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I BUCHI NERI
Sebbene gli scienziati non siano riusciti ad individuarne con certezza
nemmeno uno i buchi neri dovrebbero essere molto numerosi già all’interno
della nostra galassia e ve ne dovrebbero essere anche di vario tipo (semplici
buchi neri, superbuchi neri, minibuchi neri e perfino buchi bianchi).
Nell’inverno 1915-16 un paio di mesi dopo la pubblicazione della
teoria della relatività generale da parte di Einstein (una teoria che tratta
la forza di gravità in modo nuovo e più preciso rispetto a quella esposta in
precedenza da Newton) l’astrofisico tedesco Karl Schwarzschild, nel suo letto
di morte, dove giaceva a causa di una malattia contratta sul fronte russo della
prima guerra mondiale, calcolò quale avrebbe dovuto essere la massa di un corpo
celeste nell’ipotesi di un intenso campo gravitazionale tale da trattenere su
di sé qualsiasi cosa, compresa la luce. La descrizione matematica che fece lo
scienziato tedesco di questo ipotetico corpo celeste venne considerata, a quel
tempo, un semplice esercizio accademico di ciò che in seguito prese il nome di
“buco nero”. Esso fu anche l’ultimo suo lavoro: morì poco dopo a soli 43
anni di età.
Schwarzschild, utilizzando le equazioni previste dalla teoria della
relatività, individuò il raggio (R) che avrebbe dovuto avere un corpo celeste
dotato di massa tale da non lasciare uscire nulla dal suo interno e dimostrò
che questa dimensione limite era determinata da una formula la quale moltiplica
la massa (M) dell’oggetto per il doppio della costante di gravitazione (G)
diviso per la velocità della luce (c) al quadrato: R = 2GM/c². Ora, poiché il
doppio della costante di gravitazione universale diviso per il quadrato della
velocità della luce è un numero molto, ma molto piccolo, è chiaro che
affinché si ottenesse un valore apprezzabile del raggio di Schwarzschild (come è stato in
seguito chiamata questa dimensione), doveva essere molto, ma molto grande la
massa dell’oggetto preso in considerazione. Il raggio di un buco nero delimita
a sua volta una superficie che separa due regioni non comunicanti fra loro ed è
chiamata “orizzonte degli eventi” perché nessun segnale può allontanarsi
da quella stella per comunicare un evento qualsiasi al mondo esterno.
In verità l’idea che potessero esistere corpi celesti dotati di una
massa così grande da catturare la luce era già venuta in precedenza verso la
metà del 1700 all’astronomo e provetto navigatore inglese Thomas Wright di Durham,
il quale aveva immaginato la Via
Lattea
(ovvero la nostra galassia) come un grande disco di stelle in rotazione intorno
ad una massa centrale molto pesante e invisibile. Alcuni decenni più tardi il
prete inglese John Mitchell e il matematico francese Pierre Simon de Laplace,
indipendentemente l’uno dall’altro, avevano calcolato che stelle 500 volte
più grandi del Sole avrebbero dovuto esercitare una forza di gravità tale da
attrarre su di esse gli oggetti vicini e nello stesso tempo impedire alla luce,
che allora era considerata un insieme di palline colorate, di uscire.
Il modello di Mitchell e Laplace cadde in discredito quando la
teoria ondulatoria della luce soppiantò quella corpuscolare proposta da Newton.
Con l’introduzione della nuova teoria pareva infatti illogico pensare che se
la luce era qualcosa di immateriale potesse essere attratta da un corpo pesante.
Si ritornò invece all’idea originale dopo che Einstein formulò la teoria
della relatività generale all’interno della quale la gravità veniva ridotta
a geometria e quindi non era più una forza. La teoria di Einstein prevede che
corpi molto pesanti distorcano lo spazio nelle loro vicinanze: la prova di un
affossamento dello spazio in vicinanza del Sole si ebbe in seguito ad una misura
eseguita dall’astronomo britannico Arthur Eddington durante un’eclissi
totale di Sole nel 1919. Egli osservò che il raggio di luce che proveniva da
una stella lontana quando passava in vicinanza del Sole deviava dalla sua
traiettoria rettilinea e percorreva l’avvallamento che l’astro aveva creato
nello spazio circostante dando l’impressione di essere attratto da esso. Se il
corpo in esame fosse molto pesante come quello di un buco nero la deformazione
dello spazio nelle sue vicinanze sarebbe tale per cui un raggio di luce che
tentasse di uscire da quell’astro si ritorcerebbe su sé stesso e tornerebbe
indietro.
