L'EVOLUZIONE DEL MODELLO DI UNIVERSO

Parte I

L'uomo per secoli ha ritenuto che l'Universo fosse fisso ed
immutabile e solo di recente si è convinto che invece
anch'esso può avere avuto una sua evoluzione.

 

    La teoria della Relatività Generale di Albert Einstein (1916) ha rappresentato il fondamento della cosmologia moderna, ma i progressi maggiori nella comprensione della conformazione generale dell'Universo e della sua evoluzione si sono avuti solo negli ultimi due decenni del secolo scorso, grazie soprattutto alle nuove conoscenze sulla struttura intima della materia e sulle proprietà delle forze. Queste nuove acquisizioni hanno consentito non solo una descrizione più precisa e dettagliata dell'Universo nel suo insieme, ma anche, per la prima volta, una spiegazione rigorosamente scientifica della sua origine vera e propria.

    La Relatività Generale è sostanzialmente una teoria che interpreta la gravità in modo nuovo, e cioè non più come una forza misteriosa che agisce a distanza fra corpi massicci, ma come una proprietà dello spazio, il quale risulterebbe deformato per la presenza in esso della materia. Lo spazio, pertanto, alla luce della nuova teoria, non sarebbe più quel contenitore vuoto e inerte entro il quale agiscono gli oggetti materiali, ma diventerebbe esso stesso un prodotto della materia. In altre parole se prima di Einstein lo spazio poteva esistere anche senza la materia dopo Einstein, se non ci fosse la materia, non esisterebbe nemmeno lo spazio.

    Per farsi un'idea concreta della nuova teoria si può immaginare lo spazio rappresentato da un materasso di gommapiuma, sul quale siano stati posti alcuni oggetti massicci che, con il loro peso, provocano delle depressioni entro le quali tendono a scivolare gli oggetti vicini. Quindi l'attrazione tra gli oggetti non è prodotta da forze che agiscono a distanza e istantaneamente, come pensava Newton, ma è semplicemente la conseguenza di una particolare configurazione che lo spazio assume a causa della presenza in esso di oggetti massicci.

    Ora però, se lo spazio tridimensionale tende spontaneamente ad incurvarsi, esso dovrebbe disporre di una quarta dimensione entro cui poterlo fare, così come un piano bidimensionale, per esempio un foglio di carta, ha bisogno di una terza dimensione per potersi ripiegare. Da qui nasce l'esigenza di individuare una quarta dimensione da aggiungere alle tre di cui abbiamo esperienza diretta. Einstein pensò al tempo, ma non ad esso in quanto tale, bensì al tempo come vera e propria dimensione spaziale. Questa quarta dimensione tuttavia differisce dalle altre in quanto è caratterizzata da un’unica direzione: essa va solo in avanti.

    Ora, avendo sostituito al concetto di forza quello di spazio deformato, Einstein venne in possesso di tutto ciò che era necessario per descrivere l'Universo nella sua globalità. Se la materia distorce localmente lo spazio - egli ragionò - non è da escludere che la stessa, nel suo insieme, non possa conferire una curvatura generale all'Universo intero, determinandone l'aspetto. In questo modo il fisico tedesco pervenne al suo modello di Universo curvo quadridimensionale, una struttura che sfugge tuttavia alla nostra capacità di visualizzazione. Un'immagine bidimensionale può però servire a rappresentare in modo intuitivo le caratteristiche del modello einsteiniano di Universo.

    Pensiamo allora ad un Universo piatto ma curvo, come è ad esempio la superficie terrestre, su cui possa muoversi una formica che, per le ridotte dimensioni, possiamo anch’essa immaginare piatta. La nostra formica bidimensionale potrà muoversi in ogni direzione, tornare a percorrere cammini già percorsi e fare eventualmente anche il giro completo della Terra senza incontrare mai ostacoli o cadere nel vuoto. Da questo punto di vista, la superficie della Terra è illimitata, ma nello stesso tempo finita perché, per quanto grande (soprattutto per la formica), è pur sempre misurabile. Allo stesso modo l'Universo a quattro dimensioni, che scaturisce dalla teoria della Relatività Generale, è illimitato e finito, potrebbe cioè essere percorso in tutte le direzioni senza mai incontrare barriere o confini, e tuttavia avere dimensioni misurabili, anche se enormi. 

