|
|
|
COSMOLOGIA CLASSICA 1.
IL MODELLO SCIENTIFICO Due sono gli obiettivi che si prefigge la
scienza: da un lato la ricerca, attraverso l'osservazione e la sperimentazione,
delle caratteristiche fondamentali dei fenomeni naturali; dall'altro la loro
classificazione e interpretazione. Quest'ultima attività, che rappresenta
l'aspetto più creativo del lavoro dello scienziato, si realizza attraverso la
formulazione di particolari strumenti concettuali detti «teorie» e «modelli». Una teoria
scientifica non è, come
comunemente si pensa, semplicemente una supposizione, ma un sistema di pensiero
ben fondato, un insieme di proposizioni in grado di spiegare, in modo
plausibile e coerente, le osservazioni di determinati fenomeni (naturali o
conseguenti ad esperimenti di laboratorio), di giustificare le regolarità da
esse derivate e di organizzare queste ultime all’interno di una struttura
logica e unificante. Si intende invece per modello
scientifico (uno strumento di analisi molto diffuso nel campo delle scienze
naturali) la visualizzazione semplificata e incompleta di una realtà
invisibile, e quindi sconosciuta, mediate una o più immagini tratte
dall'esperienza quotidiana. Un tipico esempio di modello scientifico è la
struttura planetaria dell'atomo o la scala a chiocciola con la quale si usa
rappresentare il DNA. Un buon modello (e una buona teoria) deve
rispondere a due richieste fondamentali: 1. - deve descrivere con precisione le
osservazioni attraverso le quali il modello stesso è stato costruito; 2. - deve
fare predizioni, ben definite, sui risultati di future osservazioni. Un modello scientifico, pertanto, per quanto
possa apparire coerente e profondo, non rappresenta affatto la realtà
oggettiva, proprio come un modellino della Ferrari non rappresenta la «Rossa di
Maranello», piena di congegni elettronici e di complicati dispositivi che le
consentono di raggiungere e superare i 300 km/h sulle piste del Gran Premio.
Esso, tuttavia, non è nemmeno qualcosa di arbitrario, frutto esclusivo
dell'immaginazione dello scienziato, ma un'idea che trae origine
dall'osservazione attenta e accurata della realtà materiale, alla quale peraltro rimane profondamente legato.
Inoltre un modello, come d’altra parte
una teoria, non è eterno poiché, per sua stessa natura, deve essere
falsificabile: il che significa che deve essere sempre possibile
immaginare un'osservazione o un esperimento che siano in grado di confutarlo.
Qualora un'osservazione o un esperimento, eseguito materialmente, si dimostrassero
effettivamente in disaccordo con le predizioni del modello, questo decadrebbe e
verrebbe modificato o, in casi estremi, sostituito integralmente con un altro. Per quanto riguarda quest'ultimo aspetto, si dice
che un modello scientifico (o una teoria) possiede un elevato «contenuto
euristico» quando è in grado di prevedere un gran numero di fatti la cui
veridicità sarà dimostrata in un tempo successivo, e cioè, o quando si
verificherà concretamente l'evento previsto, oppure quando l'uomo sarà entrato
in possesso degli strumenti tecnici adeguati per il controllo del dato teorico. Anche i modelli cosmologici che si susseguirono
nel tempo ovviamente non avevano la pretesa di rappresentare l'Universo come è
in realtà. Essi erano semplicemente delle costruzioni concettuali che servivano
per descrivere in modo sintetico ciò che l’uomo, con lavoro meticoloso ed
ordinato, era riuscito a conoscere, fino a quel momento, del mondo che lo
circonda. 2.
LE PRIME OSSERVAZIONI DEL CIELO Ogni epoca e ogni civiltà ha avuto il suo
modello di Universo, tuttavia l’uomo delle caverne quell’uomo che aveva
dipinto e scolpito sulle pareti delle sue abitazioni tutto ciò che
rappresentava l’esperienza quotidiana, dal bisonte ferito al cacciatore che
scagliava la lancia contro la preda, non rappresentò mai un solo fenomeno
celeste, nemmeno ad esempio il Sole, la Luna o un gruppo di stelle.
Evidentemente l’uomo cacciatore e raccoglitore non aveva bisogno della
conoscenza dei fenomeni celesti per condurre la propria esistenza. Le tribù primitive conoscevano una porzione
molto limitata del pianeta, quella in cui abitavano ed entro la quale si
spostavano per procacciarsi il cibo. Quella regione, coperta dal Cielo che di
notte appariva stellato, rappresentava, per loro, l’intero Universo. Le stesse
stelle non dovevano essere molto lontane e comunque ad una distanza tale che la
voce potesse raggiungerle e venivano identificate con divinità che si
prendevano cura del genere umano il quale sarebbe stato punito se si fosse
comportato male e premiato se si fosse comportato bene. Il tuono, il lampo, le
comete, erano tutti elementi di un linguaggio celeste, spesso premonitore, di
cui l’uomo primitivo non poteva non tenere conto. La maggior parte dei fatti che si verificavano
sulla Terra apparivano casuali e imprevedibili, mentre in Cielo gli astri
seguivano percorsi sempre uguali a sé stessi e ciò dava garanzia di stabilità
e di ordine. Anche sulla Terra, in verità, alcuni fenomeni importanti per la
sopravvivenza del genere umano come la semina, il raccolto o la nascita del
bestiame avvenivano sempre negli stessi periodi dell’anno, quindi vi doveva
essere un rapporto stretto fra la posizione assunta dagli astri in Cielo e la
vita degli uomini. Solo la convinzione che esseri umani e astri si potessero
influenzare a vicenda giustificherebbe, infatti, il ricorso a pratiche e
cerimonie magiche per invocare la pioggia e placare l’ira degli dei che,
quando si spazientivano, facevano tremare la Terra e lanciavano pietre infuocate
dai monti. Questi riti misteriosi e magici ebbero grande sviluppo fin dagli
albori della civiltà antica, ma in alcuni casi si protrassero fino a tempi più
recenti. Quando l’uomo diventò sedentario e cominciò a
coltivare la terra, sorse in lui la necessità di individuare un sistema in
grado di predire i tempi migliori per la semina e per il raccolto. Questa
esigenza è presente, molti secoli prima di Cristo, in tutte le civiltà, da
quella cinese all’indiana, da quella delle genti che abitarono il Medio
Oriente a quella delle popolazioni che vissero nel bacino del Mediterraneo, fino
ai Maia che risiedevano in America. Verso la fine del V millennio a.C. gli Egizi
erano in possesso di un calendario pratico fondato sulle osservazioni delle
apparizioni eliache (cioè precedenti al sorgere del Sole) di Sirio. Questa