La gravità non deforma solo lo spazio ma anche il tempo che si modifica
con lo stato di moto dell’osservatore e con la sua posizione nel punto
dell’Universo in cui si trova. Le teorie relativistiche di Einstein
suggeriscono infatti che il tempo scorre più lentamente se si viaggia a velocità
molto elevate e se si sosta su di un corpo molto pesante: su un buco nero il
tempo dovrebbe fermarsi del tutto. Sul nostro pianeta, per fare un esempio, il
tempo scorre più lentamente a fondo valle che in alta montagna: la differenza
ovviamente è minima ma può essere verificata con l’utilizzo degli orologi
nucleari, estremamente precisi e sensibili. Gli effetti di un tempo che si
deforma a seconda di come ci stiamo muovendo e di dove ci troviamo non vengono
mai sperimentati nella vita di tutti i giorni perché non capita mai di
viaggiare ad una velocità prossima a quella della luce (un aereo viaggia solo
ad un milionesimo di quella velocità) e sul nostro pianeta la gravità è mille
miliardi di volte minore di quella che si registra su una stella di neutroni, che
è un oggetto celeste sensibilmente meno pesante di un buco nero. Resta il
fatto che in pianura, seppure di poco, la gente invecchia più lentamente che in
montagna.
Negli stessi anni in cui fu compiuta l’osservazione che
confermava la validità di una delle caratteristiche della teoria della
relatività generale, Eddington aveva calcolato che stelle con una massa
maggiore di 60 volte quella del Sole (quindi di gran lunga inferiore rispetto a come le avevano
immaginate Mitchell e Laplace) non potevano esistere perché sarebbero
collassate producendo al loro interno temperature tali da farle esplodere.
Eddington era considerato un fisico molto competente, ed uno dei pochi esperti
della teoria relativistica di Einstein, ma per nulla modesto: si racconta che
quando un giornalista gli si rivolse affermando di avere sentito dire che
esistevano solo tre persone in grado di capire la relatività generale egli rimase per
un attimo soprappensiero poi sbottò: “Sto pensando chi possa essere la
terza!”. 1. LE CARATTERISTICHE DEI BUCHI NERI Dai dati esposti sopra si deduce che se un oggetto venisse scagliato verso l’alto con una forza notevole acquisterebbe una velocità tale da sfuggire definitivamente al campo gravitazionale terrestre e non tornerebbe più indietro. La velocità minima perché un oggetto lanciato dalla superficie della Terra verso l’alto possa sfuggire al suo campo gravitazionale si chiama velocità di fuga. Questa velocità è di 11,2 km/s ma sugli altri corpi celesti è diversa e dipende dalla loro massa: sulla Luna, ad esempio, la velocità di fuga è di 2,4 km/s e sul Sole è di 618,2 km/s; in definitiva essa dipende quindi sia dalla massa del corpo sia dalla distanza dal suo centro.
Quando un corpo celeste si contrae il campo
gravitazionale sulla sua superficie diventa più intenso a mano a mano che
diminuisce il volume mentre la massa rimane immutata. Consideriamo per esempio
Nel 1939 J. Robert Oppenheimer (1904-1967), il fisico americano che
diresse l’équipe che realizzò la
prima bomba atomica, mentre studiava le caratteristiche fisiche delle stelle di
neutroni, considerò le possibili conseguenze dell’aumento di massa di questo
particolare tipo di corpi celesti. I calcoli lo portarono a concludere che
quando la massa di una stella supera tre volte quella del Sole il campo
gravitazionale si fa talmente intenso che anche i neutroni a contatto fra loro
non riescono più a sopportare la compressione e letteralmente si sbriciolano.
