L'EVOLUZIONE DEL MODELLO DI UNIVERSO

   

Parte IV

Recentemente i fisici hanno tentato d'indagare la natura
dell'Universo con l'ausilio della fisica quantistica
 
alla luce della quale
non è per nulla assurdo immaginare
un Universo che si sia formato spontaneamente dal nulla.

 

    Il principio di indeterminazione di Heisenberg, con il quale ci siamo lasciati nel numero precedente, afferma che non è possibile ottenere informazioni dirette (nemmeno in linea di principio) da oggetti di dimensioni molto piccole, a causa della particolare natura della materia. In conseguenza di queste limitazioni non è quindi nemmeno possibile immaginare la consistenza e le dimensioni dell'Universo all'atto della sua creazione, qualora lo stesso fosse effettivamente scaturito da una singolarità. Prima di vedere se esiste una possibilità alternativa, è necessaria una premessa di carattere generale.

    Immaginiamo di trovarci nella necessità di dover estrarre delle informazioni dall'interno di uno spazio molto ristretto e di doverlo fare entro un tempo definito. Prima di azzardare una risposta dobbiamo chiederci se esiste eventualmente un limite alle dimensioni dello spazio e dell’intervallo temporale, o se le due grandezze possono essere ridotte di dimensione quanto si vuole. Ebbene, questo limite effettivamente esiste. Infatti, affinché da un luogo di esigue dimensioni possa uscire un'informazione di qualsiasi tipo, bisogna che in esso vi sia spazio sufficiente per contenere una certa quantità di energia, la quale, a sua volta, per poter portare con sé l'informazione, dovrebbe emergere da quel luogo e colpire il nostro occhio o un qualsiasi altro apparecchio rilevatore.

    Il segnale che affiora dal nostro ambiente di dimensioni anguste, per quanto lo si possa immaginare rapidissimo, non potrà certo essere di durata nulla, altrimenti il segnale stesso non esisterebbe affatto. Se si trattasse ad esempio di un segnale luminoso, esso dovrebbe durare almeno il tempo sufficiente per permettere all'energia elettromagnetica, che lo caratterizza, di compiere un'oscillazione completa, cioè il tempo necessario per il formarsi di una singola onda; questo è un tempo indubbiamente molto breve, ma non nullo. Inoltre, si intuisce facilmente che, se l'onda è lunga, ci vuole più tempo perché si formi, se l'onda è corta, ci vuole meno tempo.

     Ora si può dimostrare che quanto più corta è l'onda relativa ad un determinato segnale elettromagnetico, tanto maggiore è l'energia in essa contenuta, e quanto più lunga è l'onda tanto minore è l'energia posseduta: energia e lunghezza dell'onda che la trasporta sono quindi grandezze inversamente proporzionali. Per fare un esempio concreto si pensi ad una radiazione gamma che rappresenta un segnale molto energetico: essa è trasportata da un’onda molto corta, quindi di durata molto breve. Un segnale di bassa intensità, invece, come ad esempio un'onda radio, conterrà poca energia, ma sarà trasportato su di un'onda molto lunga e quindi si protrarrà molto a lungo nel tempo. Da quanto detto si deduce che, per avere un'informazione entro un intervallo di tempo molto piccolo, si devono impiegare energie molto grandi, e viceversa. Naturalmente, quello che abbiamo detto per l'energia di tipo elettromagnetico, vale per qualsiasi altra forma di energia, altrimenti sorgerebbero contraddizioni nelle leggi della fisica.

    Planck calcolò quali avrebbero dovuto essere le grandezze fisiche minime al di sotto delle quali non sarebbe stato più possibile ottenere alcuna informazione, neppure in linea di principio. Risultò così, ad esempio per quanto riguardava le dimensioni lineari, che la lunghezza minima al di sotto della quale non era possibile compiere una misurazione doveva essere di 10-33 cm (una grandezza alcuni miliardi di miliardi di volte inferiore al raggio di un protone); dividendo questa minuscola lunghezza per la velocità della luce si ottiene il più piccolo intervallo di tempo misurabile:10-43 secondi. Lo spazio entro cui sarebbe ancora possibile indagare, non dovrebbe quindi avere dimensioni inferiori a 10-99 cm3; e, infine, la massa non doveva essere inferiore a 10-5 g, un valore quest'ultimo, se riferito alle grandezze precedenti, sorprendentemente alto. Queste sono le dimensioni minime, calcolate da Planck, al di sotto delle quali non sarebbe consentito, in alcun modo, l'accesso sperimentale. 

