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LE COMETE
Le comete, ossia le “stelle con la chioma”, come indica il nome,
rappresentano una delle più spettacolari ed affascinanti immagini del cielo
notturno. Questi astri dalla forma originale che periodicamente visitano il
sistema solare sono sempre stati avvistati con terrore perché considerati
presagio di sventure e apportatori di disastri. Ciò era tanto più vero quando,
in un mondo antropocentrico, era naturale credere che i corpi celesti
influenzassero le vicende umane. Poiché le comete si presentano mediamente ogni
5 o 6 anni e gli eventi della storia umana si susseguono con ritmo incalzante,
non era difficile stabilire delle coincidenze a sostegno della tesi che vedeva
gli astri chiomati come annunciatori di eventi straordinari, in genere nefasti.
Il convincimento che le comete fossero sinistri presagi purtroppo dura ancora
oggi (soprattutto nel popolino e fra gli sciocchi che credono nell’astrologia)
nonostante siano passati molti secoli da quando si è imposto il metodo
galileiano della ricerca. 1.
Per stabilire chi avesse ragione bisognò aspettare la seconda metà del
1500 quando il grande astronomo danese Tycho Brahe, senza fare uso di strumenti
ottici (che a quel tempo ancora non esistevano), misurò la distanza di una
cometa apparsa a quel tempo valutandone la parallasse. Egli si avvalse del
confronto fra un’osservazione molto precisa fatta dal suo osservatorio (il
famoso Uranienborg – Castello del cielo) sistemato su un’isoletta nei pressi
di Copenaghen con una contemporanea di un collega eseguita a Praga: ne dedusse
che non vi era fra le due misure alcuna differenza della posizione della cometa
rispetto alle stelle lontane, mentre
Il metodo della parallasse è una tecnica per misurare le distanze,
relativamente semplice da capire e da mettere in pratica. Se si tiene il dito
pollice alzato a circa
Questo principio può essere utilizzato per determinare quanto un oggetto
è lontano, ma per valutare le distanze di corpi celesti bisogna scegliere due
punti di osservazione abbastanza lontani fra loro, in modo da creare in cielo un
effetto di parallasse sufficiente per la misura delle distanze di astri
relativamente vicini quali sono, nel nostro caso,
Lontane dal Sole le comete sono praticamente invisibili anche ai
telescopi più potenti perché ridotte al nucleo solido e oscuro non più grande
di qualche kilometro. Quando però questi corpi si avvicinano all’astro
centrale del sistema planetario, per effetto del calore, parte delle sostanze
componenti vaporizzano e sublimano, formando intorno ad essi la chioma,
trasparente e luminosa e una o più code che, sospinte dalla pressione della
luce e dal vento solare, si estendono nello spazio per milioni di kilometri,
sempre in direzione opposta al Sole. Il nucleo, definito a volte dagli astronomi
una “palla di neve sporca”, è costituito, oltre che da ghiaccio, da
particelle solide e da vari altri gas congelati (metano, ammoniaca, ossido e
biossido di carbonio). La massa complessiva di una cometa è molto piccola
(tanto da essere definita un niente visibile): di norma non supera un
miliardesimo della massa terrestre; ancora più tenue e rarefatta, nonostante le
apparenze, è la coda attraverso la quale
Tutte le comete attive perdono materiale ad ogni passaggio al perielio,
ossia in prossimità dei pianeti interni del sistema solare. Col tempo le
polveri e i detriti di maggiori dimensioni si disseminano lungo la loro orbita
ellittica formando un anello di frammenti i quali, qualora dovessero investire
Gli astronomi ritengono che le comete, poiché, come abbiamo detto,
perdono materiale ad ogni passaggio vicino al Sole non possono avere una vita
lunghissima. Essi hanno calcolato che dopo qualche centinaio di passaggi un
nucleo cometario abbia esaurito quasi completamente la riserva di polveri ed
elementi volatili e finisca o per disintegrarsi completamente o per ricoprirsi
di uno spesso guscio di materiale roccioso isolante che blocca ogni ulteriore
fuoriuscita di gas, riducendolo ad un piccolo asteroide.
In verità, come previsto dalla legge di Newton, oltre ad orbite
ellittiche, le comete possono percorrere anche orbite paraboliche o iperboliche.