La stella allora continua a contrarsi e non esiste più alcuna forza in grado di
arrestarne il collasso. In seguito si scoprì che esistono effettivamente stelle
delle dimensioni previste da Oppenheimer e quindi si prese in seria
considerazione il fatto che nell’Universo potesse avvenire la scomparsa
catastrofica di un astro.
Il termine “buco nero” fu proposto dal fisico americano John
Archibald Wheeler (1911- ) ed ebbe subito grande successo soprattutto presso il
grosso pubblico. Il nome traeva origine dall’osservazione che ogni cosa che
cadeva nell’oggetto contratto era come se cadesse in un buco infinitamente
profondo; nemmeno la luce poteva uscire da quel “buco” e quindi esso doveva
apparire “nero”. In verità non tutti accettarono la definizione che di
questi straordinari oggetti celesti diede Wheeler, così ad esempio i Francesi
avvertivano nel termine trou noir una connotazione oscena e ritennero di sostituirla con astre
occlus (stella occlusa): una definizione questa che per fortuna non ebbe seguito. 2.
Si potrebbe anche immaginare di trasformare in buco nero la massa più
piccola che si conosca, quella dell’elettrone (10-27g), ma lo
impediscono motivi teorici legati alle cosiddette unità naturali (o standard)
di Planck che fissano le grandezze minime compatibili con le leggi fisiche. Esse
sono le seguenti: massa=2,9×10-5
grammi; distanza=1,61×10-33
centimetri; tempo=5,36×10-44
secondi. Quindi la massa minima capace di trasformarsi in buco nero non
potrebbe essere inferiore a circa 10-
La densità incredibile del mini-minibuco nero riportata sopra non deve
trarci in inganno. In verità non tutti i buchi neri sono ugualmente densi: più
pesante è un oggetto e meno deve contrarsi per diventare un buco nero. Per
fornire un dato opposto a quello del mini-minibuco nero si può portare ad
esempio quello dell’intera nostra galassia che ha una massa pari ad oltre
cento miliardi di stelle la quale se venisse contratta fino a formare un buco
nero sarebbe di dimensioni enormi e avrebbe una densità pari a solo un
millesimo dell’atmosfera che avvolge il nostro pianeta. Lo stesso Universo
potrebbe essere ritenuto un immenso buco nero: fatti i conti la massa dei mille
miliardi di galassie in esso contenute darebbe un raggio di Schwarzschild di
10 miliardi di anni luce, esattamente lo stesso valore che viene attribuito alle
dimensioni attuali dell’Universo.
Esistono veramente i buchi neri? Quale meccanismo potrebbe generare
concentrazioni di materia tanto grandi? Abbiamo visto che per trasformare
Le stelle che terminano la loro esistenza con una grande esplosione sono
dette supernove e se la massa residua dell’esplosione è almeno 3,2 masse
solari questa si contrae per divenire un buco nero. Le stelle molto grandi che
terminano la loro esistenza come supernove sono molto più numerose di quanto si potrebbe pensare. È vero infatti che nella nostra galassia l’ultima
esplosione di una supernova si è verificata nel 1604 ma gli astrofisici
calcolano che questo fenomeno dovrebbe realizzarsi all’interno di una galassia
mediamente tre volte per secolo. Se ora si considera che la nostra esiste da
dieci miliardi di anni e che le stelle di grande massa sono molto numerose e
hanno vita breve perché consumano in fretta il loro combustibile nucleare,
sembra ragionevole supporre che nella Via Lattea si siano formati, in questo
lungo lasso di tempo, milioni e forse miliardi di buchi neri.