     Ritorniamo ora al problema dell'origine dell'Universo. Secondo la teoria della Relatività Generale, l'Universo, al tempo t=0, avrebbe dovuto essere di dimensioni nulle, una condizione teorica che è stata chiamata «singolarità» e che da un punto di vista fisico deve essere scartata, perché priva di significato. Si ricorderà che in seguito a questa osservazione abbiamo concluso che le leggi della fisica classica non sono in grado di descrivere lo stato dell'Universo fin dalla sua origine.

     Cerchiamo ora di capire se sia possibile ottenere un risultato migliore, facendo ricorso alla meccanica quantistica. In questo caso, come abbiamo appena visto, non è consentito estrapolare il tempo, né le altre grandezze fisiche, fino al valore zero, perché anche in questo caso le leggi perdono di significato quando si scende al di sotto di certi valori minimi. Pretendere quindi di ottenere (anche solo teoricamente) una qualche informazione su ciò che potrebbe essere accaduto nell'Universo prima del tempo di Planck, semplicemente non ha senso.

    A questo punto non rimangono che due possibilità: o aspettare che vengano scoperte nuove leggi fisiche applicabili agli oggetti di dimensioni nulle, ovvero che vengano avanzate teorie in grado di eliminare la singolarità, e nel frattempo rimanere a braccia conserte, oppure utilizzare ciò che abbiamo a disposizione per avanzare una risposta purchessia alla nostra domanda. In quest’ultimo caso dobbiamo immaginare che l'Universo possa essere emerso dal nulla, tutto intero e già bello e formato nei suoi contenuti essenziali, però di grandezza non inferiore alle dimensioni di Planck, per esempio sotto forma di “pallina” con un volume non inferiore a 10-99 cm3.

    Quest'ultima eventualità non sarebbe per nulla assurda, perché la meccanica quantistica prevede che particelle di materia possano effettivamente emergere dal nulla all'improvviso e senza motivo ed inserirsi fra quelle già esistenti. La stessa teoria prevede però che subito dopo la loro comparsa tali particelle debbano sparire senza lasciare traccia di sé. Queste particelle che compaiono all'improvviso e poi scompaiono senza dare il tempo per la loro registrazione sono dette "virtuali" per distinguerle da quelle "reali", che invece resistono più a lungo.

     Possiamo quindi immaginare l'Universo, all'inizio dei tempi, come qualcosa di estremamente piccolo (un'entità di dimensioni molto inferiori perfino a quelle di un elettrone) che compare dal nulla. Questa strana "pallina", però, invece che scomparire immediatamente, come prevedono le leggi di natura, avrebbe dovuto perdurare nel tempo e svilupparsi fino a diventare l'Universo che possiamo osservare. Il problema è ora di vedere se esistano leggi fisiche che consentano il verificarsi di un tale evento.                          

 

  Parte V

 I fisici ritengono che la materia e l’energia attualmente presenti
nell'Universo siano in realtà nulle in quanto perfettamente
bilanciate da una forma di energia negativa rappresentata dalla gravità.
In tal caso il Cosmo, già dall’inizio, sarebbe stato privo di materia e di energia.

 

    Affermare che una particella di dimensioni ultramicroscopiche possa emergere improvvisamente dal nulla, sopravvivere per una frazione irrilevante di secondo, e quindi scomparire senza lasciare traccia di sé, non sarebbe in contraddizione con le leggi della meccanica quantistica. Quelle leggi affermano infatti che se una particella appare per un istante brevissimo, tale da non lasciare il tempo materiale per la sua rilevazione, è come se essa non fosse mai esistita. In una situazione del genere non risulterebbero nemmeno violate le leggi di conservazione della materia e dell'energia, cioè quelle leggi che affermano che in natura nulla può essere creato dal nulla e nulla può svanire nel nulla.

    Come avevamo anticipato, le particelle create e distrutte prima di poter essere rilevate si dicono «virtuali», per distinguerle da quelle che sopravvivono per tempi più lunghi che sono dette «reali». Ci si potrebbe allora chiedere come si faccia a sapere se una particella virtuale è effettivamente esistita, quando non è possibile registrarla prima che scompaia. Ebbene, senza entrare nei dettagli, possiamo affermare che le particelle virtuali, quando compaiono, lasciano sulla materia reale delle tracce che possono essere registrate. La presenza delle particelle virtuali è nota quindi per via indiretta.