In questi ultimi due casi l’orbita sarebbe aperta e la cometa farebbe una sola
apparizione, quindi, dopo avere sfiorato il Sole, si allontanerebbe perdendosi
negli spazi interstellari. Ma la stessa fine farebbe la cometa qualora
l’ellisse da essa percorsa fosse molto allungata: in tal caso il suo ritorno
in vicinanza del Sole e della Terra avverrebbe dopo migliaia o forse milioni di
anni, un intervallo di tempo assolutamente incontrollabile. Per quanto riguarda
la lunghezza dei tempi, si consideri anche il fatto che i corpi che descrivono
orbite ellittiche, in ottemperanza con la seconda legge di Keplero, si muovono
velocemente in prossimità del perielio ma molto lentamente in afelio, ossia
quando si trovano nei pressi del punto più lontano del loro percorso. 2. DOVE
NASCONO LE COMETE Questi
piccoli asteroidi non sono di natura rocciosa come quelli che si trovano fra
Marte e Giove, ma blocchi di ghiaccio frammisto a polveri e granelli di roccia.
In numero enorme (forse centinaia di miliardi), essi non sarebbero altro che
nuclei di comete che di tanto in tanto, rallentati nella loro corsa dalla debole
attrazione di una remota stella, cadrebbero verso il Sole e, dopo molte
centinaia di migliaia di anni, entrerebbero nella regione planetaria. Quindi,
dopo essere passati in vicinanza dell’astro centrale, riprenderebbero la loro
lunghissima corsa che li porterebbe nuovamente oltre il limite del sistema
solare.
Questa riserva di
comete, oggi chiamata Nube di Oort,
non è mai stata localizzata, ma molti astronomi ritengono che le osservazioni
confermerebbero la sua esistenza. A distanze così grandi i piccoli corpi
ghiacciati non risentono dell’azione gravitazionale del Sole, ma, come abbiamo
detto, potrebbero essere fortemente deviati verso zone lontane della Via Lattea
o all’interno verso il sistema solare, dalla gravità di stelle, vicino alle
quali si trovassero a passare. Questi nuclei cometari hanno subito poche
alterazioni e dovrebbero contenere pertanto la materia più antica del sistema
solare. Questa
ipotesi troverebbe una giustificazione plausibile dalla moderna teoria
sull’origine del sistema solare, secondo la quale il giovane Sole sarebbe
stato circondato da una nebulosa di gas e polveri da cui si sarebbe formata
dapprima una miriade di piccoli corpi solidi, grandi pochi kilometri (chiamati planetesimi)
e poi, per successiva aggregazione, gli attuali pianeti. Nelle zone più lontane
dal Sole e quindi più fredde, le basse temperature ivi esistenti, avrebbero
favorito la formazione di planetesimi composti prevalentemente di ghiaccio e non
di rocce come nelle zone più interne del sistema planetario. Questi corpi
ghiacciati, prima di essere inglobati negli attuali pianeti, avrebbero subito
brusche modificazioni orbitali in seguito ad incontri ravvicinati con i maggiori
pianeti in via di formazione. Sarebbero quindi stati immessi in orbite
fortemente ellittiche che li avrebbero portati, dopo viaggi durati miliardi di
anni, nella nube di Oort. Se tale teoria fosse confermata le comete
costituirebbero un campione inalterato dei “mattoni” che hanno formato i pianeti
del sistema solare. Negli
stessi anni in cui Oort proponeva la sua teoria, il coetaneo astronomo americano
Gerard Kuiper suggerì la presenza di una riserva di comete più vicina al Sole,
situata poco al di là dell’orbita di Nettuno: dal Quasi
tutte le comete che si avventurano verso il centro del sistema solare sono
bruciate o catturate dai pianeti maggiori, Giove e Saturno. Fra il 16 e il 22
luglio del 1994 si è assistito alla caduta dei frammenti di una cometa sulla
superficie di Giove. La cometa si chiamava Shoemaker-Levy 9 ed era stata
scoperta nel marzo dell’anno precedente da Eugene e Carolyn Shoemaker e,
subito dopo, da David Levy. Era formata da un gruppo di frammenti battezzato
“stringa di perle” e si era posta in orbita intorno a Giove anziché
direttamente intorno al Sole. I calcoli mostravano che era stata frantumata
dalla forza gravitazionale di Giove e che sarebbe caduta su quel pianeta. E così
avvenne. Questo fatto dimostra che le comete che si spingono nel sistema solare
interno potrebbero collidere con uno dei pianeti che orbitano vicino al Sole, in
particolare con la nostra Terra, anche se in qualche misura ci sentiamo protetti
dal Sole e dai pianeti maggiori la cui notevole forza di gravità richiama su di
sé i corpi vaganti evitando che arrivino in vicinanza della Terra. Vi