Gli astrofisici ritengono che buchi neri di grandi proporzioni si
potrebbero formare dal collasso non di una singola stella ma di un intero
ammasso stellare. Le regioni caratterizzate da notevole concentrazione di
stelle sono il centro delle galassie e gli ammassi globulari e in quei luoghi
si dovrebbero trovare dei superbuchi neri. Un ammasso globulare può contenere,
raggruppate in una sorta di sfera di densità relativamente elevata, fino a
qualche milione di stelle tutte in moto più o meno casuale. In seguito alla
reciproca attrazione gravitazionale le stelle non possono sfuggire, tuttavia
capita ogni tanto che qualcuna di esse acquisti una velocità tale da
consentirle di abbandonare l’ammasso. Succede allora quello che avviene quando
le molecole più veloci abbandonano un liquido caldo: le rimanenti sono mediamente più lente e il liquido più freddo. Allo stesso modo le stelle
che rimangono nell’ammasso dopo che sono sfuggite le più veloci sono più
lente e quindi tendono a concentrarsi fino a produrre un collasso generale e di
conseguenza un buco nero supermassiccio. Questi superbuchi neri naturalmente non
sono visibili ma si conoscono molti ammassi globulari all’interno della
nostra galassia, alcuni dei quali presentano un grande affollamento di stelle
verso il centro determinato forse dall’attrazione generata da un buco
nero in formazione.
Un altro luogo in cui le stelle stanno molto vicine fra loro è il centro
delle galassie e anche qui potrebbe essere presente un superbuco nero. Ogni
galassia, compresa la nostra, dovrebbe quindi avere al centro un enorme buco
nero il quale con la sua presenza condizionerebbe il movimento delle stelle che
stanno intorno, così come il Sole condiziona il movimento dei pianeti. Un
eventuale buco nero di grandi dimensioni al centro della Via Lattea non è
visibile non solo per le sue caratteristiche intrinseche, ma anche per la
presenza in quella zona di polveri e di gas che rendono impossibile individuare
con i mezzi di cui attualmente si dispone qualche particolare effetto dovuto
alla presenza del massiccio corpo celeste.
Più facile sarebbe scoprire un buco nero di grande massa al centro di
un’altra galassia; sembra infatti che alcuni astronomi americani e inglesi siano
riusciti ad individuare qualche cosa di notevolmente pesante al centro di una
galassia ellittica confrontando il moto molto perturbato delle stelle vicine al centro con quello di una galassia simile in cui il movimento delle
stelle appare molto più regolare.
Forse anche i quasar, oggetti che sembrano stelle (la parola “quasar”
è l’acronimo di quas(i) (stell)ar
(radio source) = radiosorgente quasi stellare) ma che sprigionano un flusso
di energia superiore a quello di un’intera galassia, potrebbero contenere nel
loro centro dei colossali buchi neri. Proprio la scoperta di questi
misteriosi oggetti celesti, avvenuta agli inizi degli anni Sessanta dell’altro
secolo, convinse gli astronomi di prendere sul serio la possibilità
dell’esistenza dei buchi neri.
3. L’OSSERVAZIONE DEI BUCHI NERI
Vediamo. Il buco nero che eventualmente si trovasse al centro della
nostra galassia disterebbe da noi 30.000 anni luce, una distanza che dovrebbe
lasciarci tranquilli. L’ammasso globulare più vicino a noi si trova
nell’agglomerato di stelle noto come Omega Centauri a 22.000 anni luce ed
anche questa è una distanza di tutta sicurezza. I buchi neri che si trovano al
centro delle altre galassie o nelle lontane quasar ci lasciano del tutto
indifferenti.
Quelli che abbiamo analizzato finora sono tutti superbuchi neri, ma poi
vi sono i buchi neri di dimensioni stellari i quali sono molto più numerosi dei
primi ed anche presumibilmente più vicini a noi. Per definizione un buco nero
è invisibile. Come possiamo fare per rintracciare questi corpi celesti? Essi
non solo non emettono luce ma nemmeno altre radiazioni simili, è pertanto impossibile localizzarli attraverso le onde elettromagnetiche. Vi sono tuttavia
le onde gravitazionali che sono emesse da masse accelerate così come quelle
elettromagnetiche sono prodotte da cariche elettriche in moto. Le onde
gravitazionali nel loro aspetto corpuscolare si chiamano gravitoni
così come gli aspetti corpuscolari delle onde elettromagnetiche si chiamano fotoni.