stella, dopo essere stata per parecchio tempo invisibile, all’inizio dell'estate riappariva nel Cielo ad oriente poco prima dell’alba e lo faceva
proprio nel momento in cui il Nilo inondava le terre rendendole fertili. Presso i primi popoli civili ad un’osservazione
superficiale del Cielo si mescolavano idee fantastiche suggerite dalla mitologia
e dalle religioni con le quali si tentavano le prime spiegazioni dei fenomeni
naturali e la costruzione delle prime rozze immagini dell’Universo. I Sumeri,
ad esempio, e dopo di loro i Babilonesi, buoni conoscitori della matematica,
usarono metodi empirici per determinare la posizione degli astri e i loro
movimenti. Furono registrate molte osservazioni del moto della Luna e, in
particolare, le posizioni del sorgere e del tramontare di essa e dei due pianeti
più interni, Venere e Mercurio. In quel periodo i Cieli vennero divisi in zone
e furono denominate le costellazioni. Il fine di tutte queste osservazioni era quello
di fornire previsioni molto precise specialmente per quello che riguardava le
eclissi e il ritorno periodico dei pianeti in determinate zone del Cielo, cosa
questa molto importante per l’astrologia la quale, per essere credibile, aveva
bisogno di sapere in anticipo in quale posizione si sarebbero trovati gli astri
in un prossimo futuro. Le registrazioni dei fenomeni celesti erano quindi mirate
soprattutto a soddisfare le esigenze astrologiche nella convinzione che nei
Cieli si potessero trovare segni e presagi indicanti la prosperità futura dello
Stato, mentre la convinzione che il destino del singolo individuo fosse scritto
nelle stelle verrà solo in un secondo momento. Abili nell’uso degli strumenti
e ricchi di conoscenze tecniche, ma poco desiderosi di comprendere i fenomeni
del mondo naturale, gli antichi Babilonesi influenzarono i loro successori
tecnicamente, ma non concettualmente. Le origini del pensiero greco non sono diverse da
quelle di tutti gli altri popoli. Nei Greci primitivi era ancora prevalente
l’interpretazione mitica e magica dei grandi fenomeni della natura. Nel loro
sistema cosmologico la Terra era considerata un disco piatto circondato dal
fiume Oceano che si richiudeva formando la volta del Cielo. Terra e Cielo
venivano così a formare un unico corpo a cui si attribuivano dimensioni molto
limitate sia in senso orizzontale che verticale. Le idee sulla natura degli
astri non potevano che ispirarsi a fenomeni terrestri o a fantasie mitologiche.
Il carro del Sole, ad esempio, era guidato da Febo ed andava a spegnersi tutte
le sere nell’Oceano; quando suo figlio Fetonte ottenne il permesso di guidare
quel carro si lasciò prendere la mano dai focosi destrieri e deviò dal
percorso producendo in Cielo un’indelebile scia, rappresentata dalla Via
Lattea.
3. I PRIMI MODELLI DI UNIVERSO
Alla scuola di Talete e Anassimandro si oppose quella dei pitagorici,
meno materialista e invece più interessata alle caratteristiche essenziali del
cosmo. Pitagora stesso vedeva nel numero il principio di ogni cosa e quindi per
lui l’Universo rappresentava l’unità. In un tempo successivo i pitagorici
ritennero che i movimenti del Sole e del Cielo notturno fossero moti apparenti e
che in realtà fosse
Nel frattempo fioriscono dei tentativi per giungere ad una vera e propria
scienza della natura e nascono quindi alcune cosmologie svincolate dai miti
religiosi e basate esclusivamente sulla natura materiale dei corpi celesti. Fra
queste vi era quella di Empedocle secondo il quale l’Universo è sferico e
riempito di materia formata da un insieme di corpuscoli di quattro specie
diverse che lui chiama «radici delle cose», e che in seguito diventeranno i
quattro elementi: terra, acqua, aria e fuoco. Per Democrito, viceversa, il
fondamento materiale del cosmo è costituito da un numero infinito di atomi
invece che da un numero finito di elementi. Tutti gli atomi sono dotati di
movimento casuale ed eterno e quando si uniscono lo fanno rispettando la regola
che vuole che il simile cerchi il simile. La teoria atomistica sfociava
inevitabilmente nel concetto dell’infinità dell’Universo con conseguente
numero infinito di mondi, sparsi in uno spazio senza limiti, abitati come
Le continue dissertazioni di ordine filosofico che si inserivano nella
questione della natura del cosmo ebbero l’effetto di rendere le osservazioni
sempre più accurate e dettagliate. Le apparenze, come si sa, ingannano e quindi
solo le misurazioni possono chiarire se ciò che si osserva è reale o no. Ad
esempio, 4. LE PRIME MISURE DEL CIELO
Nella misurazione di questa distanza si cimentò Ipparco di Nicea
utilizzando un metodo assai ingegnoso suggerito dallo stesso Aristarco. Si
trattava di misurare il tempo che
Rimanevano da determinare le dimensioni della Terra. A ciò provvide il
responsabile della biblioteca di Alessandria, Eratostene di Cirene, duecento
anni prima di Cristo, quando lesse su un papiro (il libro di quei tempi) che a
Siene, una città posta quasi esattamente a sud di Alessandria, nel giorno del
solstizio d’estate, a mezzogiorno, il Sole si trovava allo zenit, mentre ad
Alessandria, nello stesso giorno e alla stessa ora, il Sole si discostava di 7°
e 12' dalla verticale. Sapendo che il Sole è molto lontano e che quindi i suoi
raggi, quando giungono a terra, possono essere considerati paralleli, non è
difficile desumere che l’angolo di 7° e 12’
corrisponde all’angolo, misurato al centro della Terra, compreso fra le città
di Siene e Alessandria. Ora, poiché quest’angolo rappresenta un cinquantesimo
dell’angolo giro (360°:7,2°=50), un cinquantesimo di tutta la circonferenza
doveva essere anche la distanza fra Siene ed Alessandria che a quel tempo era
valutata in 5.000 stadi. Pertanto, moltiplicando 5.000 per 50 si sarebbe
ottenuto la circonferenza della Terra che risultò
infatti di 250.000 stadi pari a circa
Nonostante i successi nelle misurazioni di alcune distanze cosmiche, le
stelle rimanevano infisse sulla superficie interna di una sfera le cui
dimensioni, ancorché ignote, erano tuttavia ritenute molto grandi specie da
coloro i quali pensavano che
Il modello eliocentrico di Universo si basava su misure inquadrate
all’interno di leggi fisiche e non poteva essere accettato da chi vedeva le
cose reali soggette a leggi di altra natura, come ad esempio a quelle basate
sull’armonia e sull’ordine, e fu infatti trascurato. Fu invece curato,
perfezionato e adattato ai fenomeni osservati e alle misure eseguite il modello
geocentrico, tanto è vero che questo si impose sull’altro.