    Utilizzando le nostre conoscenze di meccanica quantistica possiamo quindi immaginare l'Universo, agli inizi dei tempi, emergere improvvisamente dal nulla sotto forma di particella virtuale. In realtà i cosmologi chiamano «vuoto» il nulla da cui sarebbe scaturito l'Universo: un concetto che, come chiariremo subito, assume nella cosmologia quantistica un ruolo di fondamentale importanza.

    Normalmente si pensa al vuoto come a ciò che rimane quando, da un dato luogo, si toglie tutto ciò che vi è contenuto. Questa idea di vuoto è stata profondamente modificata con l'avvento della meccanica quantistica. All'interno di questa teoria, infatti, il vuoto non è più il nulla in assoluto, perché in realtà esso è sede di un gran numero di eventi individualmente non rilevabili (perché protetti dal principio di indeterminazione), ma osservabili tutti assieme attraverso gli effetti della loro azione eccitante sullo spazio circostante. In definitiva, anche dove siamo convinti di vedere il vuoto, ossia il nulla, in realtà vi è tutta una serie di fenomeni connessi con la comparsa (e la scomparsa) di particelle virtuali e di "lampi" effimeri di energia.

    L'Universo potrebbe quindi anch'esso essere comparso sotto forma di particella virtuale all'interno di questo cosiddetto «vuoto quantistico» ed essa avrebbe dovuto avere, all'inizio, dimensioni non inferiori a quelle imposte dai limiti di Planck. Ora però ci si chiede in che modo la particella primordiale da cui si sarebbe sviluppato l’Universo intero avrebbe potuto conservarsi e ingrandirsi, visto che le leggi impongono che una particella quantistica non possa sopravvivere che per frazioni irrilevanti di secondo.

    In realtà, la meccanica quantistica afferma che in uno spazio "piatto" (ossia di enormi dimensioni), quale sarebbe quello in cui viviamo, una particella che emerge dal vuoto debba immediatamente sparire per non violare le leggi della conservazione dell'energia. Nell'Universo primordiale però lo spazio non era come quello attuale, ma fortemente incurvato e in quelle condizioni, dice sempre la teoria, non valgono le leggi che vigono nell'Universo attuale. Quindi in quella situazione del tutto particolare non ha senso parlare di conservazione dell'energia; anzi è stato dimostrato che in uno spazio curvo una particella quantistica sopravviva tanto più a lungo quanto più è leggera; così che, se fosse di massa nulla, sopravvivrebbe per sempre e il nostro Universo sicuramente aveva una massa molto piccola, quando emerse spontaneamente dal vuoto tanto che per esso i fisici hanno ritenuto più appropriata la definizione di «bolla», proprio a significare qualche cosa priva di materia e di energia, ma piena di potenzialità. Ora, se questa «bolla» emersa dal nulla fosse stata leggerissima (come d’altra parte dovrebbe essere una bolla), avrebbe avuto una vita quasi infinita.

    Tuttavia qualora l'Universo all'inizio dei tempi fosse stato effettivamente di massa ed energia nulle (o quasi nulle), anche oggi dovrebbe esserlo, perché altrimenti risulterebbero, ora sì, violate le leggi di conservazione, prima ricordate. L'Universo attuale, come tutti possono osservare, è però tutt'altro che privo di materia e di energia. Come possiamo allora giustificare un bilancio materiale ed energetico nullo? Per farlo dobbiamo supporre che nell'Universo vi sia materia ed energia positiva, insieme con materia ed energia negativa.

    Prima di procedere, è opportuno ricordare che materia ed energia sono due entità equivalenti, nel senso che la materia può trasformarsi in energia, e viceversa, come prevede la celeberrima equazione di Einstein: E=mc2 (E = energia, m = massa, c²= velocità della luce al quadrato). In virtù di questa legge, possiamo considerare tutta la materia e tutta l'energia presente nell'Universo, come l'equivalente di una massa (o di una quantità di energia) molto grande che assumeremo di segno positivo. Dall'altra parte vi è l'energia gravitazionale, che può essere considerata come una forma di energia (o di massa) negativa. Cerchiamo di spiegare perché.

   Si immagini di dover allontanare due corpi che stanno vicini. Per farlo dovremo fornire loro energia allo scopo di superare la forza di gravità che li tiene uniti: ma l'energia fornita dall'esterno verrà assunta dai due corpi i quali si troveranno, una volta lontani l’uno dall’altro, dotati di una massa maggiore di prima, avendo trasformato l'energia acquisita in materia. Immaginiamo ora l'operazione inversa, cioè l'avvicinamento spontaneo di due corpi lontani, attirati dalla forza di gravità: essi, a mano a mano che si avvicinano, perdono massa (che si allontana sotto forma di energia) divenendo più leggeri. La gravità può essere quindi considerata una forma di energia negativa, in quanto, quando si manifesta, lo fa sottraendosi dall'energia positiva della materia.