I gravitoni però, anche se emessi da corpi molto massicci sono alcuni milioni
di miliardi di volte meno energetici dei fotoni e quindi non è facile
intercettarli: si calcola che fra tutti i corpi celesti solo alcune pulsar o i
buchi neri più massicci potrebbero esprimere una potenza gravitazionale
rilevabile. I buchi neri, però, oltre che massicci sono anche molto lontani e
quindi l’energia liberata dovrebbe arrivare agli apparecchi di rilevazione
attenuata così come attenuata arriva la luce di galassie molto lontane.
Un tentativo di intercettare i gravitoni fu compiuto verso la fine degli
anni Sessanta del secolo scorso dal fisico americano Joseph Weber (1919- ) il quale sistemò alcuni grandi cilindri di alluminio a centinaia di
kilometri di distanza l’uno dall’altro. Questi oggetti avrebbero dovuto
subire leggere compressioni ed espansioni causate dall’arrivo di onde
gravitazionali le quali sono anch’esse fonti di gravità. Al termine
dell’esperimento il fisico americano dichiarò di essere riuscito ad
intercettare onde gravitazionali provenienti dal centro della Galassia dove si
starebbero verificando eventi di straordinaria violenza. L’esperienza di Weber
venne ritentata più volte da altri fisici ma sempre con risultati negativi e
quindi il metodo fu abbandonato.
Nemmeno la ricerca di effetti causati da lente gravitazionale ha dato i frutti
sperati. Il metodo è il seguente: se sulla linea che congiunge una galassia
lontana alla Terra si trovasse un buco nero che con la sua presenza incurvasse
intorno a sé lo spazio, la luce proveniente dalla galassia lontana verrebbe
deviata dal buco nero invisibile e fatta convergere in un fuoco con un effetto
simile a quello creato da una lente. Se quindi si osservasse una galassia
eccezionalmente grande, in rapporto alla sua distanza si potrebbe pensare che fra
noi e la galassia lontana potesse esserci un buco nero. Fino ad ora non è stato
osservato alcun fenomeno del genere.
Vi è infine un’altra osservazione che potrebbe metterci sulla strada
giusta per individuare la presenza di un buco nero: essa sarebbe generata
dall’effetto che la materia la quale sta intorno al buco nero produrrebbe cadendo
in esso. Se nelle vicinanze del buco nero vi fosse della materia questa
finirebbe per precipitare nel buco nero e, seguendo una traiettoria a spirale,
si riscalderebbe enormemente con conseguente emissione di raggi X. In verità se
nel buco nero cadesse un po’ di polvere interstellare non si vedrebbe nulla ma
se vicino al buco nero vi fosse una stella di grandi dimensioni in esso
precipiterebbe molta materia e la produzione dei raggi X sarebbe tale da poter
essere rilevata anche a notevole distanza.
L’astronomia dei raggi X è uno fra i grandi progressi tecnologici
compiuti in anni recenti. Poiché i raggi X non penetrano nell’atmosfera
terrestre, queste osservazioni devono essere fatte dallo spazio per mezzo di
speciali telescopi trasportati da satelliti artificiali. Nel dicembre del 1970
fu lanciato da una piattaforma dell’Oceano Indiano uno dei tanti satelliti
della serie Explorer battezzato Uhuru (che nella lingua parlata dal gruppo bantu che abita le aree
costiere del Kenia significa “libertà”). Il satellite Uhuru con a bordo un telescopio a raggi X era il risultato
dell’impegno dell’italiano Riccardo Giacconi (1931- ) premio Nobel per la
fisica nel 2002 e del suo team della
Harvard University. Le osservazioni, protrattesi per un tempo molto più lungo di
quello realizzato in precedenza con l’utilizzo di razzi e palloni sonda,
permisero di costruire una mappa del cielo molto dettagliata e precisa.
Raggi X vengono emessi anche dalle pulsar ma in tal caso gli impulsi sono
regolari mentre quelli provenienti da un buco nero presenterebbero variazioni
irregolari. Nel 1965 venne localizzata nella costellazione del Cigno una
sorgente di raggi X che fu battezzata Cygnus X-1. Successivamente venne
individuata nei pressi di Cygnus X-1 una stella molto grande e molto calda che
sembra essere il rifornitore di materia al buco nero. Da allora sono stati
osservati altri sistemi binari nei quali una stella della coppia potrebbe essere
un buco nero, ma non tutti gli astronomi sono di questa opinione.