Fra i più noti sostenitori dei moti celesti secondo modelli che ponevano
Così per Aristotele la perfezione dei moti celesti era insita nella
natura stessa dei corpi coinvolti in quei moti. Essi dovevano essere formati di
una sostanza speciale, una quinta essenza, detta etere
da un termine greco che significa “brillare”. Il mondo sublunare, cioè 5. IL MODELLO TOLEMAICO DI UNIVERSO
Agli inizi del IV secolo a.C. si conoscevano abbastanza bene i movimenti
dei pianeti che in alcuni casi non apparivano affatto ordinati. Ciò valeva
soprattutto per i pianeti esterni (Marte, Giove e Saturno), quelli che viaggiano
più lentamente rispetto alla Terra la quale li raggiunge e li sorpassa ad
intervalli di tempo regolari. Visto da Terra, un pianeta, in alcuni giorni
dell’anno, sembrava rallentare il suo moto, fermarsi e tornare indietro (moto
retrogrado), quindi fermarsi di nuovo per riprendere il moto diretto. Platone
era convinto che queste anomalie potessero essere spiegate senza rinunciare al
moto perfettamente circolare che rappresentava, secondo lui, il movimento
naturale dei Cieli.
La prima soluzione per giustificare questi movimenti anomali fu
individuata da Eudosso attraverso l’introduzione delle 27 sfere concentriche
alle quali abbiamo già accennato. Egli immaginò di porre ogni pianeta
sull’equatore di una sfera ruotante con velocità uniforme, ma messa a sua
volta in movimento da una seconda sfera più ampia, ruotante anch’essa sul
proprio asse con velocità uniforme, anche se diversa dalla prima. Poi
eventualmente vi erano una terza e una quarta sfera collegate sempre attraverso
i loro assi di rotazione che girando con velocità differenti imprimevano al
pianeta il suo moto caratteristico. Le sfere, come abbiamo detto, erano in tutto
27 (tre per il Sole, tre per
Sennonché le sfere di Eudosso non erano sfere materiali, ma matematiche,
quindi teoriche come teorico era il modello da lui creato. Ciò turbò
Aristotele il quale avrebbe preferito un modello fisico con sfere reali
costituite, come abbiamo detto, di un materiale adeguato alle regioni celesti e
pertanto perfetto, indistruttibile e trasparente come il cristallo. Per
raggiungere il suo obiettivo, Aristotele aggiunse al sistema di sfere di ogni
pianeta una sfera “reagente” al suo interno e una sfera “deferente” al
suo esterno, in movimento con la stessa velocità, ma in senso opposto, in modo
da assicurare l’indipendenza dei vari moti celesti. Il sistema “meccanico”
di Aristotele, con il suo elevato numero di sfere (55) interconnesse fra loro in
modo da garantire l’unità del Cosmo era collegato ad un motore, quello che
Aristotele stesso chiamò il «primo mobile». Il modello, incredibile a dirsi,
giustificava perfettamente i moti dei pianeti noti a quel tempo.
Frattanto però le osservazioni si andavano facendo sempre più attente e
raffinate e per giustificare i dati dell’osservazione era necessaria
l’introduzione di ulteriori aggiustamenti al sistema meccanico di Universo. Si
provvide quindi ad aggiungere i cosiddetti «epicicli», cioè circonferenze su
cui venivano fatti girare i pianeti. Gli epicicli, a loro volta, si muovevano
lungo il «deferente», un altro cerchio il cui centro era sistemato al centro
della Terra. Adattando sia la velocità che le grandezze dei cerchi ad ogni
singolo caso, fu possibile ottenere una rappresentazione matematica assai
soddisfacente del movimento dei pianeti.
All’incirca 150 anni dopo Cristo, il modello di Universo fino ad allora
elaborato venne sistemato e completato da quello che è considerato l’ultimo
dei grandi astronomi matematici greci, Claudio Tolomeo. La sua opera, in tredici
volumi, si intitola Mathematike Synthasis
(“Compilazione matematica”), ma è generalmente conosciuta con il nome di «Almagesto»,
perché nella tarda antichità divenne nota come Magiste
Synthasis (“Grande compilazione”). I traduttori arabi trasformarono il
titolo in Al-Magjisti, che vuol dire
“Il più grande”, da cui il successivo latino Almagestum. In essa l’astronomo alessandrino forniva una
rappresentazione del Cosmo che potremmo così sintetizzare: 1) l’Universo è
finito ed eterno, limitato dalla sfera delle stelle fisse che ruota intorno al
proprio asse da oriente ad occidente; 2) al centro è
Ora però, anche così congegnato, il modello non riusciva a giustificare
i dati osservativi che nel frattempo erano diventati numerosi e sufficientemente
precisi. Ci si era accorti, ad esempio, di una variazione di luminosità di
alcuni pianeti che non poteva che dipendere da una variazione della distanza nel
loro movimento intorno alla Terra. Tolomeo si trovò quindi nella necessità di
complicare il precedente schema generale in maniera determinante. La prima
modifica fu quella di spostare leggermente
Il modello di Universo costruito da Tolomeo era obiettivamente
complicato, tuttavia i dati di osservazione relativi ai vari pianeti venivano
rappresentati assai bene al punto da poter affermare che il mondo doveva essere
fatto proprio come il modello faceva vedere. E’ da notare che il modello di
Universo costruito dai greci era molto simile a quelli costruiti da altre civiltà
sparse in tutto il mondo a dimostrazione del fatto che con le osservazioni
effettuabili a quel tempo non era possibile inventare qualche cosa di
sostanzialmente diverso da ciò che seppe esprimere la cultura greca.
Il modello dei greci ovviamente si accordava bene anche con quanto veniva
riportato dalle Sacre Scritture e venne infatti adottato dalla Chiesa di Roma.
Esso venne scelto anche perché aveva la prerogativa di lasciare, oltre la sfera
delle stelle fisse, tutto lo spazio che si voleva per sistemare Inferno e
Paradiso.
