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LA CACCIA AI
PIANETI EXTRASOLARI
Gli astronomi fin dai tempi più antichi si sono interrogati sulla
possibilità che, oltre a quelli presenti nel nostro Sistema Solare, potessero
esistere altri pianeti eventualmente abitati da esseri intelligenti. Il filosofo
e letterato Giordano Bruno, per aver azzardato una tale ipotesi, fu accusato di
eresia e arso vivo dalla Santa Inquisizione nel 1600. 1. LE DIFFICOLTÀ
DELLE OSSERVAZIONI
Cerchiamo ora di analizzare nel dettaglio alcune delle differenze dei
parametri fisici relativi ai corpi celesti cominciando dal contrasto di
luminosità. La stella appare mediamente un miliardo di volte più brillante del
pianeta che le staziona in vicinanza e quindi quest’ultimo risulta invisibile
perché immerso in una luce abbagliante. Se però l’osservazione venisse
fatta, invece che nel visibile, nella regione infrarossa allora si noterebbe che
la differenza di luminosità fra i due corpi sarebbe di sole diecimila volte: un
valore ancora molto alto, ma che tuttavia, nei casi più favorevoli,
permetterebbe di distinguere il pianeta dalla stella.
I due corpi celesti, inoltre, sono spesso talmente vicini che neppure il
potere risolutivo dei grandi telescopi professionali riesce a separarli. Ad
esempio, un pianeta come Giove posto a dieci parsec di distanza (circa 32 anni
luce) lo si vedrebbe separato dal Sole di solo mezzo secondo d’arco, quindi
praticamente a contatto stretto con la stella e appena distinguibile da essa; e
dieci parsec è una distanza minima nell’enorme spazio cosmico.
Infine, se il rapporto tra la massa della stella centrale e quella di un
pianeta come Giove è intorno a 1000, rispetto alla Terra esso è più di
300.000 e pertanto le perturbazioni gravitazionali che un pianeta come il nostro
eserciterebbe su di una stella di media grandezza sarebbero irrilevanti. Questo
è anche il motivo per il quale fino ad ora sono stati individuati solo pianeti
di notevoli dimensioni e posizionati molto vicini alla stella intorno alla quale
orbitano. 2.
Però la scoperta di pianeti extrasolari si realizzò concretamente
solamente nel 1993 quando Aleksander Wolszczan, un astronomo polacco, osservò
dei corpi celesti attorno ad una pulsar (ossia ad una stella di neutroni in
rotazione). L’emissione di una pulsar è costituita da una successione di
impulsi radio regolari il cui ritmo è determinato dalla sua velocità di
rotazione. L’astronomo polacco individuò piccoli disturbi nella uniformità
di questo segnale causati presumibilmente dall’attrazione gravitazionale di
due o tre pianeti posti in vicinanza del corpo centrale. In realtà studi più
approfonditi del fenomeno portarono alla conclusione che forse poteva trattarsi
non di pianeti, ma di masse paragonabili a nane brune, cioè a piccole stelle
formatesi in modo diverso da come si formano normalmente i pianeti. Gli
astronomi ipotizzarono infatti che quei corpi celesti potessero essere frammenti
prodotti dalla stessa supernova che originò la pulsar.
Nonostante questi primi segnali, in verità, fino al 1995 nessuno era
riuscito a trovare la prova della presenza di pianeti veri e propri al di fuori
del Sistema Solare. Il 6 ottobre di quell’anno fu data notizia della prima
scoperta di un pianeta extrasolare, avvenuta all’inizio dell’anno, da parte
dell’astronomo svizzero Michel Mayor, aiutato dal suo studente Didier Queloz.
Egli osservò che, orbitante intorno alla 51
Pegasi (una stella simile al Sole), vi era un pianeta la cui massa ammontava
a circa il doppio di Giove e stazionava su di un’orbita più stretta di quella
di Mercurio. Questo grosso pianeta orbitante molto vicino alla stella, con la
sua presenza, spostava leggermente la traiettoria della stella stessa.
Dopo questa prima scoperta, nell’aprile dello stesso anno, venne
individuato, da parte di un gruppo di scienziati americani, un sistema solare
composto da tre pianeti che si muovevano intorno alla stella Ypsilon
della costellazione di Andromeda, un astro distante da noi 44 anni luce (circa
quattrocentomila miliardi di kilometri). Due di questi pianeti erano grandi il
doppio di Giove, mentre il terzo era solo un po’ più piccolo ma talmente
vicino al suo Sole che in 24 ore gli girava intorno quattro o cinque volte.