    Einstein, tuttavia, era condizionato dal pregiudizio che l'Universo fosse fisso ed immutabile. Questo convincimento affondava le sue radici nei tempi più antichi e lo stesso Newton ne fu vittima quando, per impedire che l'attrazione reciproca delle masse presenti in esso potesse condurre ad un collasso generale, fu costretto ad ammettere una distesa indefinita di stelle in modo che ciascuna di esse fosse attratta da tutte le parti da infinite altre. Anche le equazioni conseguenti alla teoria della Relatività Generale descrivevano in termini matematici l'attrazione reciproca dei corpi, cioè sostanzialmente un movimento di contrazione, e pertanto Einstein, per fare in modo che l'Universo intero non precipitasse su sé stesso, inserì nei calcoli un termine ad hoc, la cosiddetta «costante cosmologica», con il ruolo di forza antigravitazionale. Questa avrebbe dovuto assolvere lo stesso ruolo che, nel modello di Newton, svolgeva la presenza di un numero infinito di stelle. Di questo aggiustamento il fisico tedesco dovrà però pentirsi.

    Frattanto, nonostante i pregiudizi e le apparenze contrarie, si andava facendo strada il convincimento che l'Universo non fosse fisso, immutabile ed eterno, ma che si andasse evolvendo nel tempo. E infatti, proprio nello stesso anno in cui Einstein prospettava il suo modello di Universo statico (siamo nel 1917) un astronomo olandese, di nome Willem de Sitter, dimostrò che una soluzione delle equazioni della Relatività Generale suggeriva la possibilità di un Universo in espansione. Poco più tardi, il fisico e matematico russo Aleksandr Fridmann chiarì che le equazioni di Einstein conducevano, in modo spontaneo, ad una struttura inequivocabilmente instabile di Universo come potrebbe essere ad esempio quella di una matita in equilibrio sulla punta.  

    Infine, nel 1927, il prete-scienziato di nazionalità belga Georges Lemaître, sempre servendosi della stessa teoria di Einstein, non solo rilanciò l'idea di un Universo in espansione, ma si spinse ben oltre immaginandone l'origine da un «atomo primordiale», cioè da un gigantesco ammasso di densità elevatissima che avrebbe dovuto racchiudere in sé, all'inizio dei tempi, tutta la materia e tutta l'energia che oggi è distribuita nelle stelle e negli spazi interstellari. Raccogliendo e comprimendo tutta la materia sparsa nell’Universo, egli calcolò che si sarebbe formato un corpo compatto grande quanto il Sistema solare.

    I modelli teorici, tuttavia, non sono sufficienti da soli a fornire una visione completa dei fenomeni naturali: nella scienza servono anche, e soprattutto, i riscontri oggettivi che, anche in questo caso, non tardarono a venire.

 

Parte II

L'osservazione del moto radiale delle Galassie dimostra,
in pieno accordo con le teorie di Einstein,
l'espansione dinamica dell'Universo.

 

    Nel 1929 l'astronomo americano Edwin Hubble (1889-1953), utilizzando il più grande telescopio di quel tempo, il riflettore di due metri e mezzo di Monte Wilson, in California, osservò lo «spostamento verso il rosso» (il famoso red shift) delle righe spettrali delle galassie. Questo fenomeno, interpretato come «effetto Doppler» per la luce, costituiva la prova che quegli ammassi di stelle si stanno allontanando da noi. Hubble notò anche che quanto maggiore era la distanza di una galassia, tanto maggiore era la sua velocità di allontanamento. Questa relazione lineare fra distanza e velocità delle galassie oggi si chiama “legge di Hubble” e può essere espressa nel modo seguente: V = H·d, dove V è la velocità di allontanamento della galassia, d la sua distanza e H una costante di proporzionalità il cui valore ha subito nel tempo numerose correzioni e aggiustamenti. Oggi H vale circa 50 km/s per milione di parsec corrispondente a 17 kilometri al secondo per milione di anni luce. Questo significa che una galassia che si trovasse ad un milione di anni luce da noi si allontanerebbe alla velocità di 17 kilometri al secondo, mentre una che si trovasse a 1 miliardo di anni luce da noi si allontanerebbe alla velocità di 17.000 km al secondo. Ora, poiché il fondo dell'Universo dovrebbe stare a circa 15 – 16 miliardi di anni luce, una galassia che si trovasse da quelle parti non la si vedrebbe perché si allontanerebbe alla velocità di circa 300.000 km al secondo, cioè alla stessa velocità della luce, luce che quindi non potrebbe staccarsi da quella galassia.