A che distanza dal nostro pianeta potrebbe trovarsi un buco nero di
dimensioni stellari? Se questi oggetti all’interno della nostra galassia
fossero distribuiti come lo sono le stelle essi sarebbero più numerosi nella
zona centrale, dove vi è un maggiore addensamento di stelle, e più rari nelle
braccia a spirale, dove le stelle sono più rarefatte e dove è anche ubicato il
nostro sistema solare. In questa zona il buco nero più vicino a noi potrebbe
trovarsi a qualche centinaio di anni luce, una distanza anche questa che
dovrebbe lasciarci dormire sonni tranquilli.
4. I MINIBUCHI NERI
L’idea che nella primissima fase di vita dell’Universo le enormi
pressioni e temperature esistenti avrebbero potuto produrre qua e là buchi neri
di tutte le dimensioni anche pesanti pochi grammi fu avanzata dal fisico
inglese Stephen Hawking nel 1971. Non vi sono prove a favore della presenza di
minibuchi neri primordiali ma se questi esistessero è molto probabile che oggi il loro
numero possa essere assai maggiore di quello dei buchi neri di dimensioni
stellari (è noto infatti che fra ogni classe di corpi celesti le varietà
minori sono più numerose di quelle maggiori). È bene dire subito che non tutti
gli astronomi sono d’accordo con l’ipotesi di Hawking ma coloro che
ritengono verosimile l’idea del fisico inglese vedono minibuchi neri
disseminati in ogni dove.
Alcuni astrofisici pensano che buchi neri grandi quanto un protone
potrebbero stare all’interno dei pianeti e quindi anche della Terra. Un
minibuco nero al centro del nostro pianeta giustificherebbe con la sua presenza
l’alta densità ivi esistente e non sarebbe necessario formulare l'ipotesi della materia
solare indifferenziata o del nocciolo massiccio di ferro e nichel. I buchi neri,
come abbiamo visto, catturano materia da ciò che sta loro intorno, ma in questo
caso è possibile che l’oggettino invisibile possa essersi scavato una nicchia
nel cuore della Terra e quindi accrescersi ad un ritmo molto lento corrodendo in
modo impercettibile il pianeta, come fa un parassita con il suo ospite.
Alcuni geofisici si spingono oltre e immaginano la presenza di mini
buchi neri anche sotto la crosta terrestre, il che giustificherebbe l'esistenza
dei
cosiddetti pennacchi (plume in
inglese) cioè quelle colonne relativamente stazionarie di materiale
incandescente che generano in superficie del pianeta vulcani detti di “punto
caldo”. I punti caldi sono luoghi della superficie terrestre che rimangono
fissi mentre le placche scivolano lentamente su di essi. Di tanto in tanto nei
suddetti punti si formano dei vulcani che rimangono attivi fino a quando,
superato il punto caldo, non si estinguono. L’arcipelago delle Hawaii si
sarebbe formato in corrispondenza di un punto caldo e il vulcano posto
sull’isola maggiore, proprio perché di formazione recente, è ancora attivo.
Minibuchi neri effettivamente potrebbero produrre calore sufficiente a
giustificare la formazione di punti caldi, ma la loro presenza è poco credibile
perché un buco nero seppure di minime dimensioni posizionato vicino alla
superficie sprofonderebbe immediatamente al centro del pianeta. Secondo gli scienziati esperti di fisica terrestre esisterebbe anche un metodo per convalidare la presenza di minibuchi neri all'interno del nostro pianeta: essi dovrebbero emettere neutrini. In verità di recente (luglio 2005) un gruppo di scienziati, di cui fa parte anche il fisico italiano Giorgio Gatta, ha progettato uno strumento in grado di identificare i neutrini provenienti dal nucleo terrestre. L'esperimento ha segnalato effettivamente un flusso di neutrini (più precisamente antineutrini) che potrebbe avere avuto origine al centro della Terra. I fisici ritengono tuttavia che la fonte di tali particelle sarebbe il decadimento radioattivo di uranio e torio: un fenomeno che non ha attinenza alcuna con i minibuchi neri.