L’importanza di quest’ultima scoperta a cui seguirono altre dello stesso
tipo stava nel fatto che essa rappresentava la conferma dell’esistenza di
altri sistemi solari simili al nostro e ciò faceva aumentare la probabilità
che si potessero trovare altri pianeti abitabili come quello in cui viviamo.
Come è noto, la speranza di entrare in contatto con una qualche forma di
intelligenza aliena è il sogno segreto degli astronomi che sono impegnati nella
ricerca di pianeti extrasolari. 3. I PRINCIPALI
METODI DI RICERCA
La tecnologia impiegata ha consentito di ottenere misure accurate
soprattutto del moto proprio delle stelle e dell’influenza dei pianeti su di
esso. Il metodo più fruttuoso per individuare un pianeta, come abbiamo
accennato, consiste infatti nell’evidenziarne l’influenza gravitazionale
sulla sua stella. La stella attrae il pianeta il quale a sua volta attrae la
stella ma in misura molto minore perché minore è la sua massa. Tuttavia la
presenza di un pianeta provoca lievi ondeggiamenti della stella i quali sono
tanto più accentuati quanto più il pianeta è grande e quanto più le è
vicino.
Anche la misura della variazione della luminosità apparente della stella
determinata dal passaggio del pianeta davanti ad essa consente di stabilire la
sua presenza. I transiti di pianeti osservati fino ad oggi con questo metodo
sono solo una decina ma questo metodo, a differenza dell’altro, consente di
individuare pianeti posti anche a notevole distanza. Quando è presente un
pianeta la diminuzione di luminosità della stella si ripete periodicamente e il
valore di tale lieve oscuramento dipende dalla grandezza del pianeta e
dall’ampiezza dell’orbita percorsa dallo stesso. La principale informazione
che si ottiene da questo tipo di osservazione riguarda il raggio del pianeta e
se esso è stato identificato anche attraverso il metodo astrometrico, che
fornisce il valore della massa, è possibile ricavare da queste misure la sua
densità e capire se quel corpo celeste è di natura gassosa (cioè simile a
Giove) o rocciosa (cioè simile alla Terra). Gli stessi dati forniscono anche il
valore della gravità superficiale e della composizione chimica dell’atmosfera
eventualmente presente.
Grazie alle nuove tecniche, attualmente il numero dei pianeti osservati
ne annovera quasi quattrocento e tale numero va aumentando di giorno in giorno,
ma le stelle contornate da pianeti sono molte di meno: ciò significa che molte
di esse sono stelle intorno alle quali orbita più di un pianeta e pertanto
numerosi sono i sistemi solari già individuati.
Un aspetto che fa bene sperare per la scoperta di altri mondi abitati,
che, come abbiamo detto, è il vero scopo della ricerca, sta nel fatto che i
sistemi solari lontani non sono solo popolati da pianeti, ma pure da comete,
come avviene nel nostro. Quest’ultima osservazione conferma che il nostro
Sistema Solare non è una proprietà esclusiva della Galassia anche se fino ad
ora, come abbiamo detto, i soli pianeti osservati sono essenzialmente di tipo
gigante gassoso e molto vicini alla stella intorno a cui orbitano: pertanto
inadatti alla formazione della vita come la intendiamo noi.
Oltre ai metodi indiretti vi è naturalmente anche quello diretto che
tuttavia è estremamente difficile da mettere in pratica. Esso consiste
nell’osservare direttamente la luce emanata dal pianeta la cui analisi
permetterebbe di identificare anche gli elementi che lo costituiscono e che ne
compongono l’atmosfera. La difficoltà di questo tipo di osservazione è da
individuarsi nel fatto che la luce che ci giunge da questi corpi celesti è
debolissima: sarebbe come pretendere di scorgere una farfallina in vicinanza del
faro che illumina il campo sportivo. Tuttavia, alcuni anni addietro, il
telescopio Hubble ci ha inviato un’immagine, nella quale è visibile in
vicinanza (ma non troppo) di una stella, di un corpo che potrebbe essere un
pianeta extrasolare (ma più verosimilmente una piccola stella).
Un modo per ovviare all’estrema debolezza dell’emissione della luce
riflessa dal pianeta o di quella infrarossa generata dal calore che esso stesso
emana è quello di scegliere in modo opportuno la banda di lunghezze d’onda
entro le quali ottimizzare il sistema di osservazione. In questo modo, come
abbiamo accennato, si può riuscire a guadagnare fino a cinque ordini di
grandezza nel contrasto fra pianeta e stella. I risultati di questo tipo di
osservazione tuttavia devono ancora venire. 4. ALTRI METODI DI
OSSERVAZIONE
Un altro dei metodi indiretti molto utilizzato per l’intercettazione di
pianeti extrasolari consiste nell’osservazione del cosiddetto effetto Doppler.