    L'allontanamento di tutte le galassie non significa necessariamente che noi, con la nostra, ci troviamo in posizione centrale (la visione di questo allontanamento sarebbe infatti identica in qualunque punto dello spazio ci si ponesse), né che le galassie si stanno muovendo attraverso gli spazi. Per farci un'idea concreta del fenomeno bisogna pensare alle galassie come si trattasse di acini di uvetta passa dentro un panettone che sta lievitando: su qualsiasi acino si fissasse l’attenzione si vedrebbero tutti gli altri intorno che si allontanano da esso. Inoltre, pur spostandosi reciprocamente, gli acini di uva passa non viaggiano attraverso l’impasto, ma il loro movimento è determinato semplicemente dall’espandersi della pasta che lievita, cioè da quello che nella similitudine consideriamo essere lo spazio.

    In seguito all'osservazione dell'allontanamento delle galassie lo stesso Einstein accettò l'idea di un Universo in espansione e riconobbe di aver commesso l'errore più grave della sua carriera scientifica quando cercò di modificare le equazioni della sua teoria (con l'introduzione del termine cosmologico) al fine di fornire un modello di Universo statico.

    Dalla valutazione delle distanze delle galassie, delle loro velocità di allontanamento e del tasso di decelerazione conseguente all'attrazione gravitazionale prodotta dagli stessi corpi celesti, gli astronomi riuscirono anche a determinare il tempo trascorso dall'epoca in cui gli ammassi di stelle dovevano essere tutti molto vicini tra loro. Quel tempo venne calcolato in circa 15 miliardi di anni, e rappresenterebbe per l’appunto l'età dell'Universo.

    Nel 1948 il fisico russo George Gamow (allievo di Aleksandr Fridmann), rifugiatosi per motivi politici in Europa, e successivamente trasferitosi negli Stati Uniti, modernizzò e perfezionò la teoria dell'Universo in espansione di Lemaître, che in seguito prese il nome di «modello del Big Bang», cioè del grande botto, un appellativo che gli fu assegnato in termini scherzosi dall’astronomo inglese Fred Hoyle (1915-2001) per mettere in ridicolo la teoria che lui riteneva inconsistente. Il termine invece piacque ai suoi sostenitori, venne divulgato e finì per perdere la connotazione negativa con la quale era stato proposto. 

   Gamow rappresenta il classico esempio di genio e sregolatezza. Egli fu uno studioso attivo in vari campi del sapere scientifico (fra l'altro fu colui che per primo intuì l'importanza biologica del DNA e ne suggerì anche la forma), oltre che un apprezzato divulgatore. Morì prematuramente, per gli eccessi dell'alcol, lasciando in molti il convincimento che fosse stato defraudato, in più occasioni, del premio Nobel. Una di queste si riferisce alla scoperta della radiazione di fondo di 3 K da parte di due tecnici dei Bell Telephone Laboratories (la società privata americana dei telefoni), Arno Penzias e Robert Wilson, nel 1965.

    L'esistenza di una tale radiazione, che doveva rappresentare il residuo raffreddato di quello che era stato il globo di fuoco dell'esplosione iniziale, era stata suggerita, molto tempo prima, dallo stesso Gamow, come effetto della continua espansione e del conseguente lento e graduale raffreddamento dell'Universo. Secondo il modello del Big Bang, insieme con l’espansione dello spazio, avrebbe dovuto dilatarsi anche l’onda elettromagnetica, la quale, nei primi istanti di vita dell’Universo doveva essere cortissima e carica di energia, ma l’espansione la rese più lunga fino a farla diventare pari a quella che emergerebbe da un corpo molto freddo (per l’appunto alla temperatura di 3 gradi assoluti, cioè 270 °C sotto zero). Ma di ciò non venne mai fatto cenno nelle relazioni che seguirono alle osservazioni dei due tecnici americani.

    L'Universo non esisterebbe quindi da sempre, ma sarebbe il risultato di una enorme esplosione avvenuta all'incirca 15 miliardi di anni fa. Il modello del Big Bang, suggerito da Gamow, è in grado tuttavia di descrivere, in modo soddisfacente, l’evoluzione dell’Universo solo da un certo momento in poi, e non fin dal suo primo istante di vita. Cerchiamo di spiegarne la ragione.

    Il modello di Gamow è detto classico (o standard) in quanto si fonda sulle leggi della fisica classica, cioè su leggi che riguardano i fenomeni macroscopici della natura e che quindi non sono in grado di descrivere l'aspetto dell'Universo fin dall'atto della sua creazione, quando, verosimilmente, doveva essere molto piccolo e caratterizzato da materia in condizioni fisiche molto particolari.