Alcuni fisici, anziché ritenere che si adagino all'interno del pianeta, pensano che i piccoli buchi neri possano entrare in collisione con
esso: il loro passaggio attraverso l’atmosfera e
Nell’estate del 1908 nella regione di Tunguska, in Siberia, ebbe luogo
un fenomeno che è stato sempre considerato conseguenza dell’impatto di un
grande meteorite; nella zona, su di una superficie di molti kilometri quadrati,
tutti gli alberi risultarono abbattuti e il bestiame ucciso, ma in quel luogo
non furono trovati crateri o resti di meteoriti. Fra le tante ipotesi avanzate
(compresa la caduta di un’astronave pilotata da extraterrestri!) vi è anche
quella recente di un minibuco nero entrato in collisione con la Terra.
Dopo
l’impatto nella zona della Siberia centrale il minibuco nero avrebbe
attraversato il pianeta e quindi sarebbe uscito dalla parte opposta
notevolmente ingrandito per proseguire il suo viaggio nello spazio. Abbiamo
prove di tutto ciò? Nemmeno una: si tratta, come per tutte le altre ipotesi che
sono state avanzate, di pura speculazione. 5. LE ULTIME FRONTIERE DEL PENSIERO
Il fatto che alcune leggi della fisica siano simmetriche rispetto al
tempo ha indotto alcuni scienziati a pensare che se esistono i buchi neri
dovrebbero esistere anche i buchi bianchi, cioè oggetti celesti da cui possono
uscire materia ed energia, mentre né questa né quella potrebbero entrarvi. Se,
analogamente a ciò che abbiamo visto per i pianeti che girano intorno al Sole,
filmassimo un buco nero e poi proiettassimo la pellicola all’indietro, quello
che vedremmo sarebbe un buco bianco, cioè qualcosa che all'implosione
sostituisce l'esplosione. Se le cose stanno in questi termini la materia che entra in un buco
nero potrebbe uscire da un buco bianco sistemato in un luogo lontano del nostro
o anche di un altro Universo. Questo sarebbe un metodo ideale per fare lunghi
viaggi nello spazio qualora, almeno teoricamente, si potesse specificare che cosa diventi la materia inghiottita da un buco nero. Si tratta
comunque di argomenti adatti più a scrittori di fantascienza che a fisici.
Esaminando le implicazioni fisiche di un fenomeno come quello dei buchi
bianchi alla luce della teoria della meccanica quantistica che include il
principio di indeterminazione, il fisico inglese Stephen Hawking giunse alla
conclusione che questi astri inconsueti non dovrebbero essere così neri come si
era sempre pensato ma dovrebbero emettere particelle e radiazioni ad un ritmo
costante: dovrebbero, in altri termini, lentamente evaporare.
Il principio di indeterminazione stabilisce che è impossibile misurare
con esattezza assoluta la posizione e la velocità di una particella
elementare: con quanta maggiore precisione si tenta di misurare la posizione di
una particella, tanto meno esattamente se ne potrà misurare la velocità, e
viceversa. E questa mancanza di precisione assoluta varrebbe anche per altre
grandezze fisiche complementari, come ad esempio energia e tempo. Ciò implica
che nei processi subatomici potrebbe essere violata qualsiasi legge fisica.
Vediamo allora in che modo da un buco nero potrebbero evadere particelle
elementari e radiazione. Il principio di indeterminazione di cui si è detto
consentirebbe ad esempio alle particelle di viaggiare per brevi tratti ad una
velocità superiore a quella della luce: se la direzione fosse quella giusta
qualche cosa di materiale potrebbe uscire da un buco nero alleggerendolo. Lo
stesso principio prevede che si potrebbero materializzare coppie di particelle
di materia ed antimateria in un luogo qualsiasi dell’Universo (quindi anche in
luoghi dove si ritiene non vi sia
alcunché) ma queste particelle subito dopo essere apparse dovrebbero sparire
per non violare la legge di conservazione di massa ed energia. La meccanica
quantistica prevede quindi che anche nello spazio vuoto vi sia una continua
creazione e distruzione di particelle virtuali (così chiamate perché non
possono essere osservate direttamente come avviene invece per quelle reali).
