoroso, le
caratteristiche della generazione successiva.
La conseguenza del fanatismo ideologico che pervase la teoria di Lysenko
fu quella di fare destituire, esiliare e imprigionare un certo numero di biologi
che si rifiutavano di accettare la sua teoria. La vittima più illustre fu
proprio Vavilov, scienziato di grande valore e di fama internazionale, a cui Lenin aveva affidato il compito di adeguare lo sviluppo
della genetica in Russia alle esigenze dell’agricoltura sovietica. Egli fu
arrestato nel 1940 e deportato in Siberia, dove morì tre anni dopo.
Lysenko contestava la validità delle leggi di Mendel e della genetica
classica, tacciandola di essere scienza idealistica, borghese e al servizio del
capitalismo: egli sosteneva infatti che fosse possibile modificare molti caratteri
degli animali, e ancor più delle piante, mediante esposizione a particolari
condizioni ambientali; le modifiche così ottenute poi si sarebbero trasmesse
alla discendenza. Il punto debole di detta teoria era quello di appoggiarsi su
fatti sperimentali non documentati o comunque di incerta interpretazione.
L’egemonia di Lysenko durò oltre la morte di Stalin e si protrasse
durante il regime di Nikita Krusciov fino a quando, nel 1964, non
venne egli stesso destituito. Con il dittatore decadde anche il potere di
Lysenko e il suo tentativo di migliorare la produzione agricola dell’URSS. Da
allora in poi venne ripristinato nelle scuole sovietiche l’insegnamento delle
leggi di Mendel e della genetica mentre le vacche e le spighe rimanevano magre
come lo erano all’indomani della Rivoluzione d’Ottobre. E se, dopo
quell’esperienza negativa, il governo russo poté ripianare il suo endemico e
vistoso deficit di grano lo dovette ancora una volta all’agricoltura degli
Stati Uniti.
Fra la gente comune vi fu un'altra teoria che ebbe una certa diffusione: quella
dell’ortogenesi. Si tratta di un’idea distorta che
spesso sviluppano le persone che pensano che l’evoluzione sia un
processo diretto verso il meglio e verso l’alto. Costoro ritengono che la
natura non faccia niente invano e che sia determinista cioè che tenda sempre
alla perfezione: il miglioramento invece non può procedere all’infinito.
Circa 10.000 anni fa viveva in Europa un cervo gigante (Megaloceras
giganteus) caratterizzato da corna
esageratamente grandi, la cui scomparsa è generalmente attribuita all'uomo preistorico, ma quello che accadde in Irlanda, dove alcuni esemplari
erano sopravvissuti, è un enigma perché in quell’isola l’uomo non aveva
ancora messo piede. Anche in quel luogo però dopo alcuni secoli quell’animale
si estinse.
Si sono fatte molte ipotesi sulle cause della scomparsa del cervo
irlandese gigante, alcune delle quali decisamente fantasiose, ma tutte legate a
quelle incredibili appendici che ornavano il capo del sesso forte. Si trattava
dei più grossi palchi di corna mai visti nel regno animale: essi misuravano più
di tre metri e mezzo di larghezza per 40 chili di peso. Le corna erano molto
grandi ma comunque proporzionate alle dimensioni dell’animale che pesava circa
600 chili e mangiava fra i 15 e i 20 chili di vegetazione al giorno.
L'ipotesi più insistente sulla estinzione di questi animali è quella
che immagina annegamenti di massa nelle torbiere a causa dell’eccessivo peso
dei palchi e ciò sembrava essere un argomento a favore della teoria
dell’ortogenesi. La grandezza delle corna fu probabilmente il risultato della
selezione sessuale. Come accade anche attualmente fra i cervi le corna non
servono per difesa, perché vengono perse dopo il periodo degli amori e inoltre
perché sono possedute solo dai maschi. Le corna vengono usate solamente in
esibizioni di aggressività e in lotte simboliche e quelle del cervo irlandese
sarebbero servite per la conquista delle femmine. Per una femmina i grandi palchi
del maschio rappresentano uno degli elementi positivi che devono essere presenti
nei propri figli come la capacità di uscire vittoriosi nelle dispute e di
procurarsi il cibo. Il cibo in particolare deve essere abbondante e di buona
qualità per permettere di ricostruire più grandi di prima i palchi che cadono
tutti gli anni. I palchi non solo sono grandi ma contengono anche 20 chili di
sali minerali e, se i minerali non sono sufficienti nella dieta, l’animale
mobilita quelli presenti nello scheletro causando momentanee osteoporosi.
È stato dimostrato che in Irlanda 11.000 anni fa il clima cambiò,
divenendo da
temperato più rigido e con il clima cambiò anche il tipo di
vegetazione. Dalla ricca vegetazione di prateria si passò a quella più povera
della tundra e per il cervo gigante iniziarono i guai: l’osteoporosi divenne
permanente e le femmine iniziarono a generare progenie sempre di più piccole
dimensioni che non furono tuttavia sufficienti a salvare la specie. Le corna
caddero definitivamente e non crebbero mai più.
Il cervo irlandese si estinse semplicemente perché non riuscì ad adattarsi
rapidamente alle mutate condizioni ambientali; fare appello per la sua fine ad un misterioso impulso ortogenetico non trova alcuna giustificazione
scientifica. L’unica teoria che spieghi i cambiamenti nel mondo animale e
vegetale rimane quella di Darwin.
Finora tutte le osservazioni e tutti i fatti sperimentali si sono
perfettamente inquadrati all’interno della teoria evoluzionistica di Darwin ma
anche questa, come una qualsiasi altra teoria, è destinata ad essere superata con
il progredire degli studi di geologia, di paleontologia, di anatomia e di
embriologia. Ogni teoria infatti è provvisoria e il suo valore è indicato non
dalla sua persistenza in forma immutata, ma dal fatto che quando si aggiungono a
quelli esistenti fatti nuovi, una nuova teoria possa integrarla. Siamo quindi in
attesa di un nuovo Darwin che, proponendo una teoria più completa, accoglierà,
superandolo il vecchio maestro così come Einstein ha accolto e integrato Newton. |
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