Questo fenomeno, ben noto da lungo tempo, venne spiegato dal matematico e
astronomo austriaco Christian Doppler (1803-1853). Egli dimostrò che quando una
sorgente sonora passa in vicinanza di un osservatore fermo questi avverte un
cambiamento di tonalità perché cambia la lunghezza dell’onda sonora.
Precisamente l’osservatore nota che il suono si fa acuto, cioè ha una
frequenza elevata, perchè le onde sonore, quando la sorgente si avvicina, si
comprimono e quindi diventano più corte mentre il suono diventa più grave
quando la sorgente si allontana perché le onde sonore in questo caso si
distendono, diventano più lunghe e di conseguenza la frequenza diminuisce.
Anche la luce è soggetta allo stesso fenomeno. Se una sorgente luminosa
si avvicina la luce appare di frequenza più elevata rispetto a quella della
stessa sorgente ferma; se si allontana, si osserva una frequenza più bassa.
Frequenze differenti del suono corrispondono a note diverse della scala
musicale, mentre frequenze differenti della luce corrispondono a colori diversi.
Il rosso ha una frequenza più bassa del blu, quindi una stella che si allontana
dovrebbe essere più rossa del normale mentre se si avvicina dovrebbe essere più
blu. In pratica questa differenza di colore non si nota direttamente sulla
stella ma se si analizza il suo spettro il fenomeno appare evidente. Come è ben
noto, la luce di una stella può essere separata nei colori dell’iride (il
cosiddetto “spettro”) facendola passare attraverso un prisma di materiale
trasparente. Sovrapposta allo spettro si nota una serie di righe di assorbimento
corrispondenti ai vari elementi presenti nell’atmosfera stellare. Esiste ad
esempio un gruppo di righe corrispondenti all’idrogeno, un diverso gruppo di
righe del calcio, un altro ancora del ferro e così via per tutti gli altri
elementi chimici. Come si trattasse di un’impronta digitale ogni riga occupa
una posizione precisa che cambia solo se il corpo luminoso è in movimento. Se
una stella si avvicina le righe subiscono uno spostamento verso il blu, se si
allontana le righe si spostano verso il rosso. Per questo motivo il fenomeno è
detto anche “spostamento Doppler”.
Le righe spettrali della luce emessa da stelle perturbate
dall’influenza di un pianeta mostrano oscillazioni irregolari che permettono
di stabilire la misura della velocità a cui si muove la sorgente. Si tratta di
spostamenti minimi ma tuttavia misurabili mediante apparecchiature di estrema
precisione.
Un altro metodo che di recente ha trovato applicazione è
quello della cosiddetta microlente gravitazionale. Esso si basa sul fenomeno
della curvatura dei raggi di luce provenienti da una stella lontana per opera
del campo gravitazionale generato da un oggetto massiccio interposto tra la
sorgente e l’osservatore. Sappiamo che una stella genera una piccola
deformazione dello spazio-tempo (lo spazio a quattro dimensioni proposto da
Einstein nella sua teoria della relatività generale) e un pianeta in orbita
intorno a questa stella vi aggiunge una minuscola irregolarità.
Il risultato conseguente alla presenza di un oggetto celeste
interposto fra sorgente luminosa ed osservatore è lo sdoppiamento
dell’immagine della sorgente lontana la cui apertura angolare è funzione
della massa dell’oggetto interposto, della separazione angolare fra la
sorgente e l’oggetto che fa da lente, nonché dalla loro reciproca distanza.
Se la massa che funge da lente gravitazionale è di dimensioni ridotte si parla
di microlente e la separazione angolare fra le due immagini della sorgente
lontana sarà così piccola che diventerà quasi impossibile distinguere le due
figure. La presenza di un pianeta intorno alla stella che si comporta come una
lente nei confronti di una sorgente più lontana genera una leggera variazione
della luminosità della stella stessa.
I programmi di ricerca dal suolo hanno lo scopo di individuare intorno a
stelle di tipo solare pianeti giganti e quindi sicuramente privi di vita ma non
appena si adotteranno telescopi più potenti essi consentiranno di comprendere a
fondo i processi di formazione e di evoluzione dei pianeti stessi. Le
osservazioni dallo spazio con il metodo dei transiti si prefiggono invece lo
scopo di individuare pianeti simili alla Terra, sia per dimensioni sia per
posizione, rispetto alla stella centrale. Questi pianeti potrebbero
effettivamente essere abitati. 5. I FUTURI PROGETTI
Il futuro della caccia ai pianeti extrasolari appare tuttavia assai
promettente anche per il contributo che ad essa stanno fornendo gli astrofili.