Hawking verso la fine del 1973 scoprì che se le particelle virtuali si
formassero nei pressi dell’orizzonte degli eventi una delle due potrebbe
essere catturata dal buco nero e finire al suo interno, mentre l’altra sarebbe
libera di volare via. L’energia necessaria per questa operazione verrebbe
fornita dallo stesso buco nero che la sottrarrebbe a quella gravitazionale. Se
un buco nero perde energia (e quindi massa per E=mc2) pian piano
evapora. Questa lenta evaporazione conseguente alla fuga di particelle
subatomiche fa sì che il buco nero si comporti come un corpo ad alta
temperatura che si innalza ulteriormente a mano a mano che l’oggetto celeste
perde materia. Tuttavia i calcoli mostrano che i buchi neri di grandi dimensioni
presentano una temperatura piuttosto bassa e perdono materia con lentezza
esasperante tanto che perché essi evaporino completamente ci vorrebbero miliardi di
miliardi di miliardi… di anni (1066 anni per un buco nero della
massa del Sole); nel frattempo però essi reintegrerebbero la massa perduta
assorbendo altre particelle e divenendo in definitiva sempre più grandi e non
più piccoli.
Le conseguenze dell’evaporazione sarebbero invece diverse per i
minibuchi neri da cui le particelle sfuggirebbero in abbondanza. In
quest’ultimo caso si è calcolato infatti che il rimpicciolimento e il
conseguente riscaldamento faciliterebbero l’evasione di un sempre maggior
numero di particelle, tanto che la fase finale dell’evaporazione procederebbe
così in fretta da concludersi con una tremenda esplosione. Questa esplosione
finale produrrebbe una grandissima quantità di raggi gamma ad alta energia che
potrebbe facilmente essere registrata perché genererebbe nell’atmosfera una
pioggia di coppie elettroni-positoni che provocherebbero a loro volta un lampo di
luce rilevabile da terra. Si calcola che molti minibuchi neri primordiali
abbiano avuto il tempo nei 15 miliardi di anni di vita dell’Universo di
evaporare completamente ma ne rimarrebbero in vita ancora molti alcuni dei quali
sarebbero molto vicini alla Terra: ve ne potrebbe essere uno alla distanza a cui
si trova Plutone, l’ultimo pianeta del sistema solare.
Per concludere dobbiamo accennare ad una questione di non secondaria
importanza. Come abbiamo visto, attualmente i buchi neri inghiottono tutto ciò
che ad essi si avvicina, ma forse non è sempre stato così. All’inizio dei tempi
nell’Universo la materia era disposta in modo uniforme e regolare ma poi,
secondo meccanismi ancora inspiegabili, si produssero numerosi addensamenti
locali. Questi accumuli di materia potrebbero essere stati favoriti
proprio da minibuchi neri formatisi in grande quantità durante il big bang:
essi, fungendo da nucleo, avrebbero aggregato i gas dispersi in stelle.
Successivamente i buchi neri di dimensioni maggiori avrebbero attratto le stelle
raggruppandole in galassie. Per avere la prova di questa ipotesi si dovrebbe
poter osservare i minibuchi neri e quelli supermassicci che stanno al centro
della nostra e di altre galassie. La cosa, come abbiamo visto, non è per nulla
facile. Ps. Nel maggio del 2008 è morto John Archibald Wheeler. Il fisico americano che coniò il termine "buco nero" per rendere comprensibile quella che a molti, e a lui stesso, sembrava una stranezza della fisica, a luglio avrebbe compiuto 97 anni. Considerato uno dei padri della fisica moderna, fu testimone della nascita della meccanica quantistica. Partecipò anche al progetto Manhattan. |
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