    In verità è lo stesso modello proposto da Gamow a suggerire che, all'atto della sua formazione, l'Universo doveva possedere un aspetto fisico del tutto eccezionale, con la materia tutta concentrata in uno spazio esiguo e sottoposta a temperature elevatissime. Per descrivere il comportamento della materia in quelle condizioni estreme sarebbe fuorviante fare ricorso alle leggi della fisica classica, perché quelle leggi perdono di validità quando vengono applicate a situazioni diverse da quelle entro le quali sono state ricavate.

    Ma gli astronomi, nonostante tutte le difficoltà di carattere concettuale, non si arresero davanti all'evidenza e tentarono comunque di spingersi indietro nel tempo fino al momento della creazione dell'Universo, per cercare di capire come questa avrebbe potuto aver luogo. Che cosa poteva essere accaduto nell'istante stesso del Big Bang? Che forma e che consistenza avrebbe dovuto avere l'Universo nel suo stato iniziale? Che cosa eventualmente vi fu prima di tale evento?

    Tutte domande molto impegnative, ma anche molto affascinanti e per le quali, in un primo tempo, sembrava non dovessero esserci risposte adeguate. Oggi però esiste la possibilità, senza scivolare nella metafisica, di rispondere anche a domande di questo tipo. I fisici dispongono infatti di nuove teorie, le quali descrivono con rigore il mondo microscopico degli atomi e delle particelle subatomiche.

  

Parte III

All'inizio dei tempi l'Universo doveva essere di dimensioni ridottissime
e quindi non poteva obbedire alle leggi della fisica classica, che sono leggi
adatte a descrivere fenomeni macroscopici della natura.
Solo di recente si è compreso che la meccanica quantistica,
una teoria che spiega i fenomeni relativi agli oggetti infinitamente piccoli,
poteva essere utilmente applicata all'Universo primordiale.

 

    In base al modello standard del Big Bang, all'atto della sua "creazione", cioè al tempo zero, l’Universo avrebbe dovuto avere tutta la materia concentrata in un punto privo di dimensioni. Questa entità di estensione nulla, avrebbe dovuto essere nello stesso tempo infinitamente pesante e infinitamente calda: una situazione, come è facile capire, assurda, perché in natura nulla può essere ridotto a zero come nulla può essere ingrandito fino a fargli assumere dimensioni infinite. In realtà, questa particolare condizione dell'Universo primordiale era stata ricavata per via puramente matematica e non aveva quindi una sua consistenza fisica. Essa venne detta «singolarità», con chiaro riferimento alle sue caratteristiche di unicità.

    I fisici teorici di nazionalità inglese Roger Penrose (1931- ) e Stephen Hawking (1942- ) hanno dimostrato che la soluzione delle equazioni di Einstein porta inequivocabilmente a tale risultato. Ma come è possibile, ci si chiese, immaginare un oggetto di dimensioni nulle e, contemporaneamente, di densità infinita? La risposta l'abbiamo già data: non è possibile! Tuttavia ciò non vuole dire affatto che di un argomento del genere non si possa discutere al fine di individuare una eventuale soluzione del problema: vuol dire semplicemente che il modello standard del Big Bang è inadeguato quando lo si voglia utilizzare per descrivere l'origine vera e propria dell'Universo.

    Ben lungi dal disarmare di fronte a difficoltà concettuali, i fisici hanno invece considerato, quello della singolarità, un problema stimolante che aveva bisogno, per essere risolto, di idee originali e coraggiose. E in effetti le risposte appropriate e scientificamente corrette vennero fornite, alla fine, da una teoria, la meccanica quantistica, che era stata ideata già all'inizio del Novecento dal fisico tedesco Max Planck (1858-1947), ma che, prima di allora mai nessuno aveva pensato di utilizzare per spiegare l'origine dell'Universo.

    Planck scoprì, non senza stupore, che un corpo radiante, come potrebbe essere ad esempio il filo incandescente di una lampadina, emetteva energia in quantità discrete e non con flusso continuo e graduale come suggeriva la teoria di quel tempo. La luce infatti, e tutta la radiazione elettromagnetica in genere, quindi anche le onde radio, i raggi X, le microonde e così via, era interpretata, con piena soddisfazione di tutti, come si trattasse di un fenomeno ondulatorio. Ora però Planck scopriva che, in alcuni casi, una tale teoria non poteva essere accettata, perché la radiazione mostrava un comportamento particellare, quindi antitetico a quello ondulatorio. I corpuscoli di energia a cui Planck dette il nome di «quanti», furono in seguito ribattezzati «fotoni» da Einstein.