Una microlente planetaria è stata scoperta proprio grazie al lavoro di due
astrofili neozelandesi i quali, utilizzando un piccolo telescopio, hanno fornito
una serie di dati cruciali per l’individuazione di una coppia pianeta-stella.
Osservazioni dallo spazio dovrebbero essere in grado di rivelare
soprattutto la presenza di pianeti terrestri, cosa che è resa molto difficile
con misure dal suolo a causa della turbolenza atmosferica che disturba la
visione. Il 6 marzo del 2009 il telescopio spaziale Kepler
ha iniziato una missione rivolta ad individuare pianeti di tipo terrestre
all’interno della nostra Galassia. Esso si è affiancato al lavoro iniziato un
paio di anni prima dal telescopio francese COROT
il quale era indirizzato ad individuare riduzioni temporanee di luminosità
della stella davanti alla quale passa un pianeta.
Kepler, che ha uno specchio
molto più grande di quello di COROT, dovrebbe quindi essere in grado di individuare decine o
centinaia di pianeti di tipo terrestre in orbita intorno alla loro stella ad una
distanza tale da consentire condizioni climatiche simili a quelle che si
verificano qui da noi.
Finora, come abbiamo visto, la maggior parte delle ricerche erano basate
sul rilevamento della lieve attrazione gravitazionale esercitata dal pianeta
sulla stella e non potevano identificare corpi piccoli come il nostro pianeta.
Le osservazioni di COROT e Kepler dovrebbero
invece consentire di intercettare pianeti di ridotte dimensioni ma presentano lo
svantaggio di permettere osservazioni solo nel caso che pianeta e stella si
presentino perfettamente allineati con la nostra linea di vista: una condizione
quest’ultima che si verifica in media una sola volta su cento. Questo è il
motivo per il quale sono state prese in considerazione più di un milione di
stelle per essere analizzate. Inoltre c’è da tenere presente che un corpo di
dimensioni simili a quelle della Terra riduce la luminosità della stella di
solo un decimillesimo.
A complicare la ricerca vi è anche il fatto che una lieve riduzione di
luminosità della stella presumibilmente non ha significato, in quanto potrebbe
essere dovuta ad una momentanea anomalia dell’emissione stellare; un secondo
oscuramento dello stesso tipo potrebbe risultare altrettanto irrilevante ma un
terzo fenomeno della stessa entità, che avvenisse dopo il medesimo intervallo
di tempo trascorso fra i primi due, comincerebbe ad apparire interessante. Una
quarta riduzione di luminosità segnalerebbe la presenza quasi certa di un
pianeta la cui orbita passa esattamente tra noi e la stella. Frattanto però i
tempi della osservazione sulla singola stella si allungherebbero
considerevolmente.
Oltre al problema dei tempi, un altro limite osservativo riguarda il tipo
di pianeti che possono essere scoperti. Le difficoltà che si incontrano nella
determinazione di pianeti piccoli come
Una prossima missione, il cui lancio potrebbe avvenire verso il 2015 è
denominata Space Interferometry Mission (SIM); essa è deputata ad osservare un
centinaio di stelle relativamente vicine con una precisione senza precedenti
perché siano identificati pianeti di massa terrestre tanto distanti dalla
stella che le temperature né troppo calde né troppo fredde consentirebbero
l’esistenza di acqua allo stato liquido.
Ma anche questa missione non sarà in grado di rilevare indizi della
presenza di forme di vita come ad esempio molecole tipiche dei corpi animati.
Invero, per disporre di strumenti in grado di valutare l’abitabilità dei
pianeti, occorreranno tempi più lunghi dettati soprattutto dai costi proibitivi
delle missioni.
Attualmente sono allo studio due missioni: l’una della NASA, che porta
il nome di Terrestrial Planet Finder (TPF) e l’altra della European Space
Agency, chiamata Darwin, e queste dovrebbero essere in grado di realizzare
misurazioni spettroscopiche della superficie e della atmosfera di pianeti
extrasolari. Nessuna delle due missioni ha preso però il via a causa
soprattutto dei costi proibitivi ed anche se si unissero le risorse disponibili
di Europa e USA il costo dell’impresa supererebbe i due miliardi di dollari e
la costruzione richiederebbe un decennio.
Per ora le migliori possibilità di avere informazioni sui pianeti
extrasolari sono offerte dal Jemes Webb Space Telescope (JWST) il cui lancio è
previsto per il 2013 nonché dalla prossima generazione di telescopi con base a
terra: essi permetteranno di vedere, in quanto muniti di apparecchiature in
grado di bloccare la luce stellare (i coronografi), eventuali piccoli corpi
immersi nel bagliore intenso della stella. |
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