La cosa sorprendente è che il modello geocentrico, nonostante fosse un
modello sbagliato (
Per «sistema di riferimento» si intende l'insieme dei corpi che, nello
studio di un moto, vengono considerati fermi. A seconda di come viene definito
il sistema di riferimento si ottengono valori diversi degli spostamenti degli
oggetti in movimento: così, quando ad esempio vogliamo prendere in esame il
movimento di un'automobile, consideriamo ferma
Allo stesso modo, per descrivere il moto dei pianeti, si preferisce, con
ovvia semplificazione, considerare fermo il Sole, ma si potrebbe considerare
ferma
Ora però, a mano a mano che si raffinavano le osservazioni relative al
moto dei corpi celesti, si scoprivano fenomeni che, per essere inquadrati nel
modello geocentrico, rendevano quest'ultimo sempre più complicato e la
complessità, in campo scientifico, è un brutto segno. Una delle prerogative
dei modelli scientifici deve essere infatti la semplicità perché la semplicità
rende più agevole la comprensione del fenomeno che il modello stesso deve
descrivere. 6. IL MODELLO COPERNICANO DI UNIVERSO
L'opera di Copernico venne quindi presentata in un primo momento come
semplice modello matematico, cioè come strumento utile per descrivere il moto
dei corpi celesti. Esso però, in seguito, si rivelò una costruzione ricca di
razionalità e tale da sovvertire dalle fondamenta l'intera concezione
cosmologica, come si era andata consolidando nei secoli.
Non è chiaro quali fossero le reali intenzioni di Copernico, cattolico
integralista e aristotelico convinto, ma il fatto che il suo scritto venisse
pubblicato solo dopo la sua morte, pone qualche dubbio sul vero significato che
l'autore intendesse dare al suo lavoro. La stessa Chiesa Cattolica non riuscì a
percepire immediatamente il pericolo insito nell'opera di Copernico, mentre ad
esempio le Chiese Protestanti di Lutero e di Calvino, condannandola
immediatamente e senza mezzi termini, si dimostrarono da questo punto di vista
più lungimiranti.
La struttura eliocentrica del mondo, contrabbandata come innocuo modello
matematico, poté quindi circolare liberamente in Europa fino alla fine del
sedicesimo secolo. Il modello però, come abbiamo detto, rivelò ben presto
tutto il suo reale potenziale euristico e permise di sviluppare i concetti che
racchiudeva in sé confrontandoli meticolosamente con le osservazioni. Il lavoro
di ricerca e di interpretazione svolto da Giordano Bruno e soprattutto da
Galileo Galilei, travalicò il pensiero stesso di Copernico, e finì per
sconvolgere i principi della tradizione e della fede, scatenando la reazione
della Chiesa di Roma. Con
Isaac Newton, lo scopritore della legge di gravitazione universale,
avrebbe potuto diventare il fondatore della cosmologia moderna se non avesse
commesso un grave errore di meccanica nel tentativo di salvare l’immobilismo
cosmico. Egli, come tutti i suoi contemporanei, pensava che le stelle fossero
fisse e immutabili e poiché egli stesso aveva scoperto che i corpi materiali,
liberi di muoversi, si attraggono reciprocamente e tendono a collassare verso
una massa centrale, per non contraddire il principio della staticità del Cosmo,
sostenne che l'Universo doveva essere infinito e popolato uniformemente di
stelle così che la forza risultante, e quindi il movimento complessivo, fosse
nullo. Ma se una stella rimane in equilibrio perché attratta in uguale misura
da un numero infinito di altre stelle la stessa cosa dovrebbe valere per la Terra
la quale dovrebbe stare ferma perché anch’essa attratta in tutte le
direzioni da un numero infinito di stelle.
In verità il modello di Universo di Newton si rivelò, nei fatti, pieno
di contraddizioni. Fra l’altro, se lo spazio fosse realmente infinito e
uniformemente popolato da un numero infinito di stelle, ogni singola stella
sarebbe attratta da una parte con una forza infinita e dalla parte opposta con
la stessa forza infinita: infinito meno infinito tuttavia non fa zero, ma
indeterminato. La soluzione del problema sta nel riconoscimento che le stelle
non sono fisse: esse si attraggono ma contemporaneamente si muovono descrivendo
traiettorie ellittiche proprio come fanno i pianeti e le comete. Si dovrà
aspettare ancora molto tempo prima di mettere in moto quello che ancora oggi
chiamiamo «firmamento», cioè il luogo degli oggetti fermi.
Sarà necessaria la teoria della relatività generale di Einstein per
entrare in possesso del quadro concettuale indispensabile per la formulazione
del primo modello di Universo di sicuro valore scientifico; prima di descriverlo
tuttavia è necessario soffermarsi sulle osservazioni che consentirono la sua
costruzione. 7. LE OSSERVAZIONI DEL XIX SECOLO
Dal nostro punto di vista la scoperta più interessante si ebbe nel 1859
con il fisico Gustav Kirchhoff e con il chimico Robert Bunsen i quali riuscirono
ad interpretare le righe degli spettri di assorbimento delle stelle. Vediamo di
che cosa si tratta.
Già Newton aveva sperimentato che la luce bianca di un corpo
incandescente, se viene fatta passare attraverso un prisma di materiale
trasparente, si scinde in vari colori (i colori dell'arcobaleno), dando luogo a
quello che comunemente viene chiamato uno «spettro». Successivamente, nel
1815, lo scienziato tedesco Joseph von Fraunhofer aveva osservato che lo spettro
solare, ottenuto facendo passare la luce attraverso una stretta fessura posta
davanti al prisma trasparente, risultava solcato da una miriade di righe scure
(egli stesso ne aveva contate più di 500) delle quali però non seppe dare una
giustificazione. Finalmente Kirchhoff e Bunsen, in seguito ad un meticoloso
lavoro sperimentale, scoprirono che gli elementi chimici, portati ad
incandescenza, emettono luce che, costretta a passare per una fenditura prima di
attraversare il prisma trasparente, genera una serie di righe caratteristiche di
vari colori, diversa da elemento ad elemento. I due scienziati tedeschi
osservarono, in altre parole, che ogni elemento chimico possiede una specie di
personale «impronta digitale» molto tipica. A quel punto, analizzando la luce
delle stelle, fu possibile determinare la presenza in esse di svariati elementi
e quindi, in pratica, di determinare la loro composizione chimica.