    Se ora si somma algebricamente l'energia negativa della gravità con quella positiva dell'equivalente massa-energia presente nell'Universo, si ottiene un totale uguale a zero (o almeno molto vicino a zero). Così hanno calcolato i fisici.

    Per concludere, se l'attuale massa-energia totale dell'Universo fosse veramente prossima allo zero, anche quando esso emerse dal vuoto sotto forma di particella quantistica (o bolla), massa ed energia dovevano essere nulle o quasi nulle.

    Rimane ancora da chiarire il modo in cui l'Universo, una volta emerso dal nulla, si sia poi potuto espandere e sviluppare e questo sarà oggetto di indagine nei prossimi numeri.

   

Parte VI

 È paradossale il fatto che per comprendere l'oggetto
 
più grande che ci sia, cioè l'Universo intero,
si debba ricorrere alle leggi che governano le entità più piccole,

cioè quelle trattate dalla meccanica quantistica.

 

    Quello del Big Bang rappresenta il modello di Universo attualmente più accreditato. Come è noto, in campo scientifico si fa largo uso di modelli per avere una rappresentazione sia pur semplificata e incompleta di un oggetto inaccessibile all'osservazione diretta. Un modello scientifico può essere paragonato al modellino di un’automobile, che riproduce alcune caratteristiche dell’automobile vera, ma non è identico ad essa. Questi strumenti concettuali, pur avendo validità limitata, risultano tuttavia utili agli scienziati perché, oltre a dare unità e coerenza agli oggetti naturali che simboleggiano, vengono anche utilizzati per comprendere meglio il fenomeno dal quale gli stessi hanno tratto origine. Come un qualsiasi modello, anche quello del Big Bang non ha dunque la pretesa di rappresentare tutti i dettagli della struttura dell'Universo reale, ma solo alcuni suoi aspetti essenziali; esso ad esempio considera l’Universo come un fluido perfetto di materia e radiazione distribuito in modo assolutamente uniforme su tutto lo spazio: l’agglomerarsi della materia in stelle e galassie viene ignorata salvo poi riprendere questo particolare argomento quando si decida di indagare sull’origine e sulla distribuzione dei corpi celesti.

    Nonostante certi risultati favorevoli, il modello standard del Big Bang poneva tuttavia alcune questioni che lasciavano perplessi, ma prima di parlarne bisogna accennare al fatto che questo non è l’unico modello che venne proposto utilizzando la teoria della Relatività generale di Einstein e l’osservazione del red shift  delle galassie.

    Fu proprio quel Fred Hoyle che aveva deriso il modello di Gamow definendolo un “grande bum” a proporne uno alternativo. Insieme ai colleghi austriaci Hermann Bondi e Thomas Gold con i quali durante la seconda guerra mondiale aveva lavorato al perfezionamento degli apparecchi radar, Hoyle presentò un modello da contrapporre a quello dell'Universo in evoluzione che prese il nome di «Modello di Universo in stato stazionario» e rappresentò l'ultimo disperato tentativo di salvare l'idea dell'immobilismo cosmico.

    Per non cadere in contraddizione con i fondamenti primi della relatività generale - pensarono i tre scienziati - l'aspetto dell'Universo su larga scala dovrebbe rimanere immutato non solo nello spazio, ma anche nel tempo. Pertanto, benché questi studiosi convengano sul fatto che l'Universo sia in espansione, ciò nondimeno la densità della materia sarebbe dovuta rimanere costante nel tempo e quindi, a mano a mano che le galassie si allontanavano fra loro e lo spazio diventava sempre più vuoto, nuove galassie si sarebbero dovute formare per compensare il diradarsi delle vecchie.

    Il modello prevedeva quindi una cosa a prima vista assurda: la creazione di materia dal nulla. Esisterebbe infatti, secondo Hoyle e i suoi colleghi, un «campo creazionale» (in analogia con il «campo gravitazionale») generato dalla materia già esistente, in grado di produrne di nuova: il ritmo con cui avverrebbe la formazione di materia sarebbe tuttavia lentissimo (si formerebbe non più di un atomo di idrogeno per metro cubo ogni miliardo di anni) e comunque tale da rendere impossibile il suo rilevamento.