sono due classi di comete, distinte sulla base del periodo orbitale: quelle a
lungo periodo che proverrebbero dalla nube di Oort ma che, deviate dai pianeti
giganti su orbite meno ellittiche potrebbero diventare comete a periodo corto e
quelle a breve periodo. Queste ultime normalmente traggono origine dalla Cintura
di Kuiper, viaggiano a velocità più ridotta rispetto a quelle a periodo lungo,
ed hanno maggiore probabilità di tuffarsi nell’atmosfera terrestre
producendo gravi danni agli esseri viventi: il che è già avvenuto in passato
quando causarono la scomparsa dei dinosauri e di tanti altri organismi. 3. Ogni
76 anni circa, la cometa più rinomata, osservata e studiata da oltre due
millenni (viene citata negli annali cinesi di 240 anni prima di Cristo), torna a
farci visita. Fu l’astronomo inglese Edmond Halley, un brillante scienziato
amico fraterno di Newton, agli inizi del Settecento, che per primo svelò i
segreti di questi astri con la coda. Lo scienziato, utilizzando le leggi e i
calcoli di Newton, il quale aveva scoperto che il percorso delle comete
sottostava anch’esso alla legge di gravitazione universale, analizzò il
percorso di ventiquattro comete già osservate. La sua attenzione fu attratta da
tre di esse che si erano presentate nel 1531, 1607 e 1682 le cui traiettorie,
molto simili, erano di forma ellittica molto allungata. Egli ipotizzò che
potesse trattarsi della stessa cometa e quindi previde che il corpo avrebbe
fatto ritorno dopo circa 76 anni dall’ultima apparizione, cioè fra il 1758 e
il 1759. L’astronomo
inglese si rese conto che non sarebbe vissuto abbastanza per vedere avverata la
sua previsione, ma dopo che l’evento si presentò puntuale nel giorno di
Natale del 1758 e rimase visibile per tutta la primavera del 1759, alla cometa
fu dato il nome di Halley anche se l’astronomo inglese non fu lo scopritore.
Da allora in poi ogni nuovo astro chiomato prese il nome del suo scopritore o
dei suoi scopritori (fino ad un massimo di tre). Halley morì nel 1742, ma un
dipinto del periodo romantico francese mostra un angelo che alza Halley dalla
tomba per fargli guardare la sua cometa. In
occasione della previsione del ritorno dell’astro nella primavera del 1910 la
stampa quotidiana aveva diffuso la notizia di questo eccezionale evento
suscitando nella gente grande curiosità ed attesa. In un articolo pubblicato su
un giornale scientifico il notissimo astronomo francese Camille Flammarion,
involontariamente, aveva fatto delle previsioni catastrofiche relative
all’imminente arrivo della cometa di Halley. I
calcoli degli astronomi avevano previsto che nella notte tra il 18 e il 19
maggio Le
considerazioni esposte da Flammarion su una rivista specializzata vennero
riprese dalla stampa quotidiana travisandone il valore scientifico e dando
invece risalto a ciò che lo scienziato aveva mostrato come semplici possibilità
teoriche. L’effetto fu quello di creare panico fra la popolazione. Nonostante
le smentite sulla pericolosità dell’evento anche grazie all’intervento
tranquillizzante di altri scienziati, i quali informavano che La
cometa di Halley si presentò puntuale, l’ultima volta, nel 1986 e in quella
occasione fu lanciata verso di essa la sonda spaziale Giotto (così chiamata in
omaggio al pittore che la raffigurò in un affresco conservato a Padova nella
Cappella degli Scrovegni) con il compito di raccogliere informazioni sulla
chioma e sul suo nucleo. Da quella missione gli scienziati hanno ottenuto la
conferma che la cometa di Halley è un relitto fossile della nascita del sistema
solare. A questa conclusione si è giunti grazie ai risultati delle analisi
compiute sulla materia che esce dalla cometa e sui gas rilasciati dai suoi
ghiacci. Quella
cometa contiene carbonio, azoto e ossigeno, oltre a silicio, zolfo e magnesio in
quantità relative prossime a quelle riscontrate nel sistema solare. È
legittimo quindi supporre che essa si sia formata in qualche parte della grande
nebulosa di polvere e di gas da cui ebbe origine il sistema solare. Le misure
effettuate sugli isotopi di carbonio, azoto e zolfo indicano anche che la sua
formazione è stata contemporanea a quella del Sole e dei pianeti. La cometa di
Halley si ripresenterà nel 2062, ma quelli che non l’hanno vista nel 1910,
non la vedranno nemmeno in occasione di quest’ultimo ritorno. Dovranno
accontentarsi dello spettacolo piuttosto deludente del 1986. |
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