La scoperta, a quel tempo, destò enorme sensazione anche perché solo
qualche anno prima il filosofo francese Auguste Comte, padre del positivismo,
predisse che l'uomo non sarebbe mai stato in grado di scoprire di che cosa sono
fatte le stelle. L'affermazione di Comte invita alla prudenza coloro i quali
asseriscono che l’uomo non potrà mai raggiungere determinati risultati in
campo scientifico.
La scoperta che le stelle erano costituite degli stessi elementi
chimici presenti sulla Terra, unita all'osservazione che quelle stesse stelle
erano dotate di movimento proprio, portò al convincimento che esse dovessero
nascere e morire e che quindi non potevano essere eterne. Tuttavia, queste
osservazioni non furono ancora sufficienti ad indirizzare la mente dei fisici
verso l'idea di un Universo in evoluzione.
E nemmeno la scoperta dei processi di trasmutazione nucleare fu
determinante per convincere gli astronomi che il Cosmo doveva essere in continuo
mutamento. Le trasmutazioni nucleari, scoperte all'inizio di questo secolo,
producono annichilimento della materia la quale lentamente, ma inesorabilmente,
si trasforma in energia quindi le stelle all'interno delle quali avvengono
queste trasformazioni della materia, inevitabilmente si consumano e sono
pertanto destinate a morire.
Se si considera che in biologia la teoria evoluzionistica si era
affermata da oltre cento anni, il fatto che fino a poco tempo fa vi fosse ancora
qualche eminente scienziato che riteneva che l'Universo dovesse essere fisso e
immutabile, ha semplicemente dell'incredibile. 8.
La forza di gravità, secondo Einstein, è la conseguenza della
deformazione che subisce lo spazio a causa della presenza in esso della materia.
La materia quindi deformerebbe lo spazio e lo renderebbe pieno di avvallamenti e
gobbe. Che cosa significa? Significa, innanzitutto, che lo spazio a tre
dimensioni che noi percepiamo direttamente con i nostri sensi in realtà
dovrebbe avere una dimensione in più. Vediamo di spiegare perché.
Pensiamo ad un foglio di carta disteso: esso rappresenta uno spazio a due
dimensioni; ebbene, se noi volessimo ripiegare questo foglio avremmo bisogno di
una terza dimensione entro cui poterlo fare. Allo stesso modo lo spazio a tre
dimensioni che ci sta davanti agli occhi, per potersi ripiegare e modellare ad
avvallamenti e gobbe ha bisogno di una quarta dimensione entro cui poterlo fare.
A questo punto forse è opportuno chiarire meglio cosa si intende per spazio a
quattro dimensioni.
Anche se non è possibile visualizzare uno spazio a quattro dimensioni
(già a tre è difficile), è possibile tuttavia farsi un'idea di esso
ricorrendo ad un’analogia. Immaginiamo allora di avere a che fare con un
individuo bidimensionale (cioè piatto), che vive su una superficie piatta. E'
chiaro che questo individuo potrà spostarsi sulla superficie in tutte le
direzioni, ma non potrà mai alzarsi al di sopra o scendere al di sotto di essa
né percepire o misurare alcunché fuori dalla superficie su cui è costretto a
strisciare. Il piano è l'unica estensione che si presenta con immediatezza ai
suoi sensi. Per lui, ad esempio, dire "sopra o sotto la superficie"
non avrebbe alcun significato, proprio come per noi, esseri tridimensionali, non
ha senso dire "sopra o sotto lo spazio".
Ora, l'individuo bidimensionale che vive su una superficie piana di
dimensioni infinite (o che ritiene tali), se fosse intelligente, con l'aiuto
della sola logica, si potrebbe rendere conto della possibilità di esistenza di
altri tipi di superfici, per esempio incurvate in una terza dimensione come la
superficie di una sfera o quella di una sella. Non solo, all'individuo
bidimensionale intelligente non dovrebbe nemmeno essere impossibile dimostrare,
con misure di vario genere, quale tipo di superficie potrebbe eventualmente
essere quella su cui vive.
Se disegnasse, ad esempio, sulla superficie su cui giace, dei triangoli
di notevoli dimensioni, e ne misurasse, con la massima cura, gli angoli interni,
potrebbe trovare una somma pari a 180° oppure diversa da 180°. Nel primo caso
si convincerebbe di essere su una superficie piatta, sulla quale vale la
geometria euclidea, mentre nell'altro caso capirebbe di non trovarsi su una
superficie piana e precisamente avrebbe la prova di trovarsi su una superficie
sferica, qualora misurasse valori superiori a 180° e su una superficie
iperbolica (cioè a forma di sella), qualora misurasse valori inferiori a 180°.
Sulla superficie della sfera, come sulla superficie di una sella, non vale la
geometria euclidea e pertanto la somma degli angoli interni dei triangoli non è
180°.
Ebbene, quello che abbiamo detto per gli esseri bidimensionali, vale
anche per noi tridimensionali. L'intuizione più immediata, quella che meglio
risponde all'esperienza quotidiana, è che lo spazio in cui viviamo sia uno
spazio tridimensionale che potremmo definire «piatto», cioè privo di
curvatura, che si estende ovunque all'infinito. Tuttavia questa intuizione
basata sul buon senso è errata e dimostra fra l'altro che non è attraverso il
buon senso (e ancor meno attraverso il senso comune), che l'uomo è mai riuscito
a capire come funziona il mondo. Per capire come stanno effettivamente le cose
in natura è necessario elaborare delle astrazioni e procedere a delle
misurazioni.
Come la superficie piana non è l'unica superficie a due dimensioni che
esista, così lo spazio piatto non è l'unico spazio a tre dimensioni che si
possa immaginare. I matematici, ad esempio, sono in grado di descrivere spazi a
quante dimensioni si desidera (tre, quattro, dieci, cento) e spazi piani, curvi
o contorti in vario modo, creando un vastissimo capitolo della geometria.
Tuttavia lo spazio fisico reale, quello cioè in cui viviamo, è uno solo
e non è un'astrazione matematica. Quale degli spazi che si possono teoricamente
immaginare è quello effettivo in cui operiamo? La risposta, come sempre nella
scienza, non potrà che venire dall'osservazione e dalla sperimentazione.
Vediamo innanzitutto in che modo Einstein riuscì ad intuire che lo spazio in
cui viviamo non può essere uno spazio a tre sole dimensioni.
Fino ai tempi di Einstein la gravitazione era stata interpretata come
un'azione a distanza di un corpo più pesante su uno più leggero. Per Newton
infatti un corpo massiccio, per esempio il Sole, genera una forza, la forza di
gravità appunto, la quale attrae i corpi più piccoli i quali però, girandogli
attorno evitano di cadergli addosso. Secondo Einstein, invece, quello della
forza di gravità è un concetto che deve essere rivisto: due corpi si
attraggono perché rotolano in uno spazio pieno di avvallamenti e buchi. Si
potrebbe anche immaginare un corpo massiccio che incurva, con la sua presenza,
lo spazio intorno a sé, alterandone la geometria: nella depressione generata
dal corpo di grosse dimensioni rotola quindi un corpo più piccolo che gli passa
vicino, dando l'impressione di venire attirato da questo.
Ecco perché serve una quarta dimensione. Le tre dimensioni dello spazio
ordinario, per potersi incurvare, hanno bisogno, evidentemente, di una
dimensione aggiuntiva entro cui poterlo fare, così come una superficie piana a
due dimensioni, ha bisogno, per potersi incurvare, di occupare una terza
dimensione.
Torniamo ora alla nuova interpretazione della gravitazione fornita da
Einstein. Qualora un oggetto di piccole dimensioni, che si muovesse di moto
rettilineo ed uniforme, si trovasse a passare in vicinanza di un oggetto
massiccio, a causa della depressione provocata da quest'ultimo, accelererebbe il
moto e devierebbe dal suo cammino rettilineo, dando l'impressione di venire da
questo attirato. L'esistenza di una forza attrattiva fra i corpi è quindi solo
una sensazione, perché in realtà non si tratta di una forza in senso stretto,
ma della manifestazione dello spazio-tempo deformato.
Lo spazio tetradimensionale si chiama spazio-tempo in quanto Einstein
individuò proprio nel tempo la quarta dimensione dello spazio. Il tempo quindi
non già in quanto tale e distinto dallo spazio, ma come dimensione spaziale
vera e propria da considerare insieme con le altre tre in un’unica entità
fisica.
Lo spazio-tempo non è, tutto sommato, un concetto di difficile
comprensione: in esso ci imbattiamo anche nella vita di tutti i giorni. Quando
ad esempio diamo appuntamento a qualcuno, specifichiamo non solo il luogo, ma
anche il tempo, altrimenti non ci si riuscirebbe mai ad incontrare nello stesso
luogo e nello stesso tempo.
Nella teoria della relatività generale, materia, spazio e tempo
risultano quindi unificati in un'unica realtà. Einstein riuscì infine a dare
rigore matematico alla sua intuizione fornendo una serie di equazioni del campo
gravitazionale in grado di esprimere con esattezza l'entità della curvatura
dello spazio-tempo, causata dalla presenza della materia.
La nuova teoria, tuttavia, per essere accettata, doveva essere in grado
di fare anche delle previsioni, fornendo dei progetti di verifica. Il primo
esperimento di controllo fu suggerito dallo stesso Einstein: quando la luce di
una stella posta dietro al Sole ne sfiora il bordo, dovrebbe venire attratta da
questo. In realtà la luce non viene attratta dal Sole: è lo spazio, intorno
all’astro centrale, che risulta ripiegato e la luce non fa altro che seguire
l’avvallamento dando la sensazione di deviare dalla linea retta. Einstein
calcolò con precisione di quanto avrebbe dovuto essere questa deviazione. Il 29
maggio 9. IL MODELLO EINSTEINIANO DI UNIVERSO
Si immagini di lanciare un sasso: quale traiettoria percorrerà nell'aria
e dove andrà a cadere? La traiettoria del sasso potrebbe essere descritta da un
matematico il quale, con carta e penna, potrebbe fornirci le equazioni che ne
definiscono il moto, ma non sarebbe mai in grado di descrivere l'effettivo
percorso seguito dal sasso e dirci dove andrà realmente a cadere se non gli
forniamo qualche indicazione aggiuntiva, come ad esempio la direzione verso cui
viene lanciato e la forza con cui viene lanciato. Sono queste condizioni esterne
(dette con termine tecnico «condizioni al contorno») che permettono di
applicare a casi concreti formule matematiche altrimenti generiche. In altri
termini una teoria fisica non è altro che una teoria matematica, nella quale
gli enti matematici astratti sono stati riempiti di contenuto facendo loro
corrispondere opportune grandezze fisiche.
Ritorniamo ora alla teoria della relatività generale. E’ evidente che
si tratta di una teoria matematica destinata quindi a produrre una varietà
praticamente infinita di Universi, se non vengono fissate precise condizioni
fisiche iniziali. Tuttavia, la scelta dei parametri fondamentali da cui partire
è un’operazione tutt'altro che banale.
Innanzitutto è indispensabile che i parametri iniziali non siano né
troppi, né troppo pochi, perché solo in questo modo le equazioni potranno
fornire soluzioni chiare e precise. Se le condizioni iniziali fossero troppe,
come nel caso dei fenomeni meteorologici, diverrebbe difficilissimo, se non
addirittura impossibile, applicare con successo le equazioni; se viceversa le
condizioni iniziali fossero troppo poche o nessuna, le equazioni darebbero
soluzioni generiche che non dicono nulla.
Einstein partì dal presupposto che l'Universo fosse omogeneo e statico.
Con il termine di «omogeneo» si intende che l'Universo potrebbe essere
immaginato con la materia distribuita uniformemente come si trattasse di un gas
le cui strutture materiali invece che da molecole e atomi siano rappresentate da
galassie e stelle. Per quanto riguarda la «staticità», Einstein riteneva,
come già Newton e come la maggior parte dei fisici e degli astronomi del suo
tempo, che l'Universo fosse immobile ed eterno.
Ma, alle condizioni di cui sopra, le equazioni del campo gravitazionale
non fornivano le soluzioni desiderate e pertanto lo stesso Einstein le modificò
inserendovi il cosiddetto «termine cosmologico», un parametro ad hoc,
tale da ottenere la soluzione statica cercata. Questo termine aggiuntivo avrebbe
dovuto rappresentare una forza, di natura sconosciuta, in grado di bilanciare
l'attrazione gravitazionale che, se avesse agito da sola, avrebbe fatto
collassare l'Universo intero su sé stesso. Einstein in questo caso aveva torto
e in seguito riconobbe egli stesso di aver commesso "la più grande
sciocchezza" della sua carriera scientifica.
Nel 1922, il fisico sovietico Alexander Friedmann concluse che la
soluzione delle equazioni di Einstein portava inevitabilmente al risultato di un
Universo in equilibrio instabile. L'Universo doveva quindi cambiare col tempo, o
espandendosi o contraendosi. Era un po' come se gli individui bidimensionali,
menzionati in precedenza, avessero scoperto non solo di vivere su una superficie
curva, ma anche che tale superficie si andava lentamente modificando.
Friedmann dimostrò che se la materia presente nell'Universo fosse stata
al di sotto di una certa quantità, l'Universo sarebbe stato «aperto» e
destinato ad espandersi indefinitamente; se invece nell'Universo vi fosse stata
materia in quantità superiore ad un certo valore minimo, esso sarebbe stato «chiuso»
e destinato a contrarsi.
Quando Friedmann rese noti i suoi calcoli non vi era ancora la prova
dell'espansione dell'Universo. Questa verrà solo sette anni più tardi quando,
nel 1929, Edwin Hubble osservò il cosiddetto «red shift», cioè lo
spostamento verso il rosso delle righe spettrali delle galassie lontane.
Interpretati come effetto Doppler relativo alla luce, tali spostamenti indicano
che le galassie sono in costante recessione.
L’effetto Doppler è un fenomeno che riguarda il suono e che venne
descritto nel 1842 dal fisico austriaco Christian Doppler. Tutti noi abbiamo
sperimentato che quando una sorgente sonora si avvicina emette un suono più
acuto, quando si allontana emette un suono più grave rispetto a quando non si
muove. Ciò dipende dal fatto che le onde sonore si «schiacciano» quando la
sorgente è in avvicinamento e quindi la frequenza, cioè il numero di onde per
unità di tempo ne risulta aumentato e il tono del suono diventa più alto; se
la sorgente si allontana l’onda si «distende», la frequenza diminuisce, e di
conseguenza il tono del suono si abbassa.
L’effetto Doppler può verificarsi per qualsiasi fenomeno di natura
ondulatoria, quindi in particolare anche per la luce, che è una forma di
energia che si propaga per onde.
Le osservazioni relative al red shift indicano anche che lo spostamento
si accentua progressivamente con l'aumentare della distanza: ciò significa che
quanto più una galassia è lontana da noi, tanto più velocemente viaggia. Da
questa osservazione si potrebbe concludere che noi ci troviamo al centro
dell'Universo ma, smentiti una prima volta dal modello geocentrico di Tolomeo, e
successivamente dall'aver posto il sistema solare al centro della nostra
Galassia, si preferì, in questo caso, adottare un atteggiamento di maggior
prudenza e cercare di individuare una soluzione diversa.
Per farci un'idea della struttura dell'Universo quale si presenta alla
luce della teoria della relatività e delle evidenze osservative riprendiamo
l'analogia con la superficie sferica. Immaginiamo questa volta il nostro
individuo bidimensionale sistemato su una superficie di grandi dimensioni come
potrebbe essere la superficie della nostra Terra. Se questo individuo si guarda
intorno vede una superficie piatta e molto uniforme (a parte le locali strutture
di dettaglio) estendersi in tutte le direzioni, così che potrebbe farsi l'idea
di essere al centro di qualche cosa. Ma non è così. La superficie di una
sfera, infatti, non ha centro (si badi, la superficie non ha un centro, non così
invece la sfera intera che nel suo interno ha un centro).
Allo stesso modo noi esseri tridimensionali, se ci guardiamo intorno, e
osserviamo le galassie uniformemente distribuite in tutte le direzioni (a parte
le locali strutture di dettaglio), abbiamo la sensazione di stare al centro di
qualche cosa, ma è solo una sensazione: l'Universo, in realtà, non ha un
centro. Da questo ragionamento Einstein ricavò il cosiddetto «principio
cosmologico», cioè il concetto secondo il quale tutti gli osservatori, ovunque
si trovino nell'Universo, dovrebbero osservare, intorno a loro, più o meno lo
stesso scenario.
Il principio cosmologico rimane valido anche se l'Universo è in
espansione. Per renderci conto di ciò immaginiamo ancora una volta la nostra
sfera che ora si gonfia lentamente: la sua superficie si espande, e quindi le
sue dimensioni aumentano con il tempo. Se ci trovassimo su un punto qualsiasi di
essa, vedremmo intorno a noi tutti gli oggetti allontanarsi, e allontanarsi
tanto più velocemente quanto più sono lontani da noi. In una situazione del
genere si è tentati di concludere che ci si trova al centro di una qualche
esplosione. Ma è solo un'illusione. Qualsiasi osservatore infatti, in qualunque
punto della superficie sferica si trovasse, vedrebbe allontanarsi da sé tutti
gli oggetti che gli stanno intorno.
Quello che vale per una superficie curva a due dimensioni vale anche per
un Universo curvo a tre dimensioni: qualsiasi osservatore, sistemato in un punto
qualsiasi, osserverebbe intorno a sé più o meno lo stesso tipo di
distribuzione delle galassie e tutte queste galassie rivelerebbero pressappoco
lo stesso tipo di recessione (minore quelle vicine, maggiore quelle lontane).
Possiamo quindi concludere che non vi sono nell'Universo posizioni privilegiate.
In verità l'Universo, come d’altra parte la superficie del pallone, avevano
un centro ma solo all'origine, prima che iniziassero a gonfiarsi.
Nel 1948 il fisico russo naturalizzato americano George Gamow insieme a
due suoi studenti, Ralph Alpher e Robert Hermann, sviluppò un modello relativo
all'origine dell'Universo che già era stato proposto, qualche tempo prima,
nelle sue linee generali, dall'abate G. Lemaître. Il ragionamento che portò
Gamow alla formulazione del suo modello è il seguente: se le galassie oggi si
allontanano fra loro, vuol dire che un tempo lontano esse erano molto più
vicine di quanto non siano attualmente. Se si tornasse quindi abbastanza
indietro nel tempo, si dovrebbe trovare tutta la materia e tutta la radiazione
concentrata in uno spazio molto piccolo, forse addirittura in un punto.
Gamow era una persona molto spiritosa che rimase famoso, fra l'altro, per
gli scherzi attuati ai danni dei suoi stessi colleghi. In occasione della
pubblicazione della sua teoria sull'origine dell'Universo chiese al fisico Hans
Bethe, che non aveva partecipato in alcun modo alla definizione delle nuove
idee, di firmare l'articolo insieme a lui e ad Alpher. Dalle iniziali dei nomi
dei tre scienziati, risultarono così le lettere greche a,
b
e g:
un'ottima sigla per un modello dell'origine dell'Universo.
Al modello, in seguito, venne dato il nome di «Big bang» (Grande
scoppio), ma in senso spregiativo e ironico, dal fisico inglese Fred Hoyle, il
quale nel frattempo insieme ai colleghi austriaci Hermann Bondi e Thomas Gold,
aveva presentato una teoria alternativa a quella dell'Universo in evoluzione. Il
modello di Hoyle, Bondi e Gold, prese il nome di «Modello di Universo in stato
stazionario» e rappresentò l'ultimo disperato tentativo di salvare l'idea
dell'immobilismo cosmico. 10. UN MODELLO ALTERNATIVO DI UNIVERSO
I fautori del modello dello stato stazionario, pur convenendo sul fatto
che l'Universo è in espansione, ciò nondimeno ritenevano che la densità della
materia avrebbe dovuto rimanere costante nel tempo e quindi l’Universo intero
presentarsi uniforme nello spazio e nel tempo. Pertanto, a mano a mano che le
galassie si allontanano fra loro e lo spazio diviene sempre più vuoto, nuove
galassie si sarebbero dovute formare per compensare il diradarsi delle vecchie.
La teoria dello stato stazionario prevede quindi una cosa a prima vista
assurda: la creazione di materia dal nulla. Esisterebbe infatti, secondo Hoyle,
un «campo creazionale» (in analogia con il «campo gravitazionale») generato
dalla materia già esistente, in grado di creare nuova materia. Il ritmo con cui
avverrebbe la creazione di nuova materia sarebbe tuttavia lentissimo e comunque
tale da rendere impossibile il suo rilevamento.
Se quindi da un lato il modello stazionario pone il problema sconcertante
della creazione di materia dal nulla, dall'altro ne evita altri, non meno
imbarazzanti, come quello dell'origine. L'Universo, secondo Hoyle, non avrebbe
quindi avuto inizio, né avrà fine: esso è sempre esistito ed esisterà per
sempre.
Nella storia della scienza, tuttavia, è capitato spesso che le teorie più
originali e convincenti siano state poi impietosamente demolite da osservazioni
insignificanti e fortuite. Così avvenne anche per la teoria dello stato
stazionario.
Nel 1965 due tecnici della società americana dei telefoni
"Bell", Arno Penzias e Robert Wilson, si imbatterono in un fastidioso
sibilo che disturbava un nuovo tipo di telecomunicazione via satellite che essi
stessi stavano sperimentando. Si trattava di un segnale radio di debole intensità
proveniente da tutte le direzioni e captabile a qualunque ora del giorno e della
notte. I due tecnici americani non si resero conto del significato della loro
scoperta e tentarono di eliminare il segnale spurio ricorrendo ad una serie di
perfezionamenti sulle apparecchiature riceventi.
Il segnale in realtà non era altro che la radiazione residua
dell'esplosione primordiale, quella che in seguito venne chiamata «radiazione
cosmica di fondo». Essa ha le caratteristiche di una radiazione ad onde corte
(cioè è un'onda radio) corrispondente a quella che produrrebbe un oggetto che
si trovasse alla temperatura di 3 K (cioè a
La radiazione cosmica di fondo non trovava invece giustificazione
coerente all'interno del modello dello stato stazionario, che dovette pertanto
essere abbandonato. In verità, la scoperta di Penzias e Wilson, per la quale i
due tecnici ricevettero (forse non del tutto meritatamente) il premio Nobel, non
fu l'unica evidenza osservativa contraria al modello dello stato stazionario. In
precedenza, si era ad esempio osservato che le quasar, i corpi celesti di
dimensioni di poco superiori a quelli delle stelle, ma che irradiano quantità
colossali di energia, sono più abbondanti a grande che a piccola distanza. Ora,
poiché guardare in lontananza corrisponde a guardare indietro nel tempo, si
doveva concludere che l'aspetto dell'Universo di miliardi di anni fa era diverso
dall'attuale, smentendo, in questo modo, il principio cosmologico perfetto al
quale si era appellato Hoyle.
In definitiva, il modello che meglio riusciva ad inquadrare e a
giustificare le osservazioni era proprio quello del Big bang. Anche questo
modello, tuttavia, presentava una serie di carenze e di interrogativi di non
poco conto. Uno di questi era, ad esempio, il problema relativo alla
"singolarità".
Risalendo indietro nel tempo, suggerisce il modello, si dovrebbe vedere
l'Universo contrarsi e divenire sempre più caldo e sempre più denso. Si
arriverebbe così ad un punto in cui le leggi della fisica classica non
sarebbero più in grado di descriverne il comportamento.
Questo in condizioni di temperatura e densità eccezionali viene però
descritto correttamente all'interno di nuove leggi fisiche, quelle inquadrate
nella cosiddetta «fisica quantistica». In effetti, attraverso le leggi della
fisica quantistica e attraverso le nuove scoperte relative all'impiego delle
alte energie, oggi è possibile tentare la descrizione delle prime fasi di vita
dell'Universo ed immaginarne anche una vera e propria creazione in senso fisico.
Certo, le risposte attualmente non sono né facili, né univoche;
tuttavia il semplice fatto di aver cominciato ad affrontare anche questo
problema in termini razionali, senza cioè dover fare ricorso ad interventi
soprannaturali, rappresenta, già di per sé, un progresso rispetto agli
atteggiamenti del passato. fine PS. Fred Hoyle è morto il 22 agosto 2001 all'età di 86 anni. L'astronomo inglese era nato nello Yorkshire da genitori che commerciavano in lana e fin da bambino dimostrò un forte interesse per l'osservazione del cielo notturno al punto di privarsi spesso del sonno per puntare il suo telescopio verso le stelle. Spirito caustico e anticonformista era nemico acerrimo di ogni forma di dogmatismo e di ortodossia. Non solo contestò con determinazione il modello di Universo evolutivo che lui chiamò "big bang" in senso ironico sostituendolo con quello dello "stato stazionario" ma si disse sempre convinto che la vita non avesse avuto origine sulla Terra ma fosse piovuta dal cielo. Fra le tante provocazioni vi è anche quella che metteva in dubbio l'autenticità dell'Archeopterix cioè di quel fossile, conservato al British Museum, che dimostrerebbe il passaggio evolutivo dai rettili agli uccelli. Hoyle è noto anche per alcuni romanzi di fantascienza fra i quali si ricordano "La nuvola nera" e "A come Andromeda" da cui qui in Italia fu tratto uno sceneggiato televisivo di successo nel 1972. |