    Se quindi da un lato il modello di Universo stazionario poneva il problema sconcertante della creazione di materia dal nulla, dall'altro ne evitava altri, non meno imbarazzanti, come ad esempio quello dell'origine. Infatti secondo Hoyle l’Universo non ebbe inizio, né avrà fine: esso è sempre esistito ed esisterà per sempre.

    Nella storia della scienza, tuttavia, è capitato spesso che le teorie più originali e convincenti siano state poi impietosamente demolite da osservazioni insignificanti e fortuite: così avvenne anche nel caso del modello dello stato stazionario. La radiazione cosmica di fondo, quella dei 3 gradi K, individuata dai due tecnici americani dei telefoni, di cui abbiamo già parlato, non trovava infatti giustificazione coerente all'interno del modello di Hoyle, che dovette pertanto essere abbandonato. In verità la scoperta di Penzias e Wilson, per la quale i due tecnici ricevettero il premio Nobel nel 1978, non fu l'unica evidenza osservativa contraria al modello dello stato stazionario; in precedenza si era ad esempio osservato che le quasar, i corpi celesti di dimensioni di poco superiori a quelli delle stelle, ma che irradiano quantità colossali di energia, erano più abbondanti a grande che a piccola distanza. Ora, poiché guardare in lontananza corrisponde a guardare indietro nel tempo, si doveva concludere che l'aspetto dell'Universo di miliardi di anni fa fosse diverso dall'attuale, smentendo quel principio cosmologico perfetto che prevedeva un Universo identico in ogni luogo e in ogni tempo, al quale si era appellato Hoyle.

   Accenniamo ora a due osservazioni a cui il modello standard del Big Bang non era in grado di dare risposta coerente. Per prima cosa ci si chiedeva attraverso quale meccanismo si sarebbe potuto formare dal niente l'Universo intero; in secondo luogo, anche qualora l'Universo fosse effettivamente apparso dal nulla, da dove avrebbe potuto poi trarre l'energia necessaria a produrre un'esplosione di tale violenza da scaraventare lontano le galassie, tanto che oggi, dopo 15 miliardi di anni da quell'evento, stanno ancora viaggiando a grandissima velocità.

    Alla prima domanda sta tentando di dare risposta il fisico inglese Stephen Hawking, una specie di fenomeno vivente che rappresenta un caso eccezionale, non tanto e non solo per il suo eccelso valore scientifico (occupa la cattedra lucasiana di matematica - che un tempo fu di Newton - a Cambridge, ed è considerato il più grande fisico teorico vivente), ma piuttosto per le sue condizioni di salute estremamente precarie. Una grave malattia del sistema nervoso lo ha infatti reso praticamente immobile su di una sedia a rotelle da oltre trent’anni. Egli, nonostante le gravissime menomazioni (per evitare che si soffocasse è stato anche necessario asportargli la laringe, privandolo dell’uso della parola), ha mantenuto intatte le capacità intellettive e lavora scrivendo e comunicando per mezzo di un computer controllato da un interruttore, che aziona con un solo dito. Intervenendo a Padova, con l'aiuto di un interprete, nella sala dell'Università in cui teneva lezione Galilei, annunciò, nel 1983, di essere riuscito a derivare la funzione d'onda che descrive l'Universo al suo apparire. La funzione d'onda è un'espressione matematica prodotta dalla meccanica quantistica che definisce, in termini probabilistici, le proprietà di una particella di piccole dimensioni. Le proprietà degli elettroni che si muovono intorno al nucleo atomico, ad esempio, sono definite anch'esse da un’analoga funzione d'onda (il cosiddetto “orbitale”).

    La necessità della descrizione del moto di una particella in termini probabilistici deriva dalla impossibilità, imposta dal principio di indeterminazione, di raccogliere misure precise relativamente alla traiettoria seguita da una particella di dimensioni molto piccole. E, come per l'elettrone in movimento è possibile una sua descrizione solo in termini probabilistici, così anche per l'Universo al suo apparire (cioè quando era di dimensioni molto più piccole dell'elettrone stesso) non è possibile altra descrizione se non negli stessi termini.

    Prima di rispondere alla domanda riguardante il luogo da cui l’Universo appena emerso dal nulla avrebbe estratto l’energia necessaria per espandersi e riempirsi a sua volta di materia e radiazione è necessario spendere qualche parola sulle cosiddette grandi teorie unificate.

2. continua

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