    Poco tempo dopo, un giovane aristocratico francese, con lontane origini italiane, certo Louis Victor de Broglie, morto nel 1987 alla bella età di 95 anni, ipotizzò nella sua tesi di laurea che, se la radiazione elettromagnetica si comportava in duplice modo (cioè come onda e come particella), anche gli oggetti materiali, e in particolare gli elettroni, forse possedevano la doppia natura. In effetti gli esperimenti dimostrarono in modo inequivocabile che gli elettroni, oltre al normale comportamento particellare, presentano anche quello ondulatorio. In seguito fu osservata la natura ondulatoria di altre particelle materiali, ma sempre di piccole dimensioni.

    Nasceva in questo modo un dualismo onda-corpuscolo sia della radiazione, sia della materia ed essa metteva in luce come le teorie, impiegate per spiegare i fenomeni del mondo macroscopico, non potevano essere utilizzate per interpretare anche i fenomeni del mondo microscopico. Il comportamento duplice, ora da corpuscolo ora da onda delle particelle subatomiche, appariva infatti del tutto diverso da quello degli oggetti macroscopici, i quali non si comportano mai in modo ambiguo: un'entità macroscopica, ad esempio una palla da tennis, si comporta sempre come corpo materiale e mai come onda, e d’altra parte l’onda del mare non appare mai con le sembianze di un pallone. Questa osservazione dimostrava che mentre per interpretare i fenomeni macroscopici erano pienamente funzionali le teorie note, per spiegare il comportamento dei costituenti ultimi della materia si rendeva necessaria la formulazione di una nuova teoria. La diversità fra gli oggetti macroscopici e le entità più recondite della materia tuttavia non risiedeva semplicemente nelle dimensioni estremamente ridotte di queste ultime, ma in qualche cosa di più profondo ed essenziale che coinvolgeva la loro stessa natura. Le entità microscopiche della materia dovevano possedere, in altre parole, una natura tutta particolare, e molto diversa da quella dei corpi del mondo ordinario che appaiono ai nostri sensi duri, compatti e di forma definita.

    La nuova teoria prenderà il nome di «meccanica quantistica» e sarà una teoria prettamente matematica. Dovendo infatti rinunciare, per i motivi che abbiamo appena esposto, alla possibilità di una rappresentazione visiva concreta di entità che a volte si comportano come onde, a volte come corpuscoli, la teoria si vedrà costretta a ripiegare sulla loro descrizione espressa nei simboli del linguaggio matematico astratto. La meccanica quantistica è infatti una teoria statistica che descrive le particelle atomiche in termini probabilistici.

    A differenza però di altre discipline che si fondano anch'esse su metodi di analisi statistica, come per esempio quelle inerenti a problemi demografici o a quelli economici, la natura probabilistica della teoria quantomeccanica non è dovuta alla scarsa conoscenza dei particolari, ma, come abbiamo appena detto, alla specifica natura della materia stessa che non si lascia indagare nel suo profondo. In altre parole, per quanto riguarda le particelle ultime della materia, la conoscenza dei dettagli non sarebbe possibile nemmeno teoricamente. Questa constatazione condurrà al cosiddetto «principio di indeterminazione» formalizzato dal fisico tedesco Werner Heisenberg (1901-1976).

    Affinché un oggetto possa essere studiato in termini scientifici, esso deve poter essere misurato. Quindi, da un punto di vista scientifico, per conoscere è necessario misurare: se non si può misurare non si può nemmeno conoscere. In verità non è sempre indispensabile eseguire materialmente la misurazione: difficoltà tecniche potrebbero rendere impossibile l'operazione. E’ necessario però che la misura stessa sia, almeno concettualmente, fattibile: per fare un esempio, è possibile immaginare di determinare il numero delle stelle presenti nella galassia di Andromeda, o camminare su Marte, anche se in pratica nessuno lo ha mai fatto. Ma non è possibile immaginare di viaggiare a velocità doppia della velocità della luce, o di dividere in due l'elettrone, perché rigorose leggi fisiche lo proibiscono.

    A parte i limiti dettati dalle leggi fisiche che non possono essere violate, esiste tuttavia anche un principio di natura che impone delle restrizioni alla possibilità di cogliere, anche solo teoricamente, il valore esatto di una grandezza fisica. Questo è quanto afferma il principio di indeterminazione, a cui si è fatto cenno in precedenza. Cercheremo di capire nel prossimo numero quali potrebbero essere le conseguenze di una tale limitazione.

